

«Non andrò a votare alle prossime elezioni. Sono sfiduciato, in politica domina la corruzione, vorrei trasferirmi in Germania dopo la laurea».
Andrei (nome di fantasia), è uno studente d’ingegneria che ha frequentato una scuola internazionale a Bucarest e parla il tedesco (oltre l’inglese). D’estate dà una mano a suo padre, imprenditore nel settore del turismo, e, intanto, progetta per sé un futuro europeo.
È la prima persona che incontro, atterrando da Napoli in Romania, dopo 3 ore ritardo del mio volo. Sono quasi le 11 di sera, mi accompagna in auto nell’albergo dove passerò la notte in attesa di unirmi al mio gruppo italiano per un giro di 7 giorni nel paese dalla bandiera rossa come il sangue, simbolo della fraternità; gialla come i campi, emblema di giustizia; azzurra come il cielo, anelito alla libertà.
La mattina seguente mi saluta Monica, giovane donna rumena, solare, ironica, appassionata del suo lavoro di guida che affianca a quello di ingegnere ottico. E con Giorgio, l’autista del nostro pullman, gentile e silenzioso, partiamo alla scoperta della capitale.

II DITTATORE CEASESCU
Eccolo, davanti a noi, il simbolo del potere di Nicolae Ceaușescu, la casa del popolo, il Parlamento che aveva il compito di rappresentare la magnificenza della dittatura, ma anche di una terra ricca di materiali da cui è impreziosito: il rovere dei Carpazi per le porte, il marmo della Transilvania che continua a brillare sulle scale, gli scintillanti cristalli di Medias che offrono forma e sostanza ai circa 2.800 imponenti lampadari, i tessuti della Moldavia per gli altri arredi.
Sopra il viale centrale delle fontane, nel cuore di Bucarest, iniziato nel 1984, il palazzo era stato quasi completato, quando il dittatore con la moglie Elena, il 25 dicembre 1989, venne fucilato nella scuola di Targoviste, a 80 chilometri dalla capitale. Dopo essere stato sommariamente processato e condannato dal tribunale militare per aver affogato nella violenza di un genocidio la protesta popolare di Timisoara. Esplosa sotto l’effetto domino della perestroika, rivoluzione senza fucili avviata da Gorbaciov nel blocco sovietico, che aveva già condotto l’Est europeo al crollo del muro di Berlino.
Oltre 20.000 operai e 700 architetti per realizzare il più grande edificio al mondo, dopo il Pentagono. Che doveva mostrare la grandiosità della sua politica: per farlo, Ceasescu ordinò di demolire l’antico quartiere Uranus–Izvor, dove c’erano chiese, scuole, ospedali e migliaia di abitazioni familiari. Più di 40.000 residenti finirono in costruzioni progettate in periferia.
Il giovane apprendista calzolaio, divenuto leader nel 1965, inseguendo il sogno di una Romania/potenza industriale, aveva accumulato debiti sulla pelle del popolo che si rivoltò contro un delirio di onnipotenza condiviso con la consorte Elena.
Oggi, schiere di turisti visitano l’ex reggia comunista, attraversandone aeree selezionate: nelle sue sontuose sale, pulsa la vita politica di un paese che secondo un rapporto dell’organizzazione non governativa Transparency International è uno dei più corrotti dell’Unione europea, accanto a Bulgaria e Ungheria.
BUCAREST, MAESTOSA E ALTERA
Bucarest è metropoli maestosa e altera, molto diversa dalla sua omologa vicina, la bulgara Sofia, cosmopolita, contemporanea e vivace, con visibili tracce archeologiche romane, ma non con uguale charme.
Lei, invece, invita lo sguardo di chi ci arriva per la prima volta a perdersi tra i viali alberati che ricordano i boulevard parigini e a abbracciare l’arco di trionfo, suggerito da quello francese, in memoria della Romania vittoriosa durante la prima guerra mondiale. A pochi passi dal museo nazionale del villaggio Dimitrie Gusti, il sociologo che lo ha ispirato, sorto nel 1936, con autentiche case contadine, chiese, mulini a vento e laboratori. Un angolo rurale nel tessuto urbano.

A Bucarest si respira atmosfera teutonica, asburgica, imperiale, di un luogo che fu designato, nella seconda metà dell’Ottocento, centro del nuovo regno della Romania, dall’unione dei principati danubiani della Valacchia e della Moldavia. E a questo punto del nostro viaggio riemerge nei miei pensieri l’enigma chiamato Vlad.
VLAD, EROE O VAMPIRO?
Confesso adesso a me stessa che ho scelto questa destinazione estiva perché affascinata dal mito e non per caso. Sembrerebbe, infatti, che Vlad III, figlio del principe membro dell’Ordine del Drago (Drăculea, in italiano Dracula), creato per difendere i cristiani nell’Oriente d’Europa, sia sepolto a Napoli, nel complesso monumentale di Santa Maria La Nova.
Nel Cappella Turbolo, non distante da un celebre sepolcro del chiostro, si scorge una piccola lastra dipinta con un’iscrizione recentemente decifrata (2025) da alcuni studiosi che confermerebbe la presenza dei suoi resti. ll testo ne ripercorre tappe biografiche: «A colui che è stato ucciso due volte dai suoi nemici e fu onorato come un martire. Il sovrano dei Valacchi, Vlad il Pio, se ne è andato in pace lodando sempre Dio nel luogo dove è sepolto».
Vlad III non sarebbe morto in battaglia contro gli ottomani come vorrebbe la tradizione storica: i turchi lo avrebbero catturato e poi rimesso in libertà, grazie a un riscatto pagato dalla (presunta) figlia, Maria Balsa, nel frattempo rifugiatasi a Napoli, dando al padre la possibilità di terminare la vita qui, accolto nella tomba del consuocero, Matteo Ferrillo, di antica e nobile famiglia.
Che sia un eroe, protettore della Romania contro possibili invasori e non un vampiro, lo chiarisce subito Monica mentre ci avviciniamo al castello di Bran. Lo scrittore irlandese Abraham (detto Bram) Stoker avrebbe preso solo spunto da questa figura misteriosa per il protagonista del romanzo “Il conte Dracula”, succhiatore di sangue delle sue vittime, pizzicando l’idea letteraria anche da Jules Verne che aveva scritto 5 anni prima (1892) “Il castello dei Carpazi”.
Vlad nacque nel 1431 a Sighisoara, cittadella medievale riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità con le sue nove torri intatte – tra cui quella dell’orologio- e passò alla storia con il soprannome l’impalatore per la crudeltà che infliggeva a nemici e traditori.

con una targa che lo ricorda

I TRE CASTELLI
Lungo un percorso che collega la Transilvania alla Valacchia, raggiungiamo, ancora prima di arrivare al castello di Bran quello di Peleș a Sinaia, dove prevale l’impronta del neorinascimento tedesco. Il legno ne avvolge l’interno che scandisce i ritmi della casata Hohenzollern-Sigmaringen, raccontando l’anima di re Carlo I (1839 – 1914) che ne aveva deciso la costruzione, immaginandolo come residenza estiva e riserva di caccia, ammaliato dallo splendido scenario naturale.
Ma anche Bran, ai piedi dei Carpazi, è strettamente collegato alla dinastia, non al conte Dracula come narra la leggenda che, tuttavia, serve da attrazione turistica, culminante nella sala delle torture e della paura, calamita per chi è in cerca di brividi.


Fortezza dei cavalieri teutonici impegnati a difendere il cristianesimo nel dodicesimo secolo, il castello di Bran visse fasi alterne, conquistato pure da Vlad e, dopo la sua morte, abitato da nobili ungheresi. A lungo rimase vuoto, finché il comune della vicina Brasov, che ne era proprietario, lo donò nel 1920 ai reali di Romania.
La regina Maria che, dopo le nozze con re Ferdinando, si impose come signora carismatica e colta, sulle orme della precedente sovrana Elisabetta, autrice di poesie, drammi e saggi, lo trasformò in semplice dimora d’estate.
Ma la figlia Ileana, che lo aveva ereditato, lo rese ospedale per ricoverare i feriti durante la seconda guerra mondiale, prima di entrare nel monastero francese come suor Alexandra di Bussy nel 1961, archiviando così 2 matrimoni archiviati.
Tuttavia, nel 1948, il castello era stato già assorbito dal regime comunista che ne fece un museo. Nel 2009 è tornato ai reali, arredato con oggetti e mobili di famiglia.
Uno dei più belli del mondo, dotato di ponte levatoio, è il terzo maniero che ammiriamo, in stile gotico, quello dei Corvino a Hunedoara, nel centro della Transilvania.

Da austera fortezza a sfarzoso palazzo, per volontà del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo arricchì di elementi rinascimentali. Si racconta che lui stesso da giovane recuperò con una freccia un anello d’oro, rubato al re da un corvo. E per ringraziamento ricevette in dono lo stemma con l’uccello, ancora ben visibile oggi. Nelle sue celle sotterrane sarebbe stato imprigionato Vlad: un aneddoto che chiude il cerchio legato alla tenebrosa leggenda.

ORGOGLIO LATINO
Nazione da non molto tempo inserita nei tour internazionali, la Romania mostra orgogliosa il suo incantesimo architettonico e paesaggistico, fiera della discendenza dai coloni inviati dall’imperatore Traiano: un’isola linguistica neolatina, circondata dalle lingue slave dei territori adiacenti. Eppure caratterizzata da un’identità religiosa cristianortodossa.

una suora al lavoro nel laboratorio

I monasteri ne sono toccante testimonianza. Dopo aver passeggiato nell’antico eremo di monaci che si è sviluppato nella grande comunità di Agapia, dove oltre 300 suore si dedicano all’artigianato tessendo tappeti, sciarpe, arazzi e dove, tra gli affreschi del pittore di Nicolae Grigorescu (1838 – 1907), spicca la commovente icona della Madonna col bambino cui fece da modella una contadina del luogo, proseguiamo per il monastero di Moldovita. Non senza aver sostato nella Cappella sistina d’Oriente, celebre per il giudizio universale (1547), capolavoro immerso in una brillante sfumatura azzurra, definita, dal nome stesso del monumento, il blu di Voroneṭ.
Nel monastero di Moldovita ci aspetta suor Tatiana che, con piglio appassionato e incalzante, simile a un’apprensiva maestra, indottrina il pubblico sulle scritture a colori, dal giallo, all’ocra e al verde, descrivendo scene della vita di Cristo e della Vergine Maria, dipinte da Toma di Suceava nel 1537. Un vortice spirituale di intensa bellezza che ci riconduce a Bucarest.
BRANCUSI E CRANACH
L’eleganza della capitale corre lungo il passaggio Macca-Vilacrosse, gioiello architettonico realizzato nel 1891 che fonde la Belle Époque con l’Art Nouveau: è una galleria coperta con vetrate gialle, pullula di caffè e ristoranti, collega la zona di Lipscani, nel centro storico, con Calea Victoriei, dove troviamo anche il Museo nazionale d’arte rumena.

Un tempo fu Palazzo reale. Adesso custodisce capolavori europei e rumeni, tra questi ultimi, i lavori di Constantin Brâncuși, uno dei padri fondatori della scultura moderna, ricordato con mostre e iniziative internazionali nel 2026, per celebrarne la nascita nel villaggio di Hobitza, il 19 febbraio 1876.
A Parigi terminò i suoi giorni (16 marzo 1957) dopo aver elevato la materia a essenza primordiale, semplificando linee e volumi, come nell’opera in bronzo “La preghiera” del 1907 che raffigura una giovane donna inginocchiata immersa nella meditazione.
Spiritualità pura che spinge chi visita il museo verso l’altra ala, custode di una collezione altrettanto ipnotica: ne è fulgido esempio, “Venere e Amore” (1520) del tedesco Lucas Cranach il vecchio che al tema dedicò molte tele. Questa è una delle prime versioni: Venere, che al collo ha una croce, nella sua nudità, quasi impercettibilmente velata, emana serenità e innocenza. L’affianca, a sinistra, il candido figlio alato, Cupido, con l’arco: forse pensa alla prossima freccia che scoccherà.
ANSIA DA RINASCITA
Prima città al mondo a essere tutta illuminata da lampade a petrolio raffinato nel 1857, Bucarest è il faro di un paese che vive ansia da rinascita. Da un lato, confortato dal boom culturale e turistico che veleggia tra i lei, moneta locale, e quella europea, spesso irresistibile tentazione per i guidatori di taxi, pronti a far schizzare il tassametro, seminascosto agli occhi dei passeggeri, fino a quasi 50 euro, per una manciata di chilometri rallentati dal traffico cittadino.

città illuminata al cherosene nel 1857
quando la Romania era primo produttore mondiale di petrolio
Dall’altro, sotto pressione per la precarietà economica e politica che induce molte persone a cercare occupazione all’estero.
Il governo di Ilie Bolojan, in funzione dal giugno 2025 con una coalizione filoeuropea, è caduto il 5 maggio di quest’anno per una mozione di sfiducia promossa dai socialdemocratici, tatticamente alleati con l’estrema destra. E adesso si trascina nell’amministrazione ordinaria, inseguito dallo spettro di elezioni anticipate. Nel frattempo, la vicina Russia crea tensioni con la minaccia di droni militari.
Un’energia inquieta attraversa il territorio nazionale, in cerca di stabilità nel vecchio continente. Senza più scosse devastanti. Mentre la sua capacità di seduzione continua a sorprendere.
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https://santamarialanova.com/la-prima-traduzione-integrale-2025-delliscrizione-del-cappellone-di-san-giacomo/







