La storia di una famiglia tra Ottocento e metà Novecento, l’Italia meridionale del latifondo e quella toscana dei braccianti, le differenze sociali e i rapporti familiari sono lo sfondo in cui è ambientato un libro scritto da Sergio Fontana e da poco in libreria per Besa Muci: “Cesira. Ciò che non è dato sapere”.
L’autore racconta la storia della bisnonna, Cesira Menchetti, una donna forte, determinata e volitiva nata nella provincia di Siena nel 1878. Una ragazza bella e dalla statura imponente che, da poco sposata con un uomo in fuga dalle forze dell’ordine, arriva a Napoli in cerca di una nuova vita dove conosce un giovane studente di medicina pugliese figlio di una ricca famiglia di proprietari terrieri con il quale intreccia una relazione.
Lo studente, Michele Rossi, dopo essersi laureato e averla salutata parte alla volta di Berlino per specializzarsi in ostetricia dove assapora un clima sociale diverso da quello di casa che, da sempre, gli sta stretto. È un uomo colto che ama il bello, dall’indole mite e gentile guarda le partorienti come persone empatizzando con le loro sofferenze e al suo ritorno, dopo le insistenze del fratello maggiore, tenta di avviare uno studio professionale nel paese natio scontrandosi con il pudore locale che mai consentirebbe a una donna di rivolgersi a un uomo per una visita ginecologica.
Dismessa la targa dello studio medico torna a Napoli e dopo poco abbandona del tutto la pratica. Nel frattempo Cesira, successivamente alla partenza di Michele per Berlino, scopre di essere incinta e decide di avere la bambina che affiderà alla Real Casa dell’Annunziata, l’istituzione napoletana creata nel Trecento che nei secoli ha accolto migliaia di bambini abbandonati definendoli con pietoso appellativo “figli della Madonna”, alla neonata sarà dato il nome di Amelia, una bambina dai capelli rossi che fino ai dieci anni vivrà presso due diverse famiglie.
Il ricongiungimento tra madre e figlia è irto di sofferenze, incomprensioni e differenze caratteriali che si trascineranno negli anni senza mai appianarsi, troppo diverse tra loro e troppo a lungo lontane nei primi anni di vita della bambina cresciuta affezionandosi ad altra madre.
Raccontando dell’infanzia di Amelia l’autore descrive le abitudini dell’epoca sulla pratica del baliatico nel basso Lazio e le modalità di affidamento dei bambini soffermandosi sui traumi che il passaggio da un contesto affettivo a un altro scavò nella figlia di Cesira che, fin da subito, amò e si legò a Michele, contesa figura paterna.
Un padre strattonato tra due contendenti, la famiglia d’origine che rifiutava l’idea di un matrimonio con una donna di basso rango con la quale il rampollo di una famiglia in vista aveva generato figli fuori dal matrimonio, dopo Amelia nacquero due maschi, e da Cesira che si preoccupava di assicurare un futuro a tutti loro.
Amelia si sentiva come sospesa in una bolla distante da qualsiasi contesto sociale in cui sviluppare relazioni, esclusa da quello pugliese perché impresentabile bastarda e da quello napoletano per assenza di frequentazioni viveva confinata nella tenuta La Torre dove la madre, una volta arrivata, prese in mano la conduzione.
Cesira di come si coltivava la terra e si governassero gli animali aveva pratica, in prima fila nel lavoro di mietitura, raccolta e allevamento di galline e conigli si conquistò il rispetto dei contadini che, per quel suo piglio deciso e risolutivo con cui organizzava le squadre di braccianti e affrontava ogni aspetto della vita quotidiana di una comunità rurale – nascite, morti, malattie, matrimoni, calamità naturali e guerre – si guadagnò il soprannome di Marescialla.
La relazione tra Michele e lei, proceduta a singhiozzo nei primi anni, si stabilizza in un solido rapporto tra due persone unite dall’amore ma con carattere e temperamento diversi, Michele patisce l’ostracismo decretato dall’anziana madre e dai fratelli nei riguardi suoi, dei figli e di Cesira anche quando, dopo la morte dell’anziana matriarca, finalmente regolarizza la posizione con il matrimonio.
Fontana racconta le vicende di una famiglia, di un’epoca e di una società disegnando un affresco nel quale chi ha dimestichezza con la vita di campagna e con i ritmi urbani riesce a cogliere la differenza nel respiro del tempo, scandito dai cicli agricoli nell’aspra campagna pugliese ancorata a un passato in cui i padroni e i contadini appartengono a mondi paralleli tra loro connessi ma mai uniti e quelli cittadini segnati dal progresso – abitazioni dotate di servizi e forniture di elettricità, gas, acqua corrente e linea telefonica- e da una vita regolata su attività, interessi, orari e abitudini altre.
Leggendo la storia mi si sono affacciati alla mente gli anni della scuola, dalle elementari al liceo, quando percorrevo a piedi la strada – Via Mariano d’Ayala- in cui Michele, Cesira e i figli vissero. Ogni mattina passavo innanzi al palazzo descritto ed essendo nata e cresciuta non lontano da lì mi sono ritrovata a evocare la memoria della forma del fondo stradale, del tragitto verso la pasticceria Caflisch mentre faceva capolino il ricordo del silenzio che in certe vie di Napoli regna permettendo di ascoltare il rumore dei passi.
Raccontare della propria famiglia non è cosa semplice, tessere la trama delle vite di persone venute prima di noi guardandone i volti nelle fotografie alla ricerca di indizi da cui far trasparire sentimenti e pensieri indagando sguardi, gesti e posture da cui traspaiono legami, complicità e distanze, sollecitare i ricordi di chi li ha conosciuti – di persona o attraverso i racconti – leggerne la corrispondenza affacciandosi con pudore per non violarne la riservatezza son tutte cose che richiedono sensibilità, delicatezza, tempo e pazienza.
Rintracciare le testimonianze si spolvera il passato alla ricerca di risposte che sostengono un percorso identitario personale e collettivo in cui il chi siamo e il da dove veniamo assume la consistenza di un flusso di storie che concorrono alla formazione della Storia, quella dell’Italia agraria e le lotte contadine, del rapporto tra una campagna produttiva e i centri urbani avvertiti come parassitari, quella dell’arretratezza e dell’analfabetismo di una parte consistente della società italiana.
Amelia studia per diventare maestra con l’obiettivo di insegnare a leggere e scrivere ai figli di contadini affinché non vivano la sua stessa situazione ritrovandosi analfabeti a dieci anni ma vadano a scuola da bambini, con sacrificio si impegna per conseguire il titolo che le consentirà di entrare in aula ma la sua scelta sarà preclusa dal padre poiché una donna di buona famiglia non va’ a lavorare, come maestrina poi, manco a parlarne.
Cesira si cura poco o niente di quel che pensa la famiglia di Michele, a differenza del marito crede che le donne non abbiano bisogno dell’istruzione ma del lavoro, la sua vita a la Torre le piace perché produttiva, sarà la prima in zona a comprare una trebbiatrice e tra le poche ad acquistare un’automobile.
È una donna pragmatica, realista, talvolta ruvida, abituata ad assumere decisioni e affrontare le difficoltà, pur non coltivando gli interessi di Michele per la lettura, il teatro e la vita cittadina ne comprende il bisogno e per lunghi periodi risiedono lei a Minervino Murge e lui a Napoli. Michele, come i suoi fratelli, muore prima dei sessant’anni a causa di una patologia cardiaca congenita mentre Cesira vive fino agli ottanta governando con mano salda la masseria fin quasi alla fine dei suoi giorni.
Le figure femminili delle famiglie raccontate sopravvissute alle malattie dell’epoca che decretavano una morte in gioventù – i Rossi, i Menchetti e la famiglia di Michele e Cesira- hanno un carattere deciso e interpretano i limiti che la società impone al loro sesso in modo differente.
Tra le pagine è bello immergersi nel tempo dilatato dei pranzi domenicali di famiglia organizzati in campagna accompagnati dal rito delle fotografie scattate da Titta, il fratello con il quale Michele aveva maggior affinità, e dall’aroma del caffè servito come un rito ossequiato dalla sorella maggiore Marietta, forse a chi legge faranno affiorare dal passato istantanee di famiglia e ricordi di infanzia di giorni di festa, ognuno registra nella memoria momenti di pasti condivisi contraddistinti da aromi e odori che rimangono sospesi nel tempo che fu.
©Riproduzione riservata
L’AUTORE
Sergio Fontana, Cesira. Ciò che non è dato sapere
Besa Muci
Pagine 477
euro 20
L’AUTORE
Sergio Fontana, archeologo di formazione, dopo aver lavorato nell’ambito della ricerca sul campo in Africa del Nord e a Roma, oggi si occupa di prodotti multimediali di divulgazione sul mondo antico e di allestimenti espositivi. Ha realizzato le applicazioni Colonna Traiana (Mondadori Electa 2013; Parco Archeologico del Colosseo 2024), Imperial Fora (Sema 2015), Mostri Mitologici (Sema 2017). È autore dell’iBook “Colonna Traiana” (Mondadori Electa 2013) e del libro per ragazzi Mostri Mitologici (Scienze e Lettere 2017). Ha scritto i romanzi H. Memorie di Eracle (2019) e Fibula. Confidenze di un oggetto parlante (2020), Che fine ha fatto Romolo (2022), Il braccio di Marmo (2025), tutti pubblicati da Edipuglia. Nato a Milano da genitori pugliesi, vive e lavora in Umbria.
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