21 dicembre 1985. Era l’alba. Avevo sei anni. Napoli Est, Gianturco. Un terribile boato. Venticinque serbatoi dell’Agip esplodono. L’onda d’urto manda in frantumi i vetri. L’incendio è spaventoso, la nube di fumo alta più di mezzo chilometro oscura il cielo. I palazzi diventano neri. Ho iniziato a dipingere spinto dall’esigenza di raccontare gli umori, le luci, le atmosfere, i rumori, la materia della periferia industriale in cui sono cresciuto. L’ho fatto attraverso la rappresentazione del corpo umano. Un corpo di una carne simile all’amianto dei capannoni, al ferro arrugginito dei cancelli delle fabbriche, all’asfalto nero degli stradoni, alle luci gialle dei lampioni, ai verdi acidi dell’erba dagli odori acri. Con il tempo è cresciuto il bisogno di documentare l’ambiente in cui vivevo. Uscivo di notte e a piedi percorrevo quelle lunghe, anonime strade.
Ho dipinto palazzi, ponti, cani, lampioni, piante, sagome di rari passanti. E l’orizzonte di molte albe. La necessit  di entrare dentro quelle linee d’orizzonte tracciate sulla tela come lampi improvvisi, a volte con la vernice fluo degli spray, altre facendo scivolare rapidamente il pennello carico di colore su un’asta di metallo, mi ha fatto sentire sempre più lo spazio della citt  come una seconda pelle. Avevo bisogno di esaltare quelle superfici attraversandole con la prospettiva i tetti delle raffinerie, le cisterne ossidate, i muri di cemento segnati, le sopraelevate, i quartieri, le citt , le metropoli. Negli anni Ottanta, dopo il terremoto, a Ponticelli, nella zona Est di Napoli, si costruivano schiere di palazzi. Osservavo gli enormi macchinari che scavavano la terra per gettarvi fondamenta di cemento. Nel fango e nella polvere dei cantieri si intravedevano curve di anfore e reticoli di muri antichi. Ho saputo poi che erano insediamenti di et  romana, ville, necropoli. Ma la loro memoria doveva essere nuovamente sepolta. Le colate di cemento avrebbero dato moderni alloggi a chi ne aveva bisogno.
Nacque invece il “Lotto Zero”, quartiere popolare che sarebbe in breve divenuto uno dei simboli del degrado e dell’emarginazione delle periferie. Aver visto all’interno dello stesso cantiere reperti di archeologia affiancati a pilastri di ferro e cemento ha creato dentro di me un effetto straniante, ha condizionato il mio modo di vedere la citt . Quei manufatti antichi che avevano attraversato la storia conferivano agli scheletri delle architetture moderne una nuova dimensione temporale anch’essi reperti di un mondo andato in rovina. Per far dialogare l’archeologia classica con la mia “archeologia della metropoli” ho voluto collocare lo scenario di una periferia contemporanea alle spalle del Toro Farnese.
Se il paesaggio urbano diventa il luogo in cui il complesso scultoreo e la memoria del mito si caricano di una nuova e ambigua vitalit , di converso, il confronto con la scultura antica e il suo carico secolare di memorie stratificate rende evidente la natura autentica di quel paesaggio contemporaneo, il suo essere innanzitutto un paesaggio della memoria.
Anche il progetto per lo Spazio Mostre del Servizio Educativo nasce dalla riflessione sulla memoria, in particolare dall’intreccio tra archeologia classica, archeologia industriale e “archeologia privata”. Il punto di partenza è stato la suggestione dei depositi del Museo Archeologico, il fascino evocativo di quell’ambiente sotterraneo e della sua organizzazione articolata e rigorosa. Centinaia di scaffali e casse ordinati e catalogati per custodire e tramandare la storia e la storia dell’arte dell’umanit . Il luogo deputato alla memoria collettiva e alla sua trasmissione al futuro. Periferia est di Napoli.
Nei pressi del porto di Vigliena c’è una storica centrale termoelettrica dismessa. All’interno di questa affascinante architettura industriale, macchinari, mobilio e utensili vari, ai quali la polvere del tempo e il carico di memorie hanno conferito quasi un alone di sacralit , restano a testimoniare una civilt  del lavoro del passato.Luoghi un tempo del lavoro, oggi sospesi nel silenzio dell’abbandono. Perciò ho deciso di portare nello Spazio Mostre dell’Archeologico alcuni frammenti di quei luoghi, dei quali ho sentito forte il legame con la vita della citt , con il suo passato recente, con la sua memoria collettiva, immaginando uno spazio che fosse un possibile ambiente interno dei miei dipinti di metropoli.

Paessaggi della Memoria di Christian Leperino nella sala del Toro Farnese