Oggi, nell’intera giornata, avrò detto novanta parole; le ho contate, qualcuna in meno e non una in più. Del resto le persone con le quali, ogni giorno, ho un costante rapporto, sono poche e quasi sempre le stesse per cui è facile controllare.
Dunque, vediamo: questa mattina, come sempre, ha bussato il ragazzo dell’edicola che mi lascia il giornale sulla porta. Riconosco il suono perché è sempre identico, quasi un codice che il ragazzo usa per non crearmi fretta: due suoni brevi ed uno più lungo. Se però sono già in piedi e, semmai, vicino alla porta, faccio in tempo, come questa mattina, ad aprire e salutarlo.
-Buongiorno, grazie, buona giornata.
Ecco, allora, che ho detto le mie prime quattro parole. Quando arriva Nunzia, la mia badante tuttofare, mi trova, quasi sempre, che faccio colazione. Di solito si arrabbia perché non vuole che mi prepari io.
-Ma professore, santa pace, non mi poteva aspettare?
-Ma no Nunzia, cosa vuoi che sia. Lei non me lo dice, ma io so che il suo timore è sapermi vicino ai fornelli; e intanto ho detto altre sette parole.
-Ma no Nunzia, cosa vuoi che sia.
–Va bene, ora lasci stare, vada nello studio, qui faccio io. conclude sorridendo; anche questo fa parte del mio teatrino quotidiano.
Prima di accendere il computer sfoglio il giornale; se qualche notizia richiama la mia attenzione, mi soffermo, semmai la leggo; ma il più delle volte ripongo il giornale che riprenderò poi nel pomeriggio.
Sul computer la posta, molto spesso di scarso interesse, mi sottrae pochi minuti; rare volte devo inviare una risposta; poi riprendo il lavoro interrotto il giorno prima. Leggo, correggo, controllo qualche dato che non sono sicuro di ricordare e la mattina scorre via, senza altre parole. A volte il telefono interrompe il mio lavoro ma dopo il mio “pronto”, scaracchiato per la gola secca dovuta al forzato riposo, ecco la solita voce, gentile ma anonima, che attacca la sua filastrocca. Metto giù senza possibilità di replicare. Da qualche tempo hanno eliminato quel contatto umano quando sapevo che dall’altra parte del filo c’era una persona alla quale potevo almeno dire,
-No grazie, lei è molto gentile, ma sa, sono solo, è un prodotto che non mi interessa.
Non si può dire che fosse una vera conversazione ma almeno quella frase, che poteva essere coniugata in tanti modi diversi, era un contatto e, soprattutto, andava nel conteggio delle parole.
Credo che la voce sia il segno più evidente della nostra esistenza. Non a caso l’espressione “un silenzio assordante” nel suo significato di ossimoro, ben descrive la disperazione di una solitudine senza conforto.
Anche la telefonata di un amico, ricevuta o inoltrata, appartiene ormai ad un tempo lontano quando il lavoro ancora mi tendeva un filo di contatto con il mondo esterno. Ammetto che non saprei nemmeno, volendo, a chi telefonare. Ogni giorno che passa il numero di possibili rapporti diminuisce. Potrei telefonare al medico; poi mi ricordo che gli ho telefonato ieri e, forse, anche il giorno prima. Anche se è un amico e capisce il vero motivo della telefonata, ho ancora la decenza di rifiutare il ruolo del vecchio noioso e rimbambito quindi scarto questo espediente. A volte penso che anche il telefono diventerà rauco per l’eccessivo silenzio al quale è condannato.
Molti amici, colleghi o anche conoscenti sono morti; anche il rito del caffè al vicino bar è diventato una recita senza attori; ed anche quando intravedo un volto amico non ricordo più il nome o il motivo della nostra amicizia per cui un cenno della testa e tutto finisce lì. Ognuno si rinchiude in un mondo sempre più ristretto; e del resto anche il numero dei nostri giorni diminuisce.
Verso mezzogiorno, discreta, Nunzia si affaccia sulla porta dello studio.
–Professore, le ho preparato la frittata di riso come piace a lei; tra poco è pronto.
–Sì, Nunzia, grazie; ha fatto bene; da molti giorni non mangiavo riso. Sono contento; vengo fra poco.
Ora non ricordo se ho detto proprio così ma il senso è quello quindi, nel mio misero repertorio quotidiano, devo aggiungere altre diciassette parole. Non credo che debbo contare anche la punteggiatura, no, certo, quella non si pronunzia quindi non vale
–Proprio buono, grazie Nunzia, se vuole andare vada pure, non si preoccupi.
–Sì, professore, grazie, glielo volevo chiedere; oggi devo passare dal dottore; però, mi raccomando, lasci tutto così. Nel forno le ho messo qualche frittella per la cena ma, se non vuole, le potrà mangiare anche domani. Anche la moka è pronta, vuole che l’accendo?
–Sì, grazie, se può attendere ancora un minuto, lo prepari, semmai lo prendo più tardi, grazie, e poi vada, ci vediamo domani.
-Ecco, le ho portato la tazzina nello studio. Allora io vado? Se ha bisogno, si ricordi che il mio numero è scritto, in cucina, sulla lavagna. Vado tranquilla”?
-Sì Nunzia, vada pure, non si preoccupi, ci vediamo domani.
Mentre bevo il caffè che mi ha preparato, ripasso, quasi fosse un copione, sempre eguale, da mandare a memoria, le tre ultime frasi del colloquio con Nunzia: sono, le ripasso nella mente, da aggiungere a quelle già conteggiate prima.
Rifletto; è una donna intelligente; credo che abbia capito il mio stato d’animo che, da qualche tempo, sta minando la mia serenità; certi giorni mi chiede un consiglio su argomenti di scarsa importanza; sono quasi sicuro che s’inventa problemi inesistenti per coinvolgermi in una discussione o meglio, in un rosario di parole che mi lasciano infastidito anche se capisco ad apprezzo il suo ingenuo modo di aiutarmi.
Non voglio ritornare subito al mio lavoro; mi lascio prendere da un leggero torpore; le giornate si stanno allungando ed il sole, ogni giorno che passa, si ferma qualche minuto in più sulla parete della stanza. Seguo questo spostarsi della luce ed intanto mi soffermo sul trascorrere delle stagioni; il pomeriggio è lungo ed il silenzio della casa, a volte, crea un senso di disagio ai limiti dell’angoscia. In questi casi la voce della televisione può aiutare; l’abbasso fino a non distinguere le parole, solo un mormorio confuso.
Poi spengo, meglio un po’ di musica. Mi risiedo al computer; cerco di ricordare quel pensiero che mi era venuto, prima, mentre mangiavo. Ecco, sì; comincio a digitare. Improvvisa si riaffaccia questa riflessione che, da giorni, martella la mia mente: quante parole avrò detto questa mattina? E il conto da aggiornare non mi tranquillizza più di tanto. Potrei, se il mio silenzio diventa insopportabile, leggere ad alta voce, ma sono sicuro che mi sentirei ridicolo; oppure, perché no, anche recitare qualche poesia. Appartengo a quella generazione che trascorreva ore per impararle a memoria. Chiudo gli occhi e, lenti, affiorano alcuni versi.
“Mi par di udire ancora/
ascosa in mezzo ai fior/
la voce sua talora/
sospirare l’amor”.
Sorrido contento ma, mi fermo perplesso, questa non è una poesia. La mente corre da sola; faccio fatica a starle dietro; cerco di ricordare; ripeto, ancora una volta, questi versi nel tentativo di “inserirli” in un pensiero più chiaro. Buio; li mormoro a mezza voce una, due volte, come una cantilena; ma certo, ecco la chiave: non è una poesia ma la romanza di un’opera. Il computer mi aiuta. Il suono graffiato, di una vecchia incisione, mi restituisce la voce di Giuseppe Di Stefano impegnato nella famosa romanza dei “Pescheurs de perles”, l’opera di Bizet.
Faccio fatica a capire il processo che, contro ogni mia intenzione, mi ha restituito il ricordo di quest’aria. Avessi mormorato “e naufragar m’è dolce in questo mare”, o “fatti non foste a viver come bruti”, tutto sarebbe stato più semplice ed ora, avendo preso dalla libreria il testo giusto, starei rileggendo i versi di Leopardi o di Dante. Invece…convincersi che ricostruire la dinamica del ricordo affiorato non è facile, mi lascia senza difese. Vuol dire, mi chiedo, che la nostra mente è indipendente dalla nostra volontà? Non sono più padrone della mia mente? E, allora, chi comanda i miei pensieri, chi li organizza dando un senso alla mia esistenza? Resto perplesso; questa constatazione mi mette addosso una sensazione di disagio come quando ci rendiamo conto che non possiamo risolvere il problema che ci si è presentato né, il che è peggio, possiamo sfuggirgli; occorre trovare una soluzione.
Ricordi letterari, come L’uomo nell’Olocerne di Max Frisch o le peripezie del protagonista della Versione di Barney, di Mordecai Richler, per non arrendersi alla malattia che avanza, non mi sono di nessun aiuto. Espedienti, quelli narrati nei due romanzi, facili e non adatti al mio caso. Io non sono isolato, come nel lavoro di Frisch né sono affetto da alzheimer, almeno non ancora. La mia diagnosi è drammatica nella sua semplicità: sono solo; avere qualche animale per casa, come qualcuno suggerisce, non risolverebbe nulla e poi non ho la predisposizione.
L’eco dei miei passi nelle stanze vuote è l’unica traccia dell’esistenza di una forma di vita ed a volte mi fa paura. Sento che ogni giorno che passa perdo i miei interessi, le mie curiosità, la mia serena accettazione della vecchiaia. Com’è facile scivolare nella disperazione o, peggio, nell’abulia, cioè in una totale assenza di ogni stimolo sensoriale. Se qualcuno, ora, mi chiamasse, al telefono, alla porta o dalla strada potrei urlare di gioia.
Una soluzione più immediata alla mia angoscia potrebbe essere uscire; certo incontrerei qualcuno. Guardo fuori; la strada, deserta, è attraversata da folate di vento che immagino anche fredde. Forse non è una buona idea.
Credo che andrò a letto riprendendo il bel romanzo che sto leggendo. Ripongo nella custodia il cd dell’amato Malher; mi accerto che tutto sia in ordine; spengo le luci (non posso rischiare i rimproveri, sia pure affettuosi, di Nunzia quando torna domani).
Passando davanti allo specchio, nel corridoio, mi fermo; guardo a lungo quel volto riflesso; certo sono io, certo, ancora mi riconosco. Sorrido e mormoro, a fil di labbra, “Buonanotte, ci vediamo domani?
Non attendo risposta. Anche lui, l’altro io, mi sorride e mi saluta. A letto, prima di addormentarmi, penso che, con queste mie ultime parole, dovrò aggiornare il conteggio per questa giornata.
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L’AUTORE
Già professore ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II, autore di saggi, racconti e pubblicazioni collettive, Francesco Divenuto offre a lettrici e lettori un nuovo racconto dal titolo “Parole” ispirato a un suo quotidiano che si nutre di cultura.







