“Gli adolescenti popolani ch’egli, per il premio di pochi soldi al giorno,conduceva nel suo studio offrivano all’impasto mirabile della sua cera e della sua creta magnifici brani di nudit , riarsa dal nostro sole ardente e infinita come nel colore del bronzo. La sveltezza delle membra piegava quei corpi efebici in una singolare grazia di forma…” Cos il grande poeta Salvatore Di Giacomo, nel 1905, commentava il lavoro del suo contemporaneo Vincenzo Gemito (Napoli 1852-1929). In mostra dal 29 marzo al 5 luglio, al Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes (inaugurazione domani 28 marzo, ore 13).
Di nuovo nella sua citt , scorgiamo il maestro mentre, dalla fonderia privata, in via Mergellina, al 200(rimasta attiva per tre anni), rapisce e “forma” quei volti del popolo tanto amato, eccolo, a farci scoprire, attraverso le oltre settanta sue sculture, terrecotte, maestosi bronzi della maturit  e circa ottanta disegni realizzati a penna, carboncino, matita, acquerello,seppia, di raccolte private ( Achille Minozzi) e pubbliche, italiane e straniere, l’arte e la civilt  napoletana tra ottocento e novecento.
E’ esposta con criteri cronologici e tipologici l’intera collezione plastica e grafica dell’artista nelle sale della villa. Sapientemente organizzata da Civita, la mostra è sotto l’alto patrocinio del presidente della Repubblica e della soprintendenza speciale per il patrimonio storico artistico etnoantropologico e per il polo museale della citt  di Napoli. Stile raffinato per il catalogo dell’Electa che l’accompagna. Genio e follia, nello scultore, disegnatore e orafo di grande modernit . Antiaccademico, abbandonò il suo primo maestro Emanuele Caggiano, alla cui bottega andò da bambino(1861) per lavorare con l’ amico Antonio Mancini da Stanislao Lista, dove imparò a modellare la creta e la cera percorrendo la via del verismo, rappresentando con straordinaria immediatezza soggetti popolareschi,pittoreschi con l’uso della luce che produce effetti simili a quelli della macchia in pittura.
Anche temi mitologici o allegorici, negli ultimi suoi lavori, a arricchire di sensualit  e dettagli la figura scolpita, i busti e teste in terracotta e bronzo. Il successo è immediato con il “Giocatore di carte”,bronzo esposto per la prima volta nel 1868 alla Promotrice di belle arti, acquistato da Vittorio Emanuele II e destinato al palazzo di Capodimonte;Gemito attinge dallo stesso mondo anche per la figura dell’ Acquaiolo (1880-81, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; del “Malatiello”, terracotta (1870, Museo di San Martino) dove la vena si fa quasi impressionista, e del “cinese”, terracotta, (1876, collezione Minozzi), per giungere alla nota immagine dello scugnizzo napoletano accovacciato su uno scoglio “il Pescatorello” (1877),dove la naturalit  della figura rivela una familiarit  con l’antichit  classica. Opera simbolo dello straordinario successo internazionale di Gemito.
Nel suo patrigno, Francesco Jadicicco “mastro Ciccio” facilmente si scorge il modello di un’ altra celebre figura il”Filosofo”.
Attivo fino agli ultimi giorni di vita, giunto tardi a una colazione in casa del pittore Volpe, l’anziano maestro spiegò ” aspettavo un facchino e non è venuto – per consegnare un lavoro – m’aggio miso ‘a statua ncuollo e nce ll’aggio purtata io stesso a o cliente”.

Orari tutti i giorni dalle 9.00 alle 14.00; venerd e sabato
9.00-20.00; marted chiuso
Biglietti
Integrato €6
Ridotto €3

Nelle foto, due opere di Gemito La zingara e l’autoritratto