Sono una bambolina zulu. Sono nera, ho occhi di corallini e corpo azzurro decorato. Ho un cerchio dorato a separare la testa dal corpo e treccine fermate da coralli un po’ più grandi. Non ho braccia, n gambe, il mio corpo è un tronco di cono la cui base mi permette di stare diritta in piedi, ma senza piedi.

Vivo sull’armadio di fronte al letto di una donna anziana, un po’ lamentosa e molto amata. Da qui vedo tutto quello che succede in casa, tutto ruota intorno a questa bionda signora. E soprattutto aspetto, aspetto lei, la mia padrona, la mia amata, colei che mi ha comprata e portata qui a rallegrare le lunghe noiose giornate di sua madre.

Sono nata in Sudafrica, fabbricata da mani esperte insieme a decine di sorelle, più grandi, più piccole, più serie, più colorate. Ho fatto poi un lungo viaggio in uno scatolone a testa in giù, ma non ho sangue che potesse farmi scoppiare la testa. Sono arrivata infine in un negozietto di souvenir in riva ad una stupenda laguna abitata da fantasmi e l ho aspettato, bella impettita su uno scaffale a un metro e mezzo da terra. Aspettavo lei, ma ancora non lo sapevo. Ho aspettato settimane, ho visto persone di vari colori entrare nel negozietto e ho imparato che non tutti sono neri come me e le mie sorelle. Una volta sono stata tra le mani di un signore alto e biondo, non mi piaceva e allora mi sono fatta brutta per non piacere a lui. Un’altra tra le mani di una nonna, non oso pensare come mi avrebbero strapazzato i nipoti, poi tra quelle di una bimba per la nonna. Ma sua madre ha preferito i cucchiaioni di legno da insalata. Come se si potessero paragonare a me? – Utili – ha detto lei – Sono inutile io forse? – le ho detto, ma non mi ha sentito.

Poi è arrivata lei, non troppo alta e neanche troppo bianca, in viaggio con amici, curiosa e con un buon odore. Mi ha preso tra le sue mani delicate, ha scelto il mio vestito azzurro, giocato con le mie treccine, chiesto che mi incartassero a dovere. Era lei che stavo aspettando, l’ho capito e le ho sorriso e lei ha sorriso a me. Mi ha riposto in valigia con cura e questo viaggio qui l’ho fatto sdraiata, non a testa in giù come il precedente. Sono stata regalata alla sua mamma, presentata come un regalo importante, poco interessa loro il mio reale valore economico, sono diventata un portafortuna. Sorrido da sopra all’armadio ogni giorno. Ho avuto un posto importante, l’ho saputo dopo, al mio posto aveva vissuto per anni una bambola di panno, regalata dal pap  della mia padrona alla moglie prima ancora che si sposassero. Ha vissuto l per quarant’anni, posto d’onore, ed è stata poi regalata ad una bambina dolcissima e con le trecce d’oro che aveva rallegrato un’estate alle donne della casa. Poco dopo sono arrivata io ed ora sono io al posto d’onore a sorvegliare e controllare che in questa casa regni la serenit  e il sole.

Lei viene spesso a trovare sua madre, telefona ogni giorno, più volte al giorno. Non chiede mai di me, sa che sono qui e l’aspetto. L’aspetto come fa sua madre, ma con meno ansia e più pazienza. Da un po’ quando viene mi guarda, come se intuisse che le sto parlando. Io non mi stanco mai di dirle quanto mi è mancata e quanto vorrei stare con lei sempre.

Un giorno mi porter  via di qui, lo so. Quel giorno mi prender  di nuovo tra le mani, mi stringer  a s e mi trasmetter  tutto il suo dolore. Poi, quando star  meglio, mi dar  un nome, un nome di persona. E allora mi spunteranno le braccia e le gambe, avrò mani per accarezzarle la testa e piedi per seguirla ovunque. La aspetterò a casa ogni giorno, le cucinerò i piatti della mia terra e quelli che ho imparato qui. Reciterò le poesie di sua madre e le racconterò quello che ancora non sa. Terrò lontane le nuvole e il freddo, la sera userò tutte le mie magie per rendere dolce il suo sonno. Starò ancora con lei quando invecchier  e tutto le sembrer  buio. Combatterò la morte per lei finch lo vorr  diventerò zanzara per pungerle le orecchie, mi arrotolerò alle sue gambe come un serpente per farla cadere, sarò un grosso gatto e le morderò il naso, le ruberò il bastone, le offuscherò la vista. E solo quando la mia padrona vorr  lascerò che la porti via con s. Quel giorno anche io sbiadirò, non avrò più nome, perderò le decorazioni delle treccine, lascerò cadere i corallini del mio sorriso, il mio tronco di cono non mi regger  più.

E quando, infine, qualcuno verr  per prendermi tra le mani un’ultima volta, io lo guarderò negli occhi con il mio sorriso triste e gli dirò “Tu non sei lei, non potrai mai essere lei!”. E mi girerò dall’altra parte.

L’AUTRICE

Carla Isernia (napoletana) è professoressa di Chimica generale e inorganica alla Seconda Universit  di Napoli. Frequenta il laboratorio di scrittura creativa fondato da Antonella Cilento