Ecco la quinta foto della rubrica “Bambini e Musei” dedicata al progetto omonimo, un’iniziativa dell’artista  Luigi Filadoro, presidente dell’associazione culturale étant donnés. La carrozza che riproduciamo è stata realizzata nell’ambito del laboratorio finanziato dai fondi POR Scuola Viva all’Istituto Comprensivo “49° Toti Borsi Giurleo” del quartiere Ponticelli a Napoli.
Luogo di fascino e grandi fantasticherie per i bambini, il cortile delle carrozze della Certosa e Museo di San Martino conserva due esemplari di berline reali tra le più belle giunte fino a noi.Si trovano nell’androne che collega il Chiostro dei Procuratori con i giardini della Certosa e hanno sullo sfondo lo splendido panorama che si gode dal Museo.
L’origine delle carrozze si perde nei secoli; già le popolazioni preistoriche poi gli antichi romani utilizzavano carri a trazione animale.
Nel Medioevo, invece, se ne fece un uso limitato. Tuttavia si ha notizia di mezzi simili a carrozze già nei documenti che testimoniano l’ingresso trionfale a Napoli, nel XIII secolo, effettuato da Beatrice d’Este, moglie di Carlo I d’Angiò, su un carroccio ricoperto da un drappo elegantemente decorato e l’ingresso a Milano nel 1271 di da papa Gregorio Xa bordo di una carretta chiusa da vetri.
Nel 1300 un esemplare di carrozza chiusa venne progettato e realizzato in occasione delle nozze di Galeazzo I Visconti e di Beatrice d’Este. Da quel momento l’uso della carrozza si diffuse ma soltanto tra le famiglie nobili; pare che Galeazzo Maria Sforza diventò collezionista e ne possedesse addirittura una dozzina.
Fino alla metà del 1400 andò di moda la veronese, cioè una carretta chiusa con un’unica cassa appoggiata sull’asse. Poi si diffuse dall’Ungheria un nuovo modello che prevedeva la sacca sospesa all’asse tramite cinghie e catene, che prese il nome di cocchio dalla località ungherese di Kocs in cui nacque.
Nel cinquecento si sperimentarono sistemi di sospensioni a molle, che però crearono molti inconvenienti soprattutto a causa delle strade sconnesse. In Francia la carrozza si diffuse molto lentamente e nel 1500 a Parigi esistevano soltanto tre esemplari, mentre nello stesso periodo in Inghilterra questo veicolo era ancora sconosciuto.
In Italia possedere una mezzo simile divenne una vera moda e, dalla metà del XVI secolo, le industrie ferraresi divennero le più rinomate produttrici per il mercato internazionale.
A Milano l’utilizzo era regolamentato a uso esclusivo dei nobili, negando l’uso ai borghesi e a Roma il papa Sisto V limitò l’uso del mezzo per l’eccessivo rumore. Nonostante tutto l’impiego della carrozza divenne sempre più ricercato e, talvolta, un vero motivo di ostentazione come la carrozza di gala realizzata per le nozze di Odoardo I Francese, che pesava ben sette quintali ed era capace di ospitare a bordo otto passeggeri. Nel 1556 la mania di ostentare carrozze sempre più ricche e impreziosite da bellezze artistiche costrinse le amministrazioni di alcune città, per esempio Bologna e Mantova, a introdurre un’ordinanza che limitasse l’impiego di ornamenti.
Secondo attendibili testimonianze storiche la prima carrozza dell’epoca moderna con abitacolo chiuso da sportelli dotati di vetri nacque a Berlino nel 1670, su invenzione dell’architetto piemontese Filippo Di Chiese. Abile progettista che si occupò principalmente di realizzazioni architettoniche tra cui il castello di Glienicke, fu architetto di corte presso Potsdam, vicino a Berlino, al servizio del principe elettore Fderigo Guglielmo di Brandeburgo. Per suo volere Filippo Di Chiese realizzò questo primo modello di carrozza che, forse per la vicinanza alla capotale tedesca, venne chiamata “berlina”.
Da allora, l’utilizzo della carrozza vide il suo apice divenendo il nuovo simbolo borghese con una diffusione capillare in tutta Europa e nel nuovo mondo in svariate versioni. Sempre alla fine del Seicento, in Italia,Milano conquistò il primato della sua diffusione con oltre 1.600 berline circolanti, costringendo le autorità a formulare i primi regolamenti stradali.
Ma a parte la storia delle carrozze come mezzo di trasporto, antenate del tram e del bus dell’epoca moderna, la carrozza è presente nelle fiabe e stimola l’immaginario dei bambini come mezzo di trasformazione, che traghetta un cambiamento di status, per esempio dalla povertà delle masserizie allo sfarzo del ballo di corte per la gatta Cenerentola che compare per la prima volta ne “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille” di Gian Battista Basile, noto anche come Pentamerone.
Ma torniamo alla Certosa e Museo di San Martino, la più antica delle due carrozze che possiamo vedere, la Carrozza della città, fu realizzata in legno dorato ed arricchita da dipinti e pregiati tessuti tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo. Fu donata al Museo, nel 1869, dal Municipio di Napoli. Commissionata dal Tribunale di San Lorenzo, alla fine del ‘600, oltre a rappresentare il meglio della manifattura di carrozze, che si sviluppò a Napoli dalla seconda metà del ‘600 fino agli ultimi decenni del ‘700 è l’esemplare più antico di carrozze reali.
Realizzata su ordine del Tribunale di San Lorenzo per trasportare gli Eletti della Città, veniva utilizzata per le cerimonie ufficiali, come le processioni del Corpus Domini, e uscì per l’ultima volta nel 1861. Ha un ruolo simbolico nella storia del popolo napoletano, essendo legata alle più importanti parate che avevano luogo nella città, prima fra tutte quella di Piedigrotta, raffigurata in alcuni dipinti settecenteschi, come quello attribuito a Tommaso Ruiz che si conserva nello stesso Museo di San Martino. Anche per la processione del Corpus Domini, fino al 1861, veniva utilizzata la carrozza degli Eletti.
Da studi e documenti si evince che questa berlina, agli inizi del secolo XVIII ebbe una serie di interventi, tesi ad attualizzarla ai dettami dello stile del tempo.
Tutte le superfici lignee della pesante struttura recano motivi decorativi intagliati e dorati, per lo più di carattere vegetale o simbolico, alludenti alla città partenopea.
L’imponente cassa , dalla linea slanciata, a diamante, reca alla sommità un fregio in bronzo dorato con figure allegoriche, motivi floreali e gli stemmi di Napoli. Anche al centro delle portiere sono applicati degli scudi bronzei, in origine dipinti, e vasi in lamina metallica decorata.
Gli interni, probabilmente rifatti alla fine del ‘700 e nei primi anni dell’800, sono in velluto rosso di seta damascata con nappe e galloni in fili di seta dorata e tendine di raso in seta ai finestrini.
La Berlina di corte appartenne invece alla regina Maria Cristina di Savoia ed è databile tra fine Settecento e inizi Ottocento.
Nel 1886, durante una risistemazione del museo, l’ambiente fu pavimentato e coperto; in questa  occasione furono collocati alle pareti gli Stemmi di provenienza reale e vicereale. Alcuni di questi provengono dalla Porta Medina, distrutta nel 1873, e giunsero a San Martino nel 1889; lo Stemma dei Borbone delle Due Sicilie, fregiato del collare dell’Ordine di San Gennaro, proviene dalla porta d’ingresso di Castel Nuovo.
Sul lato sinistro dell’androne si conserva la Colonna della Vicaria, originariamente collocata all’ingresso di Castel Capuano, e dinanzi alla quale nel XVII e fino al XVIII secolo venivano esposti ed umiliati i debitori insolventi, come si vede nel celebre dipinto di ignoto del Seicento Il Tribunale della Vicaria esposto nello stesso Museo. Insomma, San Martino val bene una visita.

 

 

IL PROGETTO DI LUIGI FILADORO

 Bambini e Musei è un’iniziativa di Luigi Filadoro per l’associazione culturale étant donnés (da lui presieduta) che promuove da molti anni percorsi e laboratori finalizzati ad un coinvolgimento concreto e protagonista dei bambini nel patrimonio culturale e artistico, guardando al museo e alle sue collezioni come campo semantico di grande valore ed eccezionale luogo di incontro.
Oltre a potenziare le abilità manuali e creative, il principale obiettivo è promuovere un diritto di inclusione e di cittadinanza intesi come interpretazione, appartenenza e partecipazione alla dimensione storico artistica e culturale che, dal proprio territorio inteso come esperienza e stratificazione complessa di segni e di rimandi, va oltre e diventa metodo e chiave di lettura della complessità, della pluralità e della differenza che ci circonda.
I lavori sono stati realizzati attraverso varie fasi: osservando le opere e realizzando in situazione una copia dal vero, perciò confrontandosi con le difficoltà di “ordinare” in forma grafica qualità percepite attraverso la forma artistica; rielaborando i loro stessi disegni attraverso un collage di carte colorate, con una tecnica suggerita da Depero e dai Futuristi; partecipando, con l’ausilio delle tecnologie e di semplici programmi per l’editing, alla costruzione dello “spazio pittorico” che caratterizza ogni singolo lavoro, frutto di collaborazione di classi intere o gruppi- classe; Attraverso una concreta partecipazione e grazie alla collaborazione dei Servizi educativi dei Musei, sono stati prodotti poster e guide, mettendo quindi i bambini e i ragazzi in una dimensione fortemente comunicativa rispetto ai loro elaborati e partecipando al punto di vista di ipotetici fruitori.
Il progetto “Bambini e Musei” è nato con finalità inclusive e di integrazione, nelle attività curricolari, di bambini e ragazzi diversamente abili e ha avuto inizio al MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
L’arte è per sua natura polisemica, portatrice di linguaggi eterogenei e temi universali declinati con modalità differenti, comprende modalità di espressione varie e interconnesse. Perciò è sempre incontro con l’alterità, con l’altro da sé e offre la possibilità di un discorso e un approccio interculturali.
Il museo è luogo privilegiato di dialoghi e relazioni: tra le opere che formano la collezione e tra il fruitore e le opere, in una dimensione di reciproco accrescimento.
Ter

 

 

 

PRIMA FOTO DELLA RUBRICA/Piccoli artisti crescono disegnando la dea Artemide, vibrante di luce

Artemide Efesia| ilmondodisuk.com
Artemide Efesia realizzata dai bambini coinvolti nel progetto

19 novembre 2018
Ecco Artemide.
Il disegno che pubblichiamo è stato realizzato da bambini del 69° Circolo iidattico di Napoli “S. Barbato” nei mesi di aprile e maggio 2017 nell’ambito del progetto in rete Tutti uguali ma tutti diversi attivato dall’IC “46° Scialoja Cortese” in qualità di capofila. I bambini, in una visita alla collezione farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli si sono soffermati sulla singolare statua di Artemide Efesia.
Copia romana del secondo secolo dopo Cristo, realizzata con materiali diversi, fu ritrovata nella residenza imperiale di Villa Adriana a Tivoli e fu successivamente trasferita da Roma a Napoli dove venne esposta per la prima volta. E’ una delle copie della statua di culto di Artemide venerata nel periodo ellenistico (IV-II° sec. a.C.) nel santuario di Efeso, un tempio enorme considerato dagli antichi “Una delle sette meraviglie del mondo”.
Efeso è una città greca attualmente in Turchia sulle coste dell’Egeo che fu importante e ricco centro di scambi commerciali.  La dea è raffigurata in una posizione rigida e dritta e protende le braccia; sul capo ha un alto copricapo cilindrico (polos), a forma di torre con porte ad arco, ai lati del quale emerge un disco, decorato con quattro protomi di leoni alati per parte; il busto regge quattro file di scroti dei tori a lei ritualmente sacrificati, anche interpretati come mammelle, come simbolo di fecondità; sulle gambe la veste aderente è ornata, nella parte anteriore, da protomi di leoni, tori e cavalli alati, all’interno di cinque riquadri sovrapposti; la statua appare ornata da numerose raffigurazioni di elementi naturali e che rappresentano la simbologia legata alla dea.
La presenza di queste sacche, mammelle o scroti di toro, ha avuto molte interpretazioni. Una di queste considera gli oggetti in questione offerte di miele, contenuto in semplici budelli, che i devoti usavano appendere al collo della statua di culto in una versione statuaria più arcaica e realizzata in legno scuro.
Tra gli animali domestici rappresentati sul vestito della dea, infatti, compaiono molte api, donatrici agli uomini dell’epoca dell’unica fonte di zuccheri concentrati. Successivamente, nella versione in marmo, ha conservato queste sacche votive che sono state scolpite come parte integranti della dea.
Artemide, figlia di Zeus e di Leto (o Latona), era considerata l’incarnazione della natura, rappresenta la natura estiva e vibrante di luce. Come suo fratello gemello Apollo, anche Artemide è lontananza e purezza, Incarna la natura incontaminata quindi era una dea vergine e così veniva descritta anche nell’inno omerico a lei dedicato: Artemide pure, la rumorosa dea dal fuso d’oro mai cedette all’amore di Afrodite, dal dolce sorriso.
Artemide così come la natura è ritrosa. Artemide era anche molto vendicativa se trascurata o disturbata nelle sue attività, e in quanto vergine, protettrice della castità; proteggeva le ninfe al suo seguito, ma non esitava a scacciarle se si lasciavano sedurre, inoltre procurava alle donne le doglie del parto e la febbre puerperale, ma contemporaneamente le assisteva nel parto.
Infatti, subito dopo essere nata, fa da ostetrica e assiste la madre nella nascita di Apollo, suo gemello; come ostetrica veniva invocata coi nomi di Locheia e Orsilochia ma, oltre a farli nascere, la dea si prendeva cura dei bambini anche occupandosi di insegnare a curarli ed educarli.

Ecco come i bambini interpretano i presepi di San Martino
Ecco come i bambini interpretano i presepi di San Martino

SECONDA FOTO DELLA RUBRICA/ Quell’arte dei presepi tanto amata da re Carlo (di Borbone)
Nelle vecchie cucine della Certosa e Museo di San Martino, di fronte al Refettorio nel bel mezzo del corridoio costruito dal Fanzago per unire il Chiostro dei Procuratori con il Chiostro Grande, la sezione presepiale illustra la magnificenza e l’abilità di un artigianato che a Napoli ha assunto dignità artistica e continua ancora oggi a sorprendere con invenzioni e personaggi dell’attualità che ogni anno si aggiungono alla variegata folla di pastori. Il testo  che segue Il testo è tratto dalla guida “ La sezione presepiale, Certosa e Museo di San Martino” pubblicata a giugno 2018 e realizzata con illustrazioni e testi dei bambini delle classi V B e V C del 38° Circolo Didattico di Napoli “G. Quarati” con le docenti Caterina Petrocelli, Annamaria Longobardi, Chiara Campanile, Giuseppina Cappelli.
«La sezione presepiale di San Martino si divide in otto sale;
 nelle prime due ci troviamo di fronte delle statue molto belle, antiche, dorate ed eleganti. I due personaggi inginocchiati che vediamo in diversi gruppi di sculture dipinte sono la Vergine e San Giuseppe. (…) notiamo una grande scena con una ventina di figure grandi quasi a grandezza naturale che proviene dalla Chiesa di San Giovanni a Carbonara. E’ un presepe fatto dagli scultori Pietro e Giovanni Alamanno verso la fine del 1400 che era composto da più di quaranta figure ma a noi sono arrivate solo quelle che vediamo.
Ci sono angeli e altre figure che stanno vicino alla scena principale e ci sono sembrati molto teneri la Madonna e San Giuseppe che guardano assorti il Bambino (che non c’è!) (…). Qui c’è un bellissima statua in cui Maria riposa solitaria e assorta; è una scultura trecentesca (1320-1325) in legno policromo, donata alle suore del convento di Santa Chiara dalla regina Sancia de Maiorca , moglie del re Roberto d’Angiò.
Il letto su cui riposa la Vergine è abbellito da un lenzuolo con decorazioni a fasce di disegni geometrici, e la statua è di legno colorato (…).
Ci sono altri due gruppi di legno policromo dello stesso periodo che ritraggono San Giuseppe e la Madonna. Sono sculture di Pietro Alamanno e Giovanni da Nola e provengono da due Chiese diverse. Il gruppo di Giovanni da Nola faceva parte di una scena dell’altare maggiore di una Chiesa distrutta e che non c’è più, la Chiesa dei Falegnami.  Le due figure sono a “rilievo” cioè sporgono da un fondo piano e non ci si può girare intorno come le altre statue, che si dicono “a tuttotondo”. Continuando nelle altre sale del museo si vedono scene e pastori bellissimi proprio come quelli che vediamo nelle nostre case nel periodo natalizio!
Notiamo subito che la grandezza delle statue è diversa. Tra il 1400 e il 1700 il presepe cambia molto e diventa come noi lo conosciamo, i pastori diventano molto numerosi con l’inserimento di nuovi personaggi, alti 35-40 centimetri e le scene sempre più suggestive. Il presepe napoletano diventa artistico e non c’è famiglia benestante che non ne possiede uno; nascono anche concorsi per premiare il presepe più fantasioso, più originale e più ricco. Le famiglie fanno visita ai presepi altrui, che si costruiscono prima di Natale e vengono smontati il 2 febbraio, giorno della Candelora.
Pare che anche il re Carlo di Borbone amasse passare il tempo a costruire le scenografie per il suo presepe e la regina Amalia a cucire e ricamare vesti per i pastori.
Artisti affermati danno il loro contributo: gli scenografi studiano effetti di luce e luccichii sorprendenti, i musicisti compongono cantate e novene da eseguire davanti ai presepi, i pittori preparano bozzetti e fondali per le ambientazioni, gli scultori e i modellatori plasmano nuovi personaggi molto espressivi, i sarti confezionano piccoli abiti molto preziosi per vestire le statuine.
Dal 1700 in poi i pastori sono snodabili e manovrabili perché non vengono più scolpiti nel legno, ma con il corpo di stoppa annodato su un’anima di fil di ferro, la testa e gli arti in terracotta scolpita e colorata (…).
I mandriani e gli animali sono i primi personaggi che incontriamo. Sono uomini semplici, con vestiti umili e la borraccia di cuoio a tracolla, una coperta sulle spalle e il giacchetto di lana.
Hanno visi molto espressivi e anche molte rughe e si capisce che fanno un lavoro molto faticoso e sono esposti al freddo per badare ai loro animali (…).
Il re Carlo di Borbone (e poi suo figlio Ferdinando) oltre a costruire presepi con piacere governa e fa molte cose per i più poveri, soprattutto per i contadini e gli allevatori.  Sviluppa allevamenti di bestiame e aziende agricole nelle tenute di campagna vicino Napoli e importa molte razze di mucche, pecore e capre che si incrociano con le razze locali e danno vita a nuove varietà di animali. Ne troviamo moltissimi, con manti e pelature particolari e modellati con molta precisione. Capre, mucche e pecore accoccolate per terra a riposare, da sole o in gruppi compatti e raccolti a cercare tepore reciproco, che guardano i visitatori con espressione tenera e affettuosa dalle vetrine illuminate del museo (…).
L’Oriente è presente nella scena della Natività con i tre Re Magi e il fastoso corteo che li accompagna.
Nel settecento, quando il presepe ha la sua massima espressione, si diffonde la moda e il gusto per l’orientalismo; il re Carlo di Borbone stipula il Trattato di Costantinopoli nel 1741 con l’Impero Ottomano e ospita presso la sua corte l’ambasciatore straordinario del Sultano. Lo sfarzo delle vesti e degli alabardi, l’armamento dei suoi cavalli, i doni esotici del Sultano al Re, tra cui un elefante dalla zanna spezzata, giraffe e scimmie, le feste e le sfilate di carri trionfali organizzate in città offrono ai napoletani l’immagine di un mondo incantato.
Fantasticando suoni e colori orientali ci perdiamo nelle stanze del museo e  incontriamo delle vetrine che si possono guardare da tre lati, dette scarabottoli, con altre scene di presepi.
Contengono la collezione di pastori che gli avvocati Pasquale Perrone e Eduardo Ricciardi hanno donato al Museo (…).
Per concludere incontriamo il presepe Cuciniello che prende il nome da Michele Cuciniello, un architetto napoletano che visse nel 1800, collezionista di pastori del ‘700. (…).
Lo scoglio del presepe Cuciniello è diviso in tre parti, che corrispondono ai tre episodi tradizionali della storia del presepe: il luogo dell’annuncio ai pastori, la Natività, la taverna. La Natività è ambientata tra le rovine di un tempio romano, sormontato dagli angeli; l’annuncio ai pastori, ambientato tra capanne di pastori sorpresi dall’improvvisa comparsa dell’angelo annunciante; la taverna, una casa a due piani con le vivande e i clienti che l’affollano. Nel presepe ci sono 173 personaggi umani, 7 maiali, un coniglio, 2 scimmie, 10 cavalli, 42 angeli e più di 300 piccoli oggetti di ornamento. Il presepe è dotato di un impianto di illuminazione che simula l’alternarsi di alba, giorno, tramonto e notte. Fu inaugurato il 28 dicembre 1879».

Qui sopra, la foto dedicata all'affresco di Clemente
Qui sopra, la foto dedicata all’affresco di Clemente

TERZA FOTO DELLA RUBRICA/Ave Ovo: così Francesco Clemente celebra al Madre i luoghi d’infanzia. Ma è l’India la sua musa

Con i bambini alla Fondazione  Donnaregina per le arti contemporanee, in via Settembrini 79, nel cuore della Napoli antica

Realizzato su due piani del Museo Madre di Napoli, il monumentale affresco Ave Ovo è un enorme autoritratto dell’artista napoletano Francesco Clemente e celebra i luoghi cari alla sua infanzia e alla sua memoria.

Si snoda con immagini, simboli e temi tipici della cultura partenopea, per esempio la tombola, e trova il suo punto focale nell’autoritratto dall’artista come San Gennaro, con in mano una maschera di Pulcinella e sistemato al punto di raccordo tra i due piani dell’affresco.
Il pavimento, realizzato da maestranze vietresi della costiera, riporta decorazioni tipiche e nell’impianto generale ricorda un campo di calcio.
Il viaggio è senza dubbio lo stimolo maggiore per la creatività di Francesco Clemente e nei suoi lavori si fa pretesto per raccontare una storia tracciandone solo i punti essenziali. La fascinazione per l’ignoto accresce la curiosità dell’artista e questo riverbera in tutti i suoi dipinti.
L’India è la terra da cui ha tratto maggiore ispirazione. L’artista è stato affascinato dalla cultura mistica del luogo e i suoi aspetti più remoti, tanto da trascorrere parte della sua attività a Varanasi. Allo stesso tempo l’artista è condizionato dalla cultura pop degli Stati Uniti in cui Clemente è riuscito a raccontare le sue ‘storie’ e a fare amicizia con Warhol e Basquiat.
Tutto questo peregrinare, descritto con gli occhi di un testimone e spettatore, è materia viva in questo affresco nel quale ripercorre la sua infanzia napoletana fatta di luoghi e simboli antichi.

Ecco la quarta foto della rubrica dedicata a Pietrarsa
Ecco la quarta foto della rubrica dove svetta il treno

QUARTA FOTO DELLA RUBRICA/ Quando il treno diventa oggetto di (re)interpretazione

Se il treno può essere oggetto di (re)interpretazione e rientrare in un discorso estetico… Ecco la terza foto della rubrica dedicata al progetto “Bambini e Musei”, un’iniziativa dell’artista  Luigi Filadoro, presidente dell’associazione culturale étant donnés.
I ragazzi dell’ IC “47° Sarria Monti” portano avanti un lavoro sul Museo ferroviario nazionale di Pietrarsa da due anni che ha visto la pubblicazione di poster e di una guida. Di seguito proponiamo uno stralcio della guida realizzata nell’anno scolastico 2017/18 nell’ambito della seconda annualità del programma regionale POR Suola Viva finanziato dalla Regione Campania.
«Con la sagoma imponente del Vesuvio alle nostre spalle ci troviamo in un insieme di padiglioni dove il tempo sembra essersi magicamente fermato: sono i resti di una prestigiosa edilizia industriale, il Real Opificio Borbonico di Pietrarsa che Ferdinando II di Borbone volle costruire in zona Portici subito dopo l’inaugurazione del primo tratto ferroviario d’Italia, la Napoli-Portici, nel 1839, con lo scopo di fabbricare e riparare le locomotive dei treni. In un ampio piazzale in riva al mare, accanto ad una pensilina d’epoca, c’è la statua del re Borbone, un re innovatore e che credeva nel progresso e nelle nuove tecnologie: la costruzione del Real Opificio era inserita in una prospettiva di emancipazione industriale da altri Paesi capaci di gestire le tecnologie di viaggio. Le Officine sono state in funzione dal 1840 al 1977, l’avvento delle nuove tecnologie di locomozione le resero superate e un adeguamento delle attrezzature alle nuove esigenze meccaniche troppo costoso; perciò furono chiuse nel 1977 come cantiere e aperte al pubblico come museo nel 1989.
Padiglione A. Questo magico padiglione è uno dei più grandi e si trova di fronte all’ingresso del Museo. Ospita le più importanti locomotive a vapore, tra cui la Bayard, gemella della locomotiva Vesuvio che inaugurò il primo tratto della ferrovia Napoli – Portici nel 1839.  Troviamo  anche la carrozza reale con l’elegante tappezzeria di velluto e le rifiniture dorate. All’esterno ci sono i sedili per il personale viaggiante; la carrozza di terza classe è aperta, con panche di legno e si viaggiava protetti da una tettoia e tendine laterali. Sul tetto della carrozza sedevano i frenatori, con l’incarico di arrestare il treno con una manovella che azionava ganasce sulle ruote. Osservando la piccola locomotiva Bayard si possono riconoscere le parti che la compongono: il forno, la camera a fumo, i cilindri e il fumaiolo in nero; il macchinista, il fuochista e lo scaldatore viaggiavano allo scoperto. In coda al convoglio troviamo la carrozza bagagliaio.
Padiglioni B e C. Qui troviamo esposte carrozze e locomotori storici, tra cui una carrozza che fungeva da vero e proprio ufficio postale. Risale all’epoca sabauda, in cui il servizio postale non era ancora organizzato con uffici sul territorio, il treno postale arrivava nelle stazioni e i cittadini potevano usufruire di servizi postali come vaglia o raccomandate. Accanto c’è un’altra carrozza speciale, una cellulare del 1913 per il trasporto di detenuti. E’ composto da celle di 60 centimetri di larghezza, individuabili dall’esterno da lucernari e prese d’aria. Altra particolarità è il treno Centoporte, che consentiva ai viaggiatori di accedere direttamente al loro posto. Il gioiello di questo padiglione è la carrozza Salone del Treno Reale, il treno utilizzato per il matrimonio di Umberto di Savoia con Maria Josè del Belgio. Il treno passò alla Presidenza della Repubblica.
Gli interni molto lussuosi, hanno il soffitto decorato in oro zecchino con plafoniere in vetro di Murano e un fascione sul quale sono riprodotti gli stemmi delle maggiori città italiane. La tappezzeria è di velluto damascato e tutta la boiserie è in legno di ciliegio. Al centro c’è un tavolo di mogano della lunghezza di otto metri realizzato in un solo pezzo. Vi potevano sedere ben 26 commensali. Maniglie e griglie di copertura dei caloriferi sono in bronzo finemente decorato. Vicini al salone più grande ci sono i due salottini con tutti i comfort, riservati al re e alla regina. Il convoglio era attrezzato per avere un’autonomia di tre mesi e comprendeva una vettura in cui erano custoditi tutti i pezzi di ricambio necessari per l’immediata riparazione del treno. Fu donata al Museo di Pietrarsa nel 1989 dal Presidente Francesco Cossiga. Andando avanti incontriamo le Littorine, un vero e proprio gioiello dell’industria tranviaria; assomigliano più ad un autobus che a treni, con la tipica linea arrotondata e parafanghi bombati sulle ruote. (…)
Il nostro racconto di questo straordinario e affascinante museo termina con il padiglione più antico del complesso, il Padiglione G, noto come “la Cattedrale” per gli imponenti e magnifici archi a sesto acuto  che gli conferiscono un aspetto suggestivo e maestoso. Costruito nel 1840, vi sono collocati arredi di stazione di ottima fattura artigianale e modelli a grande scala di stazioni e treni. Qui è posto anche il grande plastico Trecentotreni, lungo 18 metri e largo più di due, una vera attrazione per i bambini che visitano il Museo. Al centro delle due navate troviamo la prima motrice verticale a vapore costruita nel 1846».