Ecco la seconda puntata  del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Il gabbiano”, il volo di una giovane creatura che non ha ancora l’esperienza per capire se corre pericolo…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione, Si vendono poesie, Lei e lui (dialogo semiserio fra due ex coniugi), Il tramonto.
SECONDA PUNTATA
A un tratto, proprio davanti a sé, vede un suo simile. L’altro gabbiano non deve essere molto lontano e certo si è accorto di lui perché lo guarda fisso. Spostandosi leggermente sulla grondaia il gabbiano aspetta che l’altro si avvicini ma quello resta immobile e non sembra che si voglia muovere. Forse, pensa il gabbiano, sta in un posto piacevole e certo vuole che vada io da lui. E si alza in volo andandogli incontro.
Troppo tardi si rende conto che quello sbattere di ali che vede davanti a sé non è il gabbiano che gli viene incontro. Ogni tentativo di frenare il suo volo, bloccandosi in aria, fallisce; l’urto, contro la grande vetrata, è violento. Le ali si agitano in maniera scomposta perdendo qualche piuma che, lenta, fluttua nell’aria. Le unghie, per quanto estese, non riescono a far presa sul quel vetro; le forze gli vengono meno e in un tentativo di risistemare le ali in asseto di volo, precipita.
La caduta si arresta su una tenda azzurra. Ancora un miraggio? O l’inganno di un mare che, ora, è solo nel suo sguardo? Sente di essere vivo anche se una goccia di sangue decora un angolo del becco. Non sa dire per quanto tempo resta fermo; aspetta, piano, di riprendere le forze.
Dopo un po’, tutto intorno gli appare una luce attutita. Certo deve aver dormito; anche i rumori sono diminuiti e, sporgendosi dalla tenda, si accorge che la strada, quasi deserta, non è lontana. Lasciarsi andare non dovrebbe essere uno sforzo enorme; sarebbe un salto di pochi metri. Teme però che, una volta giù, non riuscirebbe subito a riprendere il volo e restare fermo sulla strada può essere pericoloso. Questo lo ricorda bene; gli anziani gli hanno ripetuto di stare attento qualora avesse deciso di scendere giù. Forse la cosa migliore è trascorrere ancora del tempo li dove si trova fino a quando sarà sicuro di aver recuperato le forze. Riesce a sollevare l’ala, piano; il dolore non gli da più molto fastidio. Cerca la posizione più comoda per piegare la testa con le zampe che raspano sulla tela.
Ora che anche il ronzio di un vicino motore ha smesso, cullato da un leggero movimento della tela pensa ai suoi cari lontani ma non è avvilito. Non sa che la sua avventura ancora non è finita. Poco dopo, infatti, è costretto a scuotersi: la tela, con un leggero cigolio, si sta muovendo; qualcuno la sta richiudendo.
Piano si sposta sul bordo e salta giù. L’atterraggio non gli procura alcun dolore confermandogli che è quasi guarito. Presto potrà riprendere il suo viaggio. Zampetta guardando un cumulo di rifiuti, che un ragazzo ha portato fuori. Sono verdure, ma c’è anche qualche residuo di frutta e alimenti che non conosce ma che trova buoni. Un fruscio nell’aria gli suggerisce, istintivamente, di saltellare più lontano, in tempo per evitare la scopa che qualcuno gli sta calando addosso.
L’ombra di una vicina macchina in sosta diventa l’immediato rifugio. Con il giorno sarà più facile capire dove si trova ma è anche vero che allora ci sarà molta gente in giro e lui ancora non è sicuro di poter riprendere il suo volo. Un leggero squittio interrompe il suo riposo. Sul cumulo di rifiuti grossi topi si arrampicano e strisciano famelici. Sono tanti, troppi e potrebbe essere una battaglia difficile, meglio rinunziare. Nella strada ancora non c’è rumore e decide di aspettare. Piano scivola, di nuovo, in un sonno piacevole; le emozioni lo hanno stancato; un riposo non può che fargli bene.
E quando riapre gli occhi si guarda intorno; sente che è giunto il momento di riprendere il suo viaggio. Sulla strada, ancora deserta, c’è già qualcuno che cammina veloce. Lungo il muro, scivola un gatto; potrebbe essere un pericolo ma è così vecchio e spelacchiato che non è difficile spaventarlo. Basta, infatti, aprire le ali e quello scappa evitando una macchina sopraggiunta a tutta velocità. Ho aperto le ali, pensa il gabbiano, anche se volare è tutta un’altra faccenda. Sa che non può fermarsi; prova ad alzarsi sempre più in alto con saltelli. Ogni passo gli dà una maggiore sicurezza. Lo stridere, violento, di una saracinesca lo spaventa ed un fiato nero e puzzolente di un motorino lo investe facendogli bruciare gli occhi.
Dall’angolo in cui si è nascosto, dietro un cassonetto, vede avanzare un carretto, tirato da un cavallo, che trasporta frutta e verdura.
L’uomo si è fermato vicino al marciapiede e grida per richiamare possibili compratori. Tutto si svolge in fretta perché è sopraggiunto un vigile che lo obbliga ad allontanarsi. Quando tutti sono andati via, dopo un ultimo grido, l’uomo copre con un telo la sua roba e riprende la sua strada.
È un buon momento, pensa il gabbiano e con un salto, nemmeno molto alto, plana sul carro nascondendosi sotto il telo.
Questa è fortuna, pensa, perché dove si trova non è nemmeno difficile beccare sulla frutta. Dopo un po’ sazio e sentendosi al sicuro, può riposare in pace. La strada è lunga ed il passo del cavallo monotono, concilia il sonno.
Quando si sveglia, il carretto sta camminando su una strada polverosa; tutto intorno si vedono solo filari di alberi ed alte siepi.
Hanno lasciato la città ma tutto quel verde non può essere il mare e quando ha sorvolato la campagna, dall’alto, tutto gli era sembrato diverso.
La polvere, sollevata dalle ruote del carretto, è fastidiosa; gli entra in gola e non gli lascia vedere bene dove si trova.
Deve decidere se proseguire; certo dove il carretto arriverà ci saranno altri uccelli ma anche altri animali che non conosce; è incuriosito ma teme di non essere ancora pronto per affrontare eventuali nemici per cui salta giù meravigliandosi, lui stesso, di non sentire quel fastidioso indolenzimento. La strada è solo un lungo rettilineo polveroso; su un lato scorre una roggia alle cui acque si disseta mentre, per qualche momento, resta a galleggiare. Il beneficio dell’acqua fresca gli penetra nelle zampe e nelle penne. Immerge il capo per poi sollevarlo spruzzando, tutto intorno, una esplosione di gocce. Il ricordo del suo mare e di quando scherzava con gli amici fra le sue onde dura poco.
Ritornato sulla strada col becco si pettina le piume che hanno ritrovato la loro disposizione naturale liberandosi di un filamento limaccioso che è rimasto impigliato ad una zampa.
(2.continua)

 

Quel giovane gabbiano che vola senza sentire nell’aria la brezza di mare

PRIMA PUNTATA

Gira alto nel cielo disegnando larghi cerchi; si ferma, solo un attimo, vibrando nell’aria e poi, con una picchiata quasi verticale si fionda verso il suolo, per risalire poi veloce disegnando cerchi sempre più stretti. Stringendo le pupille, il gabbiano si guarda tutto intorno.
È una realtà che non conosce; è giunto da poco in città e dove stava prima, le dune selvagge della lunga spiaggia, segnavano il suo orizzonte. Lì dove è nato anche il cibo non era un problema: il mare vicino e le reti che i pescatori all’alba tirano a riva, gli procuravano sempre pesce in abbondanza. Sugli alti ed intricati rovi selvatici ha lasciato il suo nido nonostante le raccomandazioni dei parenti che, poi, lo avevano accompagnato in volo per un lungo tratto prima di ritornare sulla loro spiaggia. Ma lui è giovane, vuole vedere che cosa c’è oltre quelle collinette sabbiose che franano con il vento e che le continue mareggiate rimodellano.
Il suo piumaggio immacolato ha già attirato l’attenzione di non poche gabbianelle; anzi, qualcuna più sfacciata, gli si è avvicinata acquattandosi in un esplicito invito d’amore. Ce n’è una che spesso lo saetta roteando la rossa pupilla in cui navigano schegge d’oro; lui le ha fatto una mezza promessa: quando ritorno, le ha detto ma, prima di accasarsi, vuole vedere il mondo.
Ora, dopo un lungo volo, la stanchezza comincia ad essere troppa. Deve fermarsi, ma dove? Si rende conto che il mare, dove posarsi lasciandosi cullare dall’acqua, è ormai lontano.
Sta cercando dove riposare senza correre pericoli; la torre di un campanile o il tetto di una casa gli sembrano un posto per insetti e piccioni e non per un uccello con una maestosa apertura d’ali che quando si alza in volo proietta un’ombra che non spaventa gli uomini, ma gli altri uccelli come tortore e colombacci, che spesso invadono il suo territorio, eh! quelli sì.
Potrebbe planare su cumuli di spazzatura dove avrebbe modo di trovare anche di che rifocillarsi. Ma non riesce a decidersi. Gli sembra troppo volgare. Un albero, con esili braccia, sul quale vede, fermo, qualche uccello attira la sua attenzione. Tutto intorno vede molti alberi simili, una vera foresta. Ma sono veramente strani questi alberi che non gli danno la sicurezza di poterlo reggere; stanno tutti insieme piantati sui tetti delle case. Non ha mai visto un albero simile: un tronco, sottile come uno stecco, ed alcuni rami, anch’essi sottili, e senza nessuna foglia.
Possibile che in città sia già giunto l’inverno? si chiede non avendo riconosciuto le metalliche antenne televisive. Come tutto questo è diverso dal suo mondo; ed anche quell’assordante suono che sale dalla strada non lo aiuta ad orientarsi. Abituato al fruscio dell’acqua sulla sabbia ed al vento che piega le alte frasche delle dune, quel continuo boato lo atterrisce. Vede giù una folla di macchine e molte persone che camminano; sembra quasi che contendano lo spazio ai mezzi che sbuffano folate di aria calda e puzzolente; anche l’odore è insopportabile. Si chiede come sia possibile vivere in tutto questo rumore.
Ma ora occorre decidere e in fretta. Continua a volare con giri sempre più stretti cercando così di risparmiare energie. Ecco, quel piccolo specchio d’acqua potrebbe fare al caso suo. Il luccicare dell’acqua ad ogni movimento, gli torna familiare. Decide di lasciarsi andare. Con un leggero frullo di ali leggermente aperte, plana giù, con le zampe palmate distese per meglio poggiare sull’acqua. Non è il momento di chiedersi che cosa farà dopo; ora si riposerà e chissà che in quello specchio d’acqua non riesca a recuperare anche qualche cosa da mangiare.
La delusione è immediata quando atterra sulla lucida superficie curva e, lentamente, scivola fermandosi su una grondaia. Non capisce quello strano mare di scaglie azzurre, lucide, sul quale batte inutilmente il giallo becco. Abituato a grandi spazi, quella superfice fatta di embrici maiolicati non appartiene al suo orizzonte.
Piega leggermente la testa per rassettare le piume che il lungo volo ha scarmigliato. Ai bordi della grondaia scorge fra ciuffi di fiori selvatici qualche verme. Non è il pasto che sperava ma almeno per ora occorre accontentarsi. Riprende la sua perlustrazione e benché poco esperto e frastornato dall’insolito ambiente che lo circonda, non ci vuole molto per accorgersi che, presto, la sua perlustrazione è già finita; dopo un giro è ritornato al punto di partenza.
In realtà la cupola, sulla quale è approdato, è un posto tranquillo dove poter ancora restare un po’ di tempo per riposare; ma il suono assordante di una campana gli crea un senso di vertigine il che per un volatile diventa una situazione pericolosa. Occorre trovare una nuova posizione ed anche in fretta. Si guarda intorno per decidere in quale direzione riprendere il volo.
Cerca di sentire, nell’aria, almeno un filo di brezza di mare per potersi orientare. Ma ormai ha capito che seguire odori in quel catino puzzolente che scorre giù nella strada, è un’idea stupida da lasciar cadere. È solo, ed a nulla serve ricordare tutti i suggerimenti che quelli più anziani gli hanno dato prima di partire. Ma è giovane e non ha ancora l’esperienza per capire se corre pericolo; e poi i giovani sono incoscienti proprio perché giovani ed è giusto che sia così.
Nella foto, gabbiani in volo
(1.continua)