I miei primi vent’anni. Così si potrebbe sintetizzare il racconto d’esordio di Graziella Lussu, L’armadio a muro – custode della storia e della memoria, casa editrice Kimerik, pagg. 140, euro 16.
Il primo libro di una trilogia annunciata. Uno scritto intimista, dove la mano femminile è il tratto distintivo; un ritratto di famiglia all’insegna delle cose vere, una voglia di raccontare la propria storia come ricordo non statico, non visto all’indietro, ma con la forza di traghettare la stessa in avanti, per il futuro, per quello che deve ancora accadere. Senza dare nulla per scontato.
Le parole scorrono veloci, la lettura è gradevole per diversi motivi. Un punto di forza che proverei a individuare è questo: l’autrice, pur astraendosi dal presente, ripercorre le tappe della propria gioventù come le stesse vivendo adesso.
Altro motivo trainante risiede nella forza della semplicità che procede nelle pagine, l’una dopo l’altra. Un susseguirsi di profili personali, luoghi, immagini, passioni e delusioni, aspettative e speranze, coraggio e debolezze, tutti raccontati con un filo logico senza eccessi e senza reticenze. In questo libro parlano anche i silenzi, gli sguardi, le emozioni non dichiarate. Non solo parole dunque, ma anche altro.
La figura che Graziella fa emergere come elemento centrale è la mamma, Liuccia. Una donna coraggio si direbbe oggi, tutta dedita alla famiglia, al proprio uomo, ai propri figli, che mette nel conto anche rinunce, inibizioni, abbandoni. L’intelligenza della figlia, della madre, della moglie, dell’amica e confidente, emerge in tutte le fasi della vita di quel ceppo familiare. Ne costituirà la luce, il faro; una testimone del suo tempo in grado di trasferire il dovuto e necessario, il giusto, ai propri figli. E tra questi Graziella, ribattezzata da tutti Ciullin, fa sua la responsabilità di aprire quell’armadio a muro dentro il quale Liuccia aveva standardizzato la propria memoria, costituita da scritti rigorosamente a mano: appunti, poesie, amori, interessi, visioni della vita.
E sempre Liuccia, grazie alla sua autorevolezza, ha “instradato” a una buona vita innanzitutto i figli; dalla “saletta rossa”, ovvero da quel luogo della casa fatta di incontri, feste e socialità che si affaccia alla vita, al rapporto con il cristianesimo e la religione, attraverso la vicinanza alle Congregazioni Mariane, in seguito “Comunità di vita Cristiana”. L’insegnamento della chiesa e della dottrina cristiana hanno influito sul percorso esistenziale di Ciullin. La condizioneranno per un pezzo della propria vita, una parte importante che Graziella ha voluto dare a Dio, ricevendo dono da quest’ultimo.
Ciullin incomincia ad affacciarsi alla vita: liceo, università, il primo amore. Ma anche le prime inquietudini, i primi aneliti di libertà, fuori dagli schemi e dalle convenzioni comuni accettate da più.
Proprio grazie a questa irresistibile voglia di autonomia, oltre che all’essere intollerante alle rinunce, ai soprusi, alle mancanze,  sente l’esigenza di interrogarsi e sacrificare ogni cosa pur di realizzare ciò che si prefigge e ritiene giusto per lei. Pratica una rottura senza respiro, andando dritta per la sua strada. Lascia la Sardegna, tutto e tutti e si trasferisce a Roma, per affrontare una nuova vita, con gli altri e per gli altri.
Immagino che il secondo passo letterario annunciato (della promessa trilogia) dirà di un’altra scelta sconvolgente, un altro passo verso la libertà che pretende nuove ed inedite energie, affranca spazi infiniti ed emancipa la propria personalità, portando con sé anche sacrifici e perdite. Ma chi sceglie di vivere con coraggio deve essere forte tanto da sopportare anche le passività. E Ciullin è forte e ci ha abituato a ciò.
Nel 2013 il Presidente della Repubblica attribuisce a Graziella Lussu il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica. Nel 2014 la presidenza della Camera dei Deputati le rende pubblico omaggio per il suo impegno di medico (a Napoli) tra gli ultimi.
Nella foto, un particolare della copertina