“Ne ulla sit aetas immemor” affinch nessuna epoca se ne dimentichi. Questo lo scopo, espressamente dichiarato nell’iscrizione della sua lapide sepolcrale, per il quale il principe Raimondo di Sangro ideò e fece realizzare il progetto iconografico della Cappella Sansevero, arricchendola di capolavori e affidando ad essa il suo enigmatico messaggio intellettuale.
Eppure, se nel Settecento la cappella e il palazzo del principe di Sansevero l’una per i suoi marmi incomparabili, l’altro per le mirabolanti invenzioni che vi erano esposte venivano gi  visitati da migliaia di più o meno noti viaggiatori del Grand Tour, a partire dalla met  del secolo successivo il tempio barocco e la misteriosa figura di Raimondo di Sangro scivolarono lentamente nell’oblio, cui ha fatto argine solo l’immaginario popolare, che ha sempre continuato a preservarne la memoria, per quanto lacunosa e infarcita di elementi folcloristici, quando non totalmente fantasiosi.
La Cappella Sansevero apr regolarmente al pubblico, per alcune ore mattutine, a partire dal giubileo del 1950. Per una circostanza fortuita, siamo recentemente risaliti al numero di persone che visitarono il complesso monumentale nel lontano 1958 meno di 600. Da quel dato agli oltre 300.000 visitatori paganti del 2014 molta strada è stata fatta. Negli ultimi decenni il monito del principe “ne ulla sit aetas immemor” è stato sentito dagli eredi come un impegno inderogabile, sarei tentato di dire come una missione. Una vera e propria rinascita per la Cappella Sansevero può datarsi al 1990, anno della riapertura dopo un lungo restauro, ma una svolta altrettanto importante per la visibilit  del luogo e la notoriet  del principe è avvenuta nel 2010, anno del tricentenario della nascita di Raimondo di Sangro, celebrato dagli attuali proprietari del tempio gentilizio con spettacoli, concerti, mostre, libri e un convegno di studi.
Da allora non ci siamo più fermati, e gli eventi e le collaborazioni con altre realt  si sono moltiplicati penso, a mero titolo di esempio, alle visite “teatralizzate” con attori in costume, che da alcuni anni organizza con noi l’Associazione NarteA, alla rassegna MeravigliArti, che dal 2013 coinvolge artisti di rilievo nazionale e internazionale, al concorso per fotografi under 40 indetto con l’Associazione Pantesia e conclusosi lo scorso gennaio, o, venendo all’oggi, al bando di un concorso di grafica d’arte concertato insieme all’Accademia di Belle Arti di Napoli, che offrir  agli studenti la possibilit  di misurarsi in modo creativo con le opere della Cappella Sansevero. Tutto questo lo si sta facendo nel convincimento che la gestione di un complesso museale non possa limitarsi alla sua scrupolosa conservazione e allo “sbigliettamento”, ma implichi l’apertura ai linguaggi della contemporaneit  e a diversi livelli di fruizione per dirla con Giovanni Papini, coloro che custodiscono le bellezze del nostro Paese non dovrebbero mai ridursi a meri “bidelli di sale mortuarie e servitori di vagabondi esotici”.
Guida nemmeno lontanamente avvicinabile al percorso intrapreso è per noi sempre lo “spirito” del principe aristocratico ma anche innovatore, barocco ma anche leggerissimo, compito ma anche istrionico. Gi , il principe avrei voluto parlarne di più. Vorrei sempre parlarne di più, perch ho l’impressione di non prodigarmi mai abbastanza per rendere adeguato omaggio alla sua straordinaria avventura culturale. Talvolta provo a giustificarmi concludendo che in fondo la responsabilit  è anche un po’ sua ha scritto, sperimentato, fatto troppo e lasciato troppo poco perch possa tracciarsene un profilo credibile e storicamente inquadrato. I fatti sembrano aver dato ragione al professore di fisica Luigi Palmieri, che più di un secolo fa affermò che Raimondo di Sangro “fece molte cose per farsi ammirare dai coevi, ma curò poco il giudizio dei posteri”. Pochi personaggi furono come lui celebri a tal punto da far nascere in vita un vero e proprio mito attorno a s, se è vero come è vero che perfino la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, nell’atto di mettere al bando la sua Lettera Apologetica, gli riconobbe “un ingegno singolare, meraviglioso, si direbbe prodigioso”. Pochi personaggi, però, sono stati come lui tanto malintesi, riveduti e “scorretti” a uso e consumo di improbabili o balorde speculazioni dalla letteratura posteriore.
Ho detto che il principe ha lasciato “troppo poco” ma la Cappella Sansevero non è poco. Ed è partendo dalla sua valorizzazione che possiamo contribuire a diffondere la conoscenza di una delle più alte vette dell’arte mondiale, di un genio fuori dagli schemi e, naturalmente, di Napoli citt  nobilissima e lazzarona, citt  in cui nonostante tutto per usare le parole del principe “si sa far bene ogni cosa, quando si vuole”.

*presidente Museo Cappella Sansevero

In alto, Cappella Sansevero, panoramica dall’alto.
Foto di Massimo Velo