Carlo Cerciello continua il discorso teatrale su Enzo Moscato, intrapreso ad apertura di stagione dell’Elicantropo con “Signur, Signuri”, e mette in scena “Scannasurice” (fino al 22 febbraio 2015, prodotto da T.Elicantropo Anonima Romanzi e Prospet).
La scelta di rappresentare questi due testi degli esordi del drammaturgo napoletano (scritti tra il 1980 e il 1982) dimostra, a nostro avviso, la volont  del regista di riallacciare i legami con un mondo moscatiano degli inizi, appunto, ma ancora attualissimo, perch profondamente legato a Napoli, nelle sue ferite e lacerazioni.
Scrive nelle sue note di regia per l’allestimento di “Scannasurice” «Ho scelto di tornare alla messinscena di un testo in lingua napoletana, di tornare ad un autore anti oleografico per eccellenza come Moscato, mettendo in scena il suo testo Scannasurice, scritto dopo il terremoto dell’ ’80, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno, che, nuovamente appesta Napoli di retorica e luoghi comuni, in una citt  che ha smarrito la memoria stessa della sua vita culturale, seppellita dalla banalit  e dal conformismo. Il terremoto etico, sociale, politico della seconda met  del 900, mi vede, oggi, sopravvissuto, confuso e smarrito, aggirarmi tra le macerie di ideologie, emozioni e sentimenti, proprio come, da napoletano, vissi il terremoto dell’80».
Enzo Moscato con questi due testi “scende negli inferi della citt “, nei suoi gironi danteschi, esaminando una Napoli malapartiana martoriata del dopoguerra (Signur, Signur) e una Napoli sconvolta dal terremoto del 1980 (Scannasurice).
Una citt  oscura, raccontata nei suoi meandri più profondi quella di “Scannasurice”. Una citt  nascosta e sconosciuta ai più che il drammaturgo napoletano con la sua magistrale scrittura porta alla luce, estrae, quasi, dalle sue profonde e lontane radici per raccontare le profonde verit , i mali endemici e quelli contingenti come un terremoto, ma anche le sue straordinarie storie magiche di tradizioni e superstizioni, di grandi e profonde fascinazioni.
Scrive nelle note introduttive «Gi  il titolo del lavoro […] si attestava altrove, in un polemico rifiuto a non volermi allineare, a non cercare di nascondermi (pur’io!) all’indomani del tremendo ma, per tanti versi, gi  annunciato, sconquasso del terremoto dell’80, la lucida e irrimediabile visione del massacro, dell’eccidio, lo sterminio, non tanto di persone o cose, quanto di idee, emozioni, sentimenti, che tra alti e bassi, per tanti secoli, aveva costituito l’anima genuina, il “modus agendi et cogitandi” del popolo e della citt  di Napoli (…). Ecco io con Scannasùrice (…) vedevo e percepivo le ferite, le faglie, le fratture dei nostri animi con lo stato precedente della vita e la cultura a Napoli…»..

Cos la bella scena di Roberto Crea, una specie di scheletro di palazzo, una struttura che quasi ricorda le celle degli alveari, oppure stretti loculi funerari, immerge lo spettatore nella grande suggestione di questa messinscena di “Scannasurice”
ad opera di Carlo Cerciello, coadiuvata dai costumi di Daniela Ciancio, le musiche originali di Paolo Coletta, il grande disegno luci di Cesare Accetta, il suono di Hubert Westkemper.
In questa struttura in tre ripartizioni si muove questo odierno “Scannasurice”, essere androgino, femminiello en travesti, chiss ?, che parla con i topi, vive in questo mondo ai margini, nella decadenza di una Napoli che attraversa i Quartieri Spagnoli violati dal terremoto, che racconta aneddoti del passato, della sua vita fanciullesca, o “fattarielli” di un mondo accanto al nostro, un mondo che, inconsapevoli, ci circonda, dove vivono insieme a noi napoletani munacielli e belle mbriane, e dove possono accadere fatti truci o magici.

Nel magma della scrittura crudele e nel contempo barocca e incantata di Enzo Moscato, nei suoi racconti, che sembrano contenere tutto il peso storico e culturale di una citt  come Napoli, si muove Imma Villa, straordinaria, unica interprete della pièce.

In un rigoroso e difficile linguaggio in napoletano, l’attrice che attraversa il claustrofobico spazio scenico in cui vive in modo serpentesco, quasi belva tra gli animali (i ratti) che soffocano e intralciano il cammino, dimostra ancora una volta grandi doti nel calarsi in un testo complesso e dal ritmo serrato, pieno di rimandi, ricordi e memorie, a volte come uno scioglilingua, talaltra disperato fino alla fine. In un gioco ora comico, ora drammatico, ora ironico, ma sempre con una cifra di avvolgente affabulazione, Imma Villa ci riporta negli incanti di “Scannasurice”, il femminiello che vive chiuso in compagnia di topi, fantasmi e memorie, in una disperata ricerca della propria identit .

Guidata dalla ragnatela che le costruisce intorno la sapiente regia di Carlo Cerciello, l’attrice si trasforma dal personaggio principale in tutti quelli che racconta.

Cerciello elabora come sempre una sua personale e attraente cifra scenica, un allestimento che ritrova e rispetta l’universo di Moscato ma che unisce a ciò simbolismi e cita            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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BB»EWHEREUSINGB B B»RLIKERESETBeNULLBSHAREBSLAVErBPSIGNMIDptkoi8uBBBBRTRIMeROWS pBzioni come, a nostro avviso, ad esempio, quella relativa alla bellissima storia del palazzo dei fantasmi che Scannasurice racconta con grande pathos e conclude, seminascosto da un gioco di penombre, preparandosi un caffè con una macchinetta “napoletana”, quella col “coppetiello”, proprio come si faceva una volta a Napoli e come Eduardo De Filippo fa in “Questi fantasmi”.

O quando il regista sottolinea l’azione drammatica con un passaggio particolare
Scannasurice informa il pubblico del veleno curaro con cui si potranno uccidere i topi, e nel frattempo lo inetta goccia a goccia in un tubo di gomma, recitando in una sezione dello spazio scenico trasformata in una edicola votiva, con tanto di luci che lo circondano, avvolta, come una Madonna, in una stoffa bianca e azzurra.
Attraverso simbolismi, metafore e serrati giochi linguistici, usando lo spazio scenico, attraverso la bravura di Imma Villa, in maniera funambolica, Carlo Cerciello costruisce un allestimento di grande rispetto e fascinazione e restituisce in pieno il dramma e la metafora di un personaggio tragico, ironico e comico, con la peculiarit  delle maschere della tragedia greca.

Un personaggio che si identifica con la solitudine e la fatiscenza terremotata del luogo in cui vive, che s’identifica in una citt  tragicamente confusa e isolata da un post terremoto.

«Chi so’? Stong arinto? Stong afora? Nun moro, no…ma neppure campo comm’apprimme a vista, e mmane, e rrecchie…tutte cose se n’è ghiute…e pure a voce…ancora nu poco…e poi…sommerger , affonder  pur’essa», mormora Scannasurice prendendo coscienza ancora di più della sua interiore tragedia.

Un finale tragico chiuder  il cerchio di una esistenza difficile
forse intorno a s tutto croller , forse tutto è finito…
Moltissimi applausi finali per uno spettacolo da vedere.

Teatro Elicantropo
Via Gerolomini 3, Napoli

Per saperne di più
www.teatroelicantropo.com/home.asp

Nelle foto di Andrea Falasconi, Imma Villa in scena