La duplice valenza dell’anima yiddish, perennemente in bilico tra ironia e malinconia, indulgenza e spirito graffiante, che non arretra nemmeno davanti alla Bibbia, rivivono ancora una volta e con immutata intensit , grazie alla figura carismatica di Moni Ovadia, attore-autore che canta, nobile e poliglotta istrione, che ibrida la forma del cabaret con la sua cultura di origine. Figlio “degenere” dell’ebraismo mitteleuropeo per quanto attiene la dottrina e interprete fedele, commosso e appassionato per quanto riguarda le radici folkloriche, Ovadia si è fatto interprete di una particolare enclave culturale e linguistica insediatasi lungo le rive del Danubio e l’ha portata in giro per il mondo. Gelosa conservatrice della fede e delle tradizioni, quell’etnia ebraica non ha potuto o voluto evitare le contaminazioni, anzi sul piano musicale si è aperta a esse ed è nata la musica klezmer che attinge largamente spunti e suggestioni dai ritmi sostenuti della ciarda, la danza popolare ungherese, pur tanto presente anche nella musica colta di Brahms; e alle note dolenti e appassionate che l’uso zigano del violino profonde a piene mani.

Da consumato affabulatore, non senza qualche punta di adulazione iniziale per il pubblico napoletano, Ovadia
ricorda con orgoglio di essere stato in tutti i teatri partenopei. E ci crediamo. Con questa tourne celebra con il suo quartetto le nozze d’argento. Lo assecondano in questo suo viaggio musicale Maurizio Deho’ al violino, Paolo Rocca al clarinetto, Albert Florian Mihai alla fisarmonica e Luca Garlaschelli al contrabbasso.
Alla cantabilit  del violino sono affidate le melodie, e al clarinetto le noti più graffianti, dello spirito yiddish immediatamente riconoscibile. Alla fisarmonica e al contrabbasso il ruolo armonico complementare. L’apporto musicale è di non poco conto, circonfonde ogni brano cantato da Ovadia di un’atmosfera di alta suggestione, sia quando si celebra la vitalit  e l’allegria, che il performer accompagna con studiata gestualit  e passi di danza appena accennati, sia quando ritorna la straziante evocare di un episodio della Shoah, opportunamente spreceduto dalla lettura anticipata di un brano che annuncia l’argomento della canzone, cantata in ebraico. Come tutte le altre, del resto.
Toccante, commovente, la più bella in assoluto. Avrebbe potuto chiudere lo spettacolo, ma non con Ovadia, refrattario alla tentazione lacrimevole delmlo. La conclusione obbedisce alla cifra distintiva della sua arte è gioiosa, svagata solo in apparenza, si riallaccia alla leggerezza degli inizi, sicch dopo la pausa seria di dolente e partecipata riflessione a una disgrazia che per suo onesto ed esplicito riconoscimento non lo ha toccato da vicino, essendo in possesso della cittadinanza italiana, il cerchio si chiude tornando, ricollegandosi con l’ennesimo e abusato luogo comune sugli ebrei a quelli precedenti passati in rassegna la grandezza del naso, l’oculatezza commerciale, per non dire la taccagneria, l’arroganza tutta ebraica di sentirsi popolo eletto, le stramberie caratteriali (sopportare il lager e non perdonare a Dio di aver consentito che un paio di pantaloni si bruciassero), i tormentoni di una tradizione familiare matriarcale, il mammismo, la circoncisione…

Ma siamo poi tanto sicuri che certe situazioni comico-grottesche siano puramente yiddish e non abbiano una valenza più universale?
Per ben due volte ho associato le situazioni di due barzellettea due luoghi comuni della napoletanit , resi leggendari da una poesia di Eduardo e uno sketch di Totò l’inarrivabile ragù della delle mamma che oscura la carne cu a pummarola della nuora e il passivismo di quel “Pasquale maledetto, finalmente ti ritrovo”, qui rivisitato con la variante più volgare e corposa dello sputo in sostituzione degli schiaffi subiti dal povero Totò-Pasquale.
Si replica al Nuovo Teatro Nuovo fino a domenica 16 marzo.

Per saperne di più
www.teatronuovonapoli.it

In occasione dello spettacolo che lo ha portato a Napoli, Ovadia incontra il direttore del Corriere del Mezzogiorno, Antonio Polito, oggi pomeriggio, alle 18, alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri

In foto Moni Ovadia