Artista sovversivo, provocatore dal linguaggio minimale e ironico, Sislej Xhafa espone la sua personale “Ancora senza titolo” al museo Madre fino al 12 settembre. la prima grande personale in un museo italiano dell’artista albanese. Le questioni dei diritti umani, della migrazione, del viaggio illegale, a partire da un’esperienza anche personale, vengono trattati da Xhafa con sottile ironia e senza moralismo attraverso l’uso di diversi materiali e supporti, dalla scultura al disegno, dalla performance alla fotografia. I suoi lavori sono performance provocatorie e paradossali che vedono il coinvolgimento di altre persone.
Condizionato e ispirato dalle attuali vicende lampedusiane propone nel museo di via Settembrini grandi istallazioni e opere in work in progress che si svilupperanno nel tempo con l’apporto dei visitatori. Indissolubile è nel suo lavoro l’intreccio tra politica ed economia trattato con un linguaggio minimale e, al tempo stesso, sovversivo. Xhafa dice che «La realt  è più forte dell’arte. Come artista non voglio riflettere la realt  ma interrogarla. Il mio background sociale non abbraccia una linea d’azione razionale. Affronto il mondo e la vita guidato da un istinto primordiale».

Nella mostra napoletana il visitatore è invitato a percorrere un dispositivo di immagini in sosta, come parcheggiate in seconda fila, certamente irregolari, pronte a creare senso e significato altrove. Xhafa ha messo in evidenza nel corso degli anni il suo lavoro artistico sui temi economici, sociali e le realt  politiche. Ha interrogato lo status legale della sua terra d’origine, il Kosovo, presentando s stesso come Padiglione Clandestino nella Biennale del 1997; ha indossato gli abiti di un broker finanziario che non vende quote ma indica ai passeggeri della stazione di Ljubliana come e dove muoversi nella performance Stock Exchange; ha realizzando in una piazza di Torino un Job Center temporaneo in cui la realt  si trasforma in una sorta di palcoscenico; a New York ha mandato in giro un gruppo di giovani su un camion anni ’50 ad urlare l’elenco della voce «avvocati» sulle pagine gialle.

In foto, alcune delle opere in mostra