Museo archeologico nazionale di Napoli/ La sirena Parthenope incanta il pubblico con una mostra. Sussurri e mito in (oltre) 250 opere

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I napoletani da tempo attendevano una mostra su una figura che da millenni è parte dell’identità individuale e collettiva, Parthenope, e poiché raccontare il molto è difficile, se non impossibile, risulta dirimente esplicitare i criteri di scelta con i quali ci si accosta al racconto.
Dall’VIII secolo a.C. celebriamo la sirena da cui discende la nostra città riconoscendole un ruolo preminente attraverso un culto laico che trova l’equivalente solo in quello per San Gennaro, arrivato molto dopo ma con pari forza di carattere e valenza anche per chi credente non è.
La mostra Parthenope. La sirena e la Città, inaugurata al Museo archeologico nazionale di Napoli il 3 aprile e visitabile fino al 6 luglio, è frutto di un lavoro di squadra che ha visto all’opera molte persone. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaela Bosso e Laura Forte si articola in tre sezioni suddivise in sette sale con un ambizioso obiettivo dichiarato: “costruire una summa per immagini sul mito della sirena”.
Parte delle oltre duecentocinquanta opere esposte, di cui alcune provenienti da prestiti nazionali e internazionali, sono incorniciate da proiezioni indirizzate sulla fascia alta del muro che contaminano l’allestimento in un gioco di staticità e dinamicità che richiede silenzio e solitudine per poter essere processato dall’occhio e dalla mente.
L’accostamento tra un allestimento di tipo tradizionale e uno improntato all’innovatività impegnano il visitatore/trice nella segmentazione del percorso su due diversi piani. Prima alate e poi con coda di pesce, in foggia bicaudale, rappresentate su supporti diversi – scultura, affresco, dipinto, pittura su vaso, moneta, gioiello – le sirene che si incontrano al piano alto del museo sono un assaggio dei significati che nel tempo queste hanno incarnato.
L’iconografia di Parthenope cambia, si trasforma, evolve fa una giravolta e torna indietro nel corso del tempo seguendo miti, credenze, mode, riti e culto. Il modo in cui viene rappresentata non è cristallizzato ma risponde ai mutamenti che intervengono.


La letteratura, il mito, l’antropologia, la musica, l’arte, la gastronomia, la fiaba, il racconto popolare e la vita quotidiana testimoniano la profondità del rapporto che lega la città e le figlie e i figli di Parthenope con la sirena.
Rendere questa molteplicità che si proietta nel tempo e nello spazio è cimento arduo e la mostra va vista come un primo passo di avvicinamento a un mondo ricco e variegato che vuol testimoniare il legame tra Parthenope e la sua città, un legame che si rinnova attraverso la comunità che ha risposto all’appello degli organizzatori della mostra in una chiamata corale per la sua buona riuscita: Ministero della cultura, Soprintendenza di Napoli, Direzione Regionale Musei della Campania, Regione Campania, Comune di Napoli, istituzioni bancarie e l’agenzia dei trasporti urbani, che allestirà un treno metropolitano con le immagini della mostra e del museo, tutti insieme appassionatamente.
Oltre la comunità partenopea all’appello hanno risposto anche quella dei musei italiani ed esteri e quella di privati che hanno contribuito al racconto rendendo evidente l’amore per la protagonista. La conferenza stampa di presentazione è stata l’occasione per ricordare l’opportunità rappresentata dai ritrovamenti archeologici in occasione dei lavori di scavo che dagli anni Novanta hanno interessato quartieri diversi della città per la realizzazione delle stazioni delle linee metropolitane, alcuni di quei reperti sono parte del percorso espositivo.
Secondo una interpretazione del mito fondativo la disperazione per la mancata seduzione del prode Ulisse avrebbe spinto Parthenope e le due sorelle, Ligeia e Leucosia, dalla scogliera di Massa Lubrense a lanciarsi nelle acque sottostanti per suicidarsi e i loro corpi, trascinati dalle onde, avrebbero dato vita a luoghi costieri, le spoglie di Parthenope sarebbero giunte sull’isolotto di Megaride dando vita a una nuova città.
Personalmente ho sempre rifiutato questa versione convinta che Parthenope non fosse minimamente interessata a un vile come Ulisse e mai si sarebbe data la morte per un uomo, al contrario, penso sia ancora viva e partecipe delle nostre vite e di quelle del Golfo di Napoli.
L’idea dell’archetipo femminile seduttivo e ingannatore che permea la letteratura omerica riverberandosi nei millenni, oltre le sirene Circe e la stessa Penelope, mal mi si confà.


Le sirene presenti nella cultura del Mediterraneo – e con caratteristiche e significati diversi anche in  quella dei Paesi del nord Europa – affascinano ed esercitano un richiamo sull’umano che in esse vede la possibilità di superare limiti e barriere penetrando in un mondo altro, un universo contiguo separato da una sottile membrana salmastra.
Sentiamo il richiamo, il canto? Secondo alcuni le sirene sono afone, secondo altri il loro verso sarebbe un urlo stridulo come quello delle Erinni, per l’ornitologo Fraissinet Omero fu fuorviato dal verso delle berte maggiori, uccelli marini che nella notte si confondono con la voce umana. Sia come sia da millenni chi vive sulla costa napoletana e su quella della penisola sorrentina le sirene le avverte come benevola e imprescindibile presenza, senza ci sentiremmo orfani.
Così come ci sentiremmo orfani di un’altra presenza femminile venuta dal mare, santa Patrizia il cui busto, prestato per l’occasione, si incontra in una delle sale, una scelta che riveste un significato particolare nella storia, nel culto e nei riti della città perché figura strettamente legata a quella di Parthenope in virtù della sovrapposizione tra paganesimo e cristianesimo che a Napoli trova la sua sintesi nel più ampio e variegato sincretismo che tutto tiene insieme senza escludere niente e nessuno.
Un neo però c’è e non possiamo sottacerlo: la mancanza di un assortimento di merchandising dedicato alla mostra presso il bookshop che permetterebbe di portare a casa un amuleto, una memoria e un buon auspicio della sirena.
Per poter godere appieno dell’incantamento e i sussurri di Parthenope si consiglia di visitare la mostra in giorni feriali e in orari in cui il museo è meno frequentato.
©Riproduzione riservata
In copertina, il direttore del Mann, Francesco Sirano con una delle opere raffiguranti Parthenope. In pagina, immagini della mostra
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https://www.coopculture.it/it/poi/mann-museo-archeologico-nazionale-di-napoli/

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National Archaeological Museum of Naples / The siren Parthenope enchants the public with an exhibition. Whispers and myth in (over) 250 works

The Neapolitans have long awaited an exhibition on a figure who has been part of their individual and collective identity since millennia, Parthenope; and given that recounting her entire story is difficult, if not impossible, it is crucial to spell out the criteria used in selecting the narrative approach.
Since the 8th century BC, we have celebrated the siren from whom our city descends, recognising her pre-eminent role through a secular cult that finds its only equivalent in that of Saint Januarius, who arrived much later but possesses equal strength of character and significance, even for those who are not religious.
The exhibition Parthenope. The Siren and the City, which opened at the National Archaeological Museum of Naples on the 3rd of April and runs until the 6th of July, is the result of a collaborative effort involving many people. The exhibition, curated by Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaela Bosso and Laura Forte, is divided in three sections across seven rooms, with an ambitious stated aim: ‘to construct a visual compendium of the myth of the siren’.
Literature, myth, anthropology, music, art, gastronomy, fairy tales, folk tales and everyday life bear witness to the depth of the bond that links the city and the daughters and sons of Parthenope to the siren.
Capturing this diversity, which is projected through time and space, is a daunting task, and the exhibition should be seen as a first step towards exploring a rich and varied world that seeks to bear witness to the bond between Parthenope and her city – a bond that is renewed through the community which has responded to the exhibition organisers’ appeal in a united effort to ensure its success: the Ministry of Culture, the Superintendency of Naples, the Regional Directorate of Museums of Campania, the Campania Region, the Municipality of Naples, banking institutions and the urban transport agency, which will decorate a metro train with images from the exhibition and the museum, all working together with passion
Beyond the Neapolitan community, the call was also answered by Italian and foreign museums, as well as private individuals who contributed to the narrative, clearly demonstrating their affection for the protagonist. The press conference served as an opportunity to highlight the significance of the archaeological discoveries made during the excavation works that have taken place in various parts of the city since the 1990s for the construction of underground stations; some of these relics are part of the exhibition.
According to one interpretation of the founding myth, the despair caused by the failure to seduce the valiant Ulysses drove Parthenope and her two sisters, Ligeia and Leucosia, to throw themselves from the cliffs of Massa Lubrense into the waters below to take their own lives; their bodies, carried by the waves, are said to have given rise to coastal settlements, whilst Parthenope’s remains are said to have washed up on the islet of Megaride, giving rise to a new city.
Personally, I have always rejected this version, convinced that Parthenope was not in the least interested in a coward like Ulysses and would never have taken her own life for a man; on the contrary, I believe she is still alive and part of our lives and those of the Gulf of Naples.
The idea of the seductive and deceitful female archetype that permeates Homeric literature, reverberating through the millennia—beyond the sirens, Circe and Penelope herself—does not sit well with me.
The sirens of Mediterranean culture – and, with different characteristics and meanings, those of Northern European countries too – fascinate and appeal to humans, who see in them the possibility of overcoming limits and barriers by entering another world, a neighbouring universe separated by a thin, salty membrane.
Can we hear the call, the song? According to some, sirens are voiceless; according to others, their cry is a shrill scream like that of the Erinyes; for the ornithologist Fraissinet, Homer was misled by the call of the great shearwaters, seabirds whose cries at night can be confused with human voices. Whatever the case, for millennia those who live on the Neapolitan coast and along the Sorrento peninsula have perceived the sirens as a benevolent and indispensable presence; without them, we would feel like orphans.
Just as we would feel the loss of another female figure who came from the sea, Saint Patricia, whose bust, on loan for the occasion, can be found in one of the rooms—a choice that has particular significance in the city’s history, worship and rituals, as she is a figure closely linked to that of Parthenope by virtue of the overlap between paganism and Christianity, which in Naples finds its synthesis in the broadest and most varied syncretism that holds everything together without excluding anything or anyone.
There is, however, one flaw that we cannot overlook: the lack of a range of exhibition merchandise in the bookshop, which would allow visitors to take home a talisman, a memento and a good omen from the siren.
To fully enjoy the enchantment and whispers of Parthenope, we recommend visiting the exhibition on weekdays and at times when the museum is less crowded.
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On the cover, the director of the Mann, Francesco Sirano, with one of the works representing Parthenope. On the page, images from the exhibition

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