
All’I.C. 5 E. Montale di Scampia si è svolto un incontro speciale con Medici senza frontiere, un momento di confronto e riflessione che ha coinvolto studenti, docenti e volontari. Protagonista dell’iniziativa è stata la volontaria Giulia Bellone, rientrata a novembre da una missione in Ciad, dopo una precedente esperienza in Afghanistan.
Di seguito, l’intervista a Giulia, testimonianza preziosa di un’esperienza che unisce professionalità, coraggio e profonda umanità. Soprattutto alla luce degli ultimi attacchi di Israele e Usa sull’Iran.
Chi sei e di cosa ti occupi oggi?
«Sono Giulia Bellone e sono un’infermiera pediatrica attualmente in attesa di partire per un’altra missione con Medici Senza Frontiere o un’altra ONG. Qui in Italia adesso sto lavorando in TIN, in Terapia intensiva neonatale a Napoli, e sono contenta del mio lavoro perché è la cosa che ho sempre sognato di fare»
Quando è nata la tua vocazione per la cooperazione internazionale?
«Beh, ho iniziato a pensare al mondo della cooperazione già quando ero al liceo, a partire dal terzo anno di liceo linguistico che ho frequentato a Saluzzo, un paesino in provincia di Cuneo. In quel periodo stavamo appunto parlando delle situazioni legate allo sfruttamento minorile, ai bambini soldato, attività di commercio illegale, di calamità naturali, di guerre, erano argomenti legati a materie più umanistiche e al contesto storico, geografico, alcune guerre che si stavano sviluppando in quel periodo. E in quel periodo oltre alle attività didattiche c’erano attività fuori dall’orario scolastico in cui si incontravano operatori o persone che facevano volontariato e che raccontavano la possibilità di fare questa esperienza dando il proprio supporto anche nel mondo esterno un po’ più lontano dal nostro ma che comunque fa parte del nostro mondo. Da lì pian piano ho iniziato a maturare questa idea di dare il mio contributo anche fuori dai confini in cui sono nata».

Sei stata in Afghanistan e in Ciad. Come sono state entrambe le missioni? Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?
«Sì, sono state le mie due prime missioni con Medici senza frontiere. Prima di queste due missioni ho fatto un anno di servizio civile in Sierra Leone e diciamo che non è stato il mio primo impatto nel mondo umanitario, già avevo una piccola esperienza pregressa che comunque non vuol dire essere pronta a tutto, anche perché andando in ordine la prima esperienza come cooperatrice umanitaria in Afghanistan è stata un’esperienza bellissima molto significativa.
Son partita con una felicità consapevole, seria, nel senso che non ero spaventata dal posto in cui sarei andata, ma ero impaurita di me stessa, di come avrei potuto reggere, ho solo avuto un secondo di titubanza e ho tirato un respiro perché la meta che mi avevano proposto era l’Afghanistan ed era l’unica meta in cui avrei preferito non andare proprio perché conosco me stessa e so quanto per me è importante la libertà e come è importante il rispetto della libertà altrui. Questo mi preoccupava, però avevo deciso di partire perché anche quella è una realtà del mondo che è giusto prendere in mano.
Sentivo di poter partire e vedere fino a che punto potevo dare un mio piccolo contributo e quindi questa è stata la prima esperienza dove ho lavorato come infermiera pediatrica in un ospedale pediatrico al fianco di tutto il personale che si trovava nella città di Mazar-i-Sharif, conosciuta per la Moschea Blu, una moschea grandissima. In questo posto, in tutti i progetti di Medici senza frontiere in Afghanistan o anche altre ONG, il personale non aveva la possibilità di muoversi liberamente all’interno della città. Noi stavamo tutto il giorno – oltre al lavoro – passavamo il resto della giornata in casa o nel cortile della casa in cui abitavamo, eravamo 17 di noi, ognuno proveniva da una parte diversa del mondo e ognuno con un profilo diverso di lavoro all’interno del progetto».

E in Ciad?
«Ero in un villaggio molto rurale, dal punto di vista della sicurezza non era una zona rossa come lo poteva essere l’Afghanistan, quindi avevamo più libertà di movimento, ci muovevamo con più facilità e potevamo entrare in contatto con la popolazione del posto con una libertà diversa da quella dell’Afghanistan, sempre nel rispetto della cultura del popolo che ci ospita, però il contatto era di tutt’altro genere rispetto a quello che si viveva in Afghanistan dove lì la libertà e l’identità personale è totalmente negata e proprio in Ciad ho percepito lo stesso colore che descrivo sempre di aver vissuto quando ho fatto la mia prima esperienza di servizio civile in Sierra Leone, dove culture, tradizioni, religioni si mescolano e anche trovandosi in un contesto poverissimo, la gente ha veramente un sorriso meraviglioso, un viso luminoso, e la felicità che ti trasmette è tanta, e più passi tempo con loro a contatto totale con la loro realtà, ti rendi conto su quanta tristezza e sofferenza loro sono costretti a sopravvivere ogni giorno.
Vedi le persone sempre molto sorridenti che vivono un giorno alla volta la loro vita, ma vivendo con loro vicino alle loro condizioni ti rendi conto che è difficile riuscire a tirare fuori forza di resilienza pur vivendo tutti i giorni una situazione che non ti garantisce la sopravvivenza, quindi contesti di povertà estrema dove non c’è acqua per bere, acqua per lavarsi, non hai l’elettricità, ci sono popolazioni nomadi, ci sono sfollati che scappano da contesti di guerra, ci son persone che vorrebbero scappare dalla guerra ma non lo possono fare perché sono donne e sono costrette a sottostare a delle leggi imposte dallo stato, persone che vorrebbero avere più conoscenza del mondo ma non lo possono fare perché sono in posti dimenticati dal mondo dove non possono avere accesso alle scuole e quindi all’istruzione. Oltre l’acqua erano abituati a vivere senza luce, nessuno di loro aveva anche l’elettricità in casa, potevano ricaricare il cellulare con dei piccoli pannelli solari che venivano utilizzati durante il giorno per prendere l’elettricità. Noi in casa la luce ce l’avevamo perché c’era il generatore a benzina e allo stesso modo questa elettricità era garantita all’ospedale ma erano gli unici posti nel villaggio in cui si poteva avere elettricità abbastanza h24 a meno che non c’erano problemi di calore o sovraccarico elettrico che facevano saltare tutto quanto. In Afghanistan, Ciad e Sierra Leone ci tornerei.
A oggi i bombardamenti si sono attenuati, ma non perché c’è la pace, ma perché c’è un governo altamente restrittivo e autoritario che non rispetta la libertà dell’essere umano e perciò le persone che vivono sanno che il coltello dalla parte del manico ce l’ha il governo e sanno che se vogliono garantire la propria vita e averla nelle proprie mani alla luce del sole devono rispettare i regolamenti imposti dal governo. Non hanno libertà di pensiero, di parola. Comunque c’è da dire che da queste esperienze mi si è aperto un mondo e ad oggi ho sempre la voglia di ripartire.
Adesso lavoro qui a Napoli perché ho superato il concorso in una città bellissima come questa, ho trovato un ambiente bellissimo per crescere, per apprendere e per poter dare me stessa per gli altri e allo stesso tempo ho trovato persone attorno a me che fossero sensibili a questo tipo di cooperazione, che mi supportassero nel prendere il mio zaino e partire verso queste destinazioni che ora come ora non voglio mai lasciare, e quindi ogni volta che ne avrò la possibilità ritornerò lì dove sono stata ma anche in destinazioni diverse perché dopo aver vissuto esperienze entusiasmanti, imprevedibili, mi viene sempre voglia di andare in posti nuovi perché non c’è mai limite alla scoperta e sento quanto mi entusiasma poter assaporare l’imprevedibilità e questo mi sprona a tirare fuori di me nuove risorse e imparare quanta ricchezza si può avere dal diverso, imparare quanta umanità si può apprendere stando in contesti a me totalmente sconosciuti e crescere insieme agli altri».
Cosa diresti a una persona che pensa di voler fare una missione umanitaria?
«Se ti senti di partire, parti, non fermarti, perché l’energia che c’è dentro di te e che ti spinge a partire non si può descrivere a parole, ma la comprenderai nei momenti in cui sarai lì e nel momento in cui ti sentirai in equilibrio con te stessa e con il mondo. È un’energia inspiegabile che cresce dentro di te e cresce sempre di più nel momento in cui ti apri all’altro e combatti per quella che è la causa giusta per tutti, anche per persone che purtroppo non hanno mai la possibilità di parlare ma hanno tanto coraggio che non può essere valorizzato, né espresso, né supportato».
Grazie per il tuo tempo, Giulia.
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