D’estate, quelle del pomeriggio, sono le ore più calde, quelle che passano più lentamente e, soprattutto, sono quelle nelle quali l’ozio diventa riposo; sono anche quelle durante le quali l’ombra del giardino, che d’inverno gela il terreno, diventa un’amica da cercare; un’amica con la quale stare da soli cercando di ritrovare un pensiero, un’idea che, da qualche tempo, si presenta frequente alla mente e che cerca una sua concretezza.
Una lucertola si affaccia dalla crepa di una zolla e subito ritorna nel buio del terreno; sotto il mio peso i pochi fili d’erba si piegano distendendosi sull’arido terreno. Un alito di vento, appena percepito, resta nell’aria calda per pochi istanti e poi muore. Tutto intorno il giardino dorme; una formica si guarda intorno certo in cerca di una fila alla quale accodarsi; la seguo con lo sguardo; avanza, si ferma ruotando appena il capo poi prosegue piano e sparisce sotto una foglia secca.
Mi sono sempre rammaricato per le mie scarse competenze rispetto all’ambiente, non soltanto animale, che mi circonda; vorrei, ad esempio, dare un nome agli arbusti che si agitano nel vento, ad un fiore che profuma nell’aria per poi svanire il giorno dopo, all’albero sul quale credo che si fermino tutti gli uccelli che passano per il mio giardino anche se non tutti fanno il nido.
Credo che dovremmo riconoscere ogni angolo dei nostri spazi aperti così come conosciamo quelli delle nostre case; sarebbe una nostra doverosa, nonché facile, partecipazione alla natura che ci circonda, una sorta di ringraziamento al benessere che ci viene dalla sua presenza.
Oziosi pensieri di un ozioso pomeriggio estivo.
Ritorno al mio presente; sdraiato lascio che il tempo scorra senza forzare idee che giungono, svaniscono e poi ritornano ancora semmai cambiate. Da qualche giorno inseguo una pagina sulla quale mi sono arenato; e non saprei dire perché.
Tutta la costruzione del periodo mi è chiara, il ragionamento sembra avere una sua autonomia e una sua logica ma quando arrivo al punto finale ho la sensazione di non aver detto quello che doveva chiarire il concetto che volevo esprimere; come un disco non ascoltato fino in fondo o un film al quale manchino le scene finali, quelle che avrebbero dato un senso agli avvenimenti narrati.
Allora ricomincio a svolgere il filo del ragionamento; tentativo inutile; l’intoppo arriva sempre allo stesso punto; ho anche provato a tradurre tutto con un altro tempo verbale e con un diverso ordine degli aggettivi rispetto ai soggetti; ho rovesciato l’intero periodo, espediente che spesso ha funzionato dando alle parole un diverso ritmo ma, questa volta, tutto resta non detto, non convince.
Anche ora continuo a ritornare allo scritto al quale sto lavorando in questi giorni: un saggio sulle scale aperte napoletane; ma è un tentativo inutile; il risultato è sempre lo stesso: non sono convinto, ho l’impressione che sull’argomento sia stato già detto tutto; gli esempi più interessanti, gli architetti che maggiormente hanno contribuito alla diffusione di questa tipologia, ogni studio della loro statica, ogni interpretazione che questi luoghi hanno assunto nel contesto sociale è stato già evidenziato in ricerche, studi sociologici per non parlare delle tante vicende cinematografiche ambientate in questi spazi così legati alla vita comunitaria napoletana.
Mi sono arreso; ho deciso di abbandonare il lavoro per qualche tempo; quando lo riprenderò sarà più facile capire se può essere recuperato o se, come a volte pure è capitato, va abbandonato definitivamente. In realtà di un vero e proprio abbandono non si può parlare, perché tutto rimane conservato nel computer in un file intitolato, appunto, RESTI. Mi sono spesso chiesto che funzione può avere questo file e, soprattutto, perché lo incremento.
Una risposta certa, lo confesso, non ce l’ho. A volte, senza un motivo preciso, sfoglio il file e leggo come se consultassi un’antologia; trovo frasi complete delle quali, però, non ricordo il contesto dal quale sono state eliminate e, nemmeno perché del loro abbandono; le cose si complicano quando trovo frasi non concluse o anche singole parole che navigano nel foglio senza nessun riferimento. Non nascondo che, in non pochi casi, interi periodi sono stati riutilizzati; allora recuperano una loro funzione ritornando in un testo che si completa con “i nuovi arrivati”.
Mi accorgo che inseguo ragionamenti in un certo senso, inutili; il tentativo di distrarmi, rispetto al problema del mio scritto sul quale mi sono arenato, è patetico e fin troppo evidente.
Sdraiato, lascio che il caldo del pomeriggio mi corra in aiuto trascinandomi in un torpore al quale mi abbandono. Poi un raggio di sole, filtrando nel fitto fogliame, mi colpisce destandomi. Resto sdraiato cercando di riconnettermi alla realtà ed al tempo trascorso. Un suono secco, quasi metallico, rivela la presenza delle cicale. Sarà una sola oppure è un concerto? In tal caso ci sarà un segnale, solo a loro noto, che avverte del tempo da scandire con il loro frinire (a proposito ma esiste un cicalo? E come si coniuga il loro verbo?) mi perdo dietro una possibile coniugazione (io frinisco, tu frinisci, egli frinisce; sarà così?)
Mi sorge un dubbio: e se, invece, sono grilli? L’unica cosa che ricordo di aver letto è che il grillo preferisce le ore notturne ossia quando l’aria è più fresca. Non ricordo, invece, il diverso meccanismo, che pure devo aver letto, con il quale i due insetti producono il loro suono (ecco: il dizionario m’informa che, anche se non tutti sono d’accordo, il verso del grillo si chiama illividire o, più comunemente, stridire -termine poetico o arcaico per stridere-).
Una cosa, però, posso chiarirla: data l’ora ed il caldo che ancora persiste, il suono che sento appartiene alla cicala; allora penso: se resto ancora qui sdraiato riuscirò a distinguere quando nell’aria subentrerà il grillo? Ci sarà un’ora della sera quando le cicale smettono e passano il testimone al grillo? Oppure c’è un intervallo di tempo? Se resto in ascolto, questo lungo o breve intervallo non dovrebbe sfuggirmi; così potrò anche cogliere meglio la differenza fra il suono breve, metallico della cicala e quello continuo, acuto del grillo. Ottimo proposito; in questo modo mi sentirò partecipe della vita naturale che mi circonda.
Ecco, ho mentalmente misurato il tempo; da qualche minuto le cicale tacciono; l’orchestra ha riposto gli strumenti; i musicisti si danno il cambio; ora devo attendere per vedere solo fra quanto tempo l’orchestra comincerà con altro suono; ed allora sarà iniziata la sera.
Un leggero dolore, appena una fitta nel fianco; l’umidità dell’aria pretende una sua presenza nel giardino; ed i miei anni pretendono un loro riposo in un ambiente più accogliente e su una seduta più comoda. Rimando ad un altro giorno l’ascolto del concerto grillaceo o grillineo (miei neologismi). E domani riprenderò anche il mio scritto sulle scale napoletane.
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L’AUTORE
Già professore ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II, autore di saggi, racconti e pubblicazioni collettive, Francesco Divenuto offre a lettrici e lettori un nuovo racconto dal titolo “Ozio”, riflessioni sul tempo che scorre in un caldo pomeriggio estivo







