L’idea o il proposito di convocare il ministro dell’interno e dargli disposizioni dettagliate per inviare le forze dell’ordine nelle universit  eventualmente occupate dagli studenti ha costituito un curioso precedente e un boomerang. Forse, in linea di principio, è meglio lasciare qualche spazio di autonomia ai rettori, che si assumono la responsabilit  di quel che accade nei loro atenei, oltre che agli studenti che non sono d’accordo con le occupazioni. Lo spazio universitario non è un luogo percorribile dalle forze dell’ordine.
La situazione è complessa. Nel mondo universitario ci saranno pure zone di malcostume, ma ci sono anche argomenti da guardare con rispetto. Un esempio per tutti i professori precari, che sono migliaia, oggi vedono franare le loro aspettative. Quelli fra loro che hanno lavorato per anni a costruirsi un curriculum con l’idea di lavorare nell’universit  vedono un orizzonte nero. Guardano con amarezza ai loro omologhi di tante universit  non italiane, dove la costruzione del curriculum alla fine produce le soddisfazioni che ci si aspetta. Certo, sono una minoranza, ma questo non significa che non esistono. Queste situazioni sono più complesse di quanto si creda. E non è un fatto sul quale ci si può far consolare dai sondaggi, la sua natura è diversa e particolare, e in ogni caso le alte cariche istituzionali devono fare attenzione quando dicono di avere le maggioranze assolute, perch le minoranze non vanno mai considerate pienamente silenti.

Quando si è trattato dell’Alitalia la nazione si è emotivamente mobilitata, la compagnia doveva rimanere di bandiera. Molti fra noi hanno auspicato che cos fosse. Per alcuni mesi tutti i giorni non si è parlato d’altro. Ora, se si confronta la questione Alitalia con quella universitaria, si rileva che il disastro incontro al quale sta andando l’universit  italiana è molto peggiore di quello che ha riguardato l’Alitalia, ma l’impatto sulle coscienze e sull’informazione è minore. Tuttavia l’universit  non è un’azienda, e l’eventuale progetto di portarla al fallimento come di fatto sta accadendo (alcune sono a rischio di fallimento) per poi affidarla a qualche salvifica cordata appositamente costituita deve essere combattuto prima che ciò accada. Purtroppo è il principio che non regge. Sarebbero davvero poche le universit  che alcuni privati sarebbero capaci di mantenere. Di altre non gliene importerebbe nulla. Perch mai dei privati dovrebbero metterci soldi in una universit  dove si insegna lingua swahili per un pugno di studenti? Essi, semmai, ragionando come se si trattasse di mantenere in piedi la tratta aerea Milano-Capracotta di Sopra, giudicherebbero una follia la stipendialit  del professore di swahili, e ne sopprimerebbero l’insegnamento. Stessa cosa per il basco. Stessa cosa per una qualche disciplina che interessa a pochi, sia pure scientifica. Sarebbero centinaia le discipline in pericolo, ma queste non sono questioni assimilabili alla tratta aerea Milano-Capracotta di Sopra, perch sono in relazione con il sapere in quanto tale. Per questo quando occorra bisogna saper difendere le mosse degli studenti e i loro istinti, sopportare alcune eventuali loro intemperanze, ritrovarne qualcuna delle nostre sopite e ricordarci a nostra volta quella condizione di zona franca di cui l’universit  ha il carattere, che poi è la zona nella quale si forma il sapere, e il sapere cammina di pari passo con la formazione dell’idea di diritto e di libert . Quello universitario non è un ordine di tipo post-fordista. Ma ora sta accadendo qualcosa di curioso alcuni docenti lasciano l’aula e fanno lezione in piazza. Non bisogna sottovalutare questo fenomeno. La lezione è un atto di parola, e il linguaggio è il maggior veicolo di espressione di libert . Se si esce in piazza qualche ragione c’è, anche se è la ragione di una minoranza estrema.

In alto e in basso, studenti in rivolta, il 29 ottobre 2008, contro la riforma Gelmini (foto di Maria Volpe Prignano)