Ventitr novembre 1980, ore 1934, un minuto e mezzo di movimento sussultorio, 2735 morti e 8850 feriti, il terzo terremoto più grande d’Italia dall’unit  ad oggi (Messina e Reggio Calabria, 1908, Avezzano e Marsica, 1915), 700 comuni colpiti, 1300 insediamenti industriali, un centinaio di opere di infrastrutture di particolare imponenza. Questi sono i primi freddi numeri del terrae motus che interessò l’Irpinia e la Basilicata.
A Napoli l’episodio più drammatico riguardò la caduta del palazzo di nove piani a Via Stadera 86, costruito probabilmente con la segatura e che si accasciò letteralmente sulle sue stesse fondamenta. Ne rimasero vittime 52 vite umane. E poi l’11 dicembre la resa al suolo di un’ala del Palazzo Fuga, lo storico Real Albergo dei Poveri nei secoli tormentato per il suo mancato riuso, con la morte di 9 anziane ricoverate.
In verit  Napoli viene inserita nella legge 219 del 1981 più per danni indiretti che diretti, soprattutto per il suo tessuto edilizio gi  fragile ed ulteriormente danneggiato dal tragico evento. Ma l’occasione permette alla citt  di affrontare l’antica sofferenza della mancanza di abitazioni civili con il suo movimento di senzatetto storici “ubicati” in bassi, scantinati, stalle, caverne, baracche, containers ed alloggi impropri di ogni tipo.
La camorra fiuta bene l’affare sulla pelle di chi non ha più casa n pane.
Il primo a rimetterci le penne fu il sindaco di Pagani, Marcello Torre. Assassinato “per mano” di Raffaele Cutolo l’11 dicembre 1980 per la personale battaglia frontale contro la camorra che voleva vedersi assegnare gli appalti per la ricostruzione, a partire dalla rimozione delle macerie, per poi continuare con le opere pubbliche e la fornitura dei containers.
Il direttore dei lavori dell’impresa irpina IPREC è un affiliato alla NCO; Beton Calcestruzzi, Eurocem, Bitum-Beton sono tutte imprese di calcestruzzo in mano a camorristi, a S. Agata dei Goti viene assassinato il vicesindaco con delega alla ricostruzione. La camorra si caratterizza, dal punto di vista “imprenditivo”, nelle forniture di cemento, demolizioni, scavi, movimento terra, cave.
Non basteranno poco meno di 60 mila miliardi di vecchie lire, migliaia di volontari ed aiuti internazionali provenienti da mezzo mondo quantificabili in 601,3 miliardi di lire, oltre alla messa a disposizione di uomini e mezzi.
Napoli con il suo “fragile” centro storico a met  del 1981 presentava oltre 170 mila sfollati, circa 80 mila senzatetto, quasi 7 mila edifici dichiarati inagibili, oltre 170 strade chiuse al traffico. Erano tali le pressioni su chi rilevava i danni derivanti dal sisma che nel quartiere Montecalvario vi fu il ferimento di due tecnici evidentemente “costretti” a vedere danni anche laddove essi non c’erano.
Nonostante una grande opera di ricostruzione urbanistico-edilizia, quantificata in quelle stratosferiche cifre messe a disposizione, si è mai avuto quello sviluppo industriale ed occupazionale atteso dagli ingenti finanziamenti? E’ stato definitivamente risolto il problema alloggiativo in citt ? E’ aumentata la qualit  della vita? Purtroppo no.
Trent’anni dopo bisogna fare ancora i conti con una periferia “ingrossata” da deportazioni dal centro antico, con casermoni che “rintracciano” il cielo di pessima qualit  abitativa, costruiti con tecniche di prefabbricazione copiate dall’Europa quando questa le aveva gi  abbandonate, con un mancato decollo industriale, con abitazioni civili ancora prive di sistema idrico e fognario, con quartieri nati completamente abusivi.
Ma il dato probabilmente sociologico riguarda la nascita della cosiddetta “generazione dei prefabbricati”. Molti trentenni di oggi non hanno conosciuto la civilt  dell’abitare, la dimensione di un territorio ordinato, non hanno il concetto di identit  urbana, degli spazi comuni, ignorano la difesa dei beni pubblici collettivi.
Perch gli stessi genitori quarantenni e cinquantenni hanno perso il senso comunitario ed hanno smesso di “cercare” ideali.
Anche questi oggi sembrano essere in crisi irreversibile, hanno perso l’orientamento del senso collettivo della vita, sembrano essere, insomma, vittime inconsapevoli di un ambiente urbano ostile che produce individualismo e singolarit . Probabilmente questa concezione spaziale non offre ancoraggi sociali definiti, non volge lo sguardo verso punti di riferimento certi.
Il prodotto urbano del terremoto ha, di fatto, capovolto l’impostazione classica secondo la quale il territorio era inteso come massimo luogo di emancipazione sociale dove si definivano tendenze culturali, movimenti di pensiero critico, si sviluppavano le personalit , semplicemente ci si conosceva. Oggi, al contrario, questo produce pseudo centri estetici in ogni angolo di strada, dal centro alla periferia, perch la tendenza massificatrice più in voga sforna la generazione delle lampade, quella virtuale dei social network secondo la quale ogni cittadino deve avere un blog personale altrimenti viene escluso, quella dei telefonini, almeno tre per correre dietro alle novit  “trimestrali”.
A trent’anni dal terremoto Napoli aspetta ancora giustizia.

In foto, la nota pagina del Mattino

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