Ecco la prima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Il tramonto”.
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione, Si vendono poesie, Lei e lui (dialogo semiserio fra due ex coniugi).

 

PRIMA PUNTATA

Una folata più forte fa volare, leggere, le foglie le quali, sospinte dal vento che ormai sa di autunno, si spostano lungo il viale alberato sul quale sta passeggiando. Un mulinello di foglie si attacca alle gambe trasformandolo in un fauno; un fauno vecchio e acciaccato che pure cammina ancora spedito.
In realtà non ha fretta e lo spettacolo presenta un ingenuo, infantile divertimento al quale non vuole sottrarsi. Affonda i piedi strusciando; ascolta il crepitare delle foglie secche sotto i suoi passi; foglie di ogni colore svelano tutto il fascino dell’autunno: dal giallo oro al bruno di terra bruciata, fino ad ogni possibile sfumatura di rosso.
Sorride: è proprio vero, pensa, che con la vecchiaia si ritorna un po’ bambini. Ma ora è tempo di rientrare. La breve pausa è finita; la realtà che l’attende è nel vuoto e nel silenzio delle stanze.
Oggi è un altro giorno in tutto simile a quelli appena trascorsi. E’ solo in casa; la badante, che da anni lo aiuta a gestire una situazione che diventa ogni giorno più difficile è dovuta uscire per una faccenda di famiglia. Nel pomeriggio, ormai inoltrato, la luce del tramonto, attutita dalle persiane accostate, invade l’ambiente dove Lucia, sua moglie, la compagna per quasi cinquant’anni della sua vita, resta, per ore, immobile senza dare alcun segno di vita.
Seduto accanto a lei, lascia cadere il giornale e la guarda; guarda quella fissità segno inequivocabile dell’avanzare della malattia che, da tempo ormai, ha colpito la donna. Nell’assenza di ogni rumore, la situazione appare in tutta la sua drammaticità. Il processo di devastazione è tutto compiuto. Quello che resta è soltanto una parvenza di vita; una presenza senza partecipazione. Un’assoluta mancanza di volontà e, soprattutto, di desideri.
È un’angoscia senza fine; ogni giorno sente venir meno le sue forze; quelle psicologiche innanzitutto. Non sa dare pace all’angoscia di un domani sempre più difficile. Accarezza la mano di sua moglie, abbandonata sul bracciolo della poltrona, nell’inutile tentativo di richiamare la sua attenzione.
Lei gira la testa, forse involontariamente, e lui le sorride cercando un barlume di vita in quegli occhi che pure lo guardano; almeno lui così crede. Non aveva mai compreso l’espressione sguardo assente. Che cosa può significare, si chiedeva. A meno che l’occhio non abbia subito un trauma, un danno fisico, in realtà le parti del nostro organo, sia pure senza connessione con il nostro cervello, dovrebbero continuare a funzionare; ed allora? Come può la pupilla apparire priva di luce, senza un’espressione? Ora però è tutto più chiaro; pur essendo integro nelle sue singole parti fisiche l’occhio appare opaco come se un velo impedisse di soffermare lo sguardo su un punto preciso.
Un qualsiasi oggetto o persona non lasciano alcuna traccia emotiva in quelle cellule che continuano a vivere senza uno scopo. Quell’occhio opaco, spento appunto, è solo la spia di una completa assenza di vita. Lui continua nel suo gesto affettuoso nella vana speranza che, improvvisa, una luce possa accendersi in fondo a quel pozzo nero. Restano entrambi immobili mentre il bagliore che filtra dalla persiana accostata piano piano diminuisce. Un leggero spiraglio lascia vedere l’ultimo accendersi del tramonto; è uno spettacolo che mette malinconia ma non tristezza perché è certo che domani, ancora una volta, il sole sorgerà regalando una nuova giornata di vita.
Guarda sua moglie il cui tramonto, purtroppo, è senza fine: un perdersi nel buio ogni giorno più profondo; ogni giorno la sua luce diminuirà senza possibilità di una inversione. A questo punto tutto è segnato inesorabilmente.
Suonano al telefono; lascia le mani di sua moglie che cadono come un peso morto, senza volontà, senza memoria alcuna della precedente posizione. È la badante che gli ricorda di dare la medicina delle cinque.
– Professore è facile- dice. – La pillola è nella sua confezione sul tavolo-. Poi spiega le manovre, in apparenza semplici, perché la moglie possa ingoiarla. “Un solletico sulla guancia, dice, le farà aprire la bocca e, dopo averle messo la pillola sulla lingua, un solletico sotto il mento, le farà richiudere la bocca”.
Esegue le indicazioni; gesti che la moglie ormai ripete in maniera inconsapevole. In realtà la parte più difficile consiste nell’assicurarsi che, poi, abbia veramente ingoiata la compressa. Il modo più sicuro, ha detto la donna, è di farla bere con la cannuccia.
Si vergogna per non aver mai saputo nulla di tutto questo. Si è sempre sottratto allo strazio di questo rito mortificante soprattutto per chi non può rifiutarlo per non parlare poi delle abluzioni che, ogni giorno, quel corpo subisce senza alcuna partecipazione. Questo, pensa, almeno le evita la mortificazione di gesti che non hanno più alcun rispetto delle sue volontà; gesti che, sia pure fatti con dolcezza, non nascondono l’assenza di ogni pudore. Guarda la moglie mentre tampona un rivolo che le scende da un lato della bocca: una oscena resa di autonomia; ma non ha il coraggio di controllare se la compressa è stata ingoiata.
In fondo è convinto che si tratti di una medicina somministrata come palliativo; ma di che cosa? Di quale qualità di vita? Di quali tempi supplementari? Ha spesso esternato i suoi dubbi al giovane dottore che, da tempo, monitora le condizioni di salute della moglie.
                                                                                      (1.continua)