Hotel de Bonart Naples/ Francesco Alessio, abitare la materia. Quell’alfabeto d’artista che comunica un’immaginazione

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Non c’è forma senza materia, né materia senza forma: sono un binomio inscindibile. La forma è il modo in cui la materia si rende percepibile a noi, che della materia stessa siamo parte. Da qui nasce una domanda che attraversa da sempre la riflessione sull’arte: la forma appartiene già alle cose o nasce dall’intervento creativo dell’uomo?
Si possono distinguere almeno due prospettive. La prima sostiene che la forma sia già, in potenza, presente nella materia. È una visione che richiama il pensiero di Aristotele e, per certi aspetti, quello di Michelangelo: l’artista non inventa interamente la forma, ma la riconosce nella materia, portandola alla luce e liberandola.
La seconda attribuisce invece all’artista un ruolo determinante nella nascita della forma. Questa non attende semplicemente di essere scoperta, ma prende corpo attraverso l’immaginazione, l’esperienza e la sensibilità di chi crea.
Forse, però, le due prospettive non sono inconciliabili. La forma potrebbe non essere né interamente nascosta nella materia né completamente imposta dall’artista, ma emergere dall’incontro tra le due. L’opera d’arte diventerebbe allora il luogo di questa relazione: insieme scoperta e invenzione.
La mostra personale di Francesco Alessio, La forma delle cose, allestita presso de Bonart Napoli, si colloca proprio all’interno di questa tensione. La materia è ciò che si offre allo sguardo e al gesto; la forma è una possibilità che, attraverso quel gesto, affiora, diventa visibile, acquista presenza. L’invisibile non si oppone al visibile, ma vi si manifesta: l’idea della forma diventa percepibile soltanto incarnandosi nella materia. È in questo passaggio, sottile e necessario, tra ciò che la materia suggerisce e ciò che l’artista vi riconosce, immagina e realizza, che si colloca la ricerca di Alessio.

Qui sopra, Cocci (particolare). In copertina: Il petto e il mondo

Una visione del mondo
Francesco racconta che la scultura permette di stabilire un legame profondo con i materiali e, più in generale, con la materia. Dopo averla conosciuta, attraverso un percorso consapevole o talvolta casuale, l’artista stabilisce con essa una sorta di primo accordo. La materia diventa così un codice, un alfabeto attraverso cui comunicare un’immaginazione, una visione del mondo, un sogno o qualcosa che appartiene alla realtà.
Lavorare la materia non significa semplicemente assecondarla. La conoscenza tecnica è necessaria, ma è lo strumento attraverso cui lo scultore fa emergere ciò che vuole esprimere. Lo scultore non è colui che raccoglie i materiali, ma colui che li sceglie, confrontandosi con le possibilità e i limiti di ciascuno. Alcuni conservano caratteristiche molto forti, altri, come l’argilla, si lasciano plasmare quasi interamente. In entrambi i casi non si tratta né di piegarsi alla materia né di costringerla alla volontà dell’artista: non è un rapporto di forza, ma una collaborazione, una forma di complicità.

Francesco Alessio


È attraverso questa complicità che il materiale arriva a parlare e a incarnare idee. Una putrella, per esempio, porta nell’opera anche la memoria della propria funzione: quella del sostegno, del pilastro, quasi della pietra angolare. Il ferro conserva la sua forza, la sua durezza e la sua freddezza, ma può essere levigato, tagliato, affilato, trasformato. Il materiale possiede dunque un valore espressivo proprio, che l’artista riconosce e rende parte dell’opera.
Comprendere questo linguaggio richiede talvolta un ulteriore avvicinamento. Accade qualcosa di simile con la poesia: pochi versi, una punteggiatura inconsueta o una frase interrotta possono apparire enigmatici al primo incontro, ma diventano accessibili quando si comincia a riconoscere il linguaggio del poeta. Così, davanti a un’opera, a un primo incontro immediato e istintivo può seguirne un secondo, nel quale cerchiamo di entrare nella ricerca dell’artista. La domanda allora non è tanto «che cosa significa?», quanto «a che cosa rimanda?».
L’opera può così incontrare l’esperienza dell’osservatore. La risonanza nasce tra due esperienze: quella dello scultore, resa presente nell’opera, e quella di chi guarda, che vi arriva con il proprio mondo. Quando le due entrano in contatto, può scattare una scintilla. Si apre, allora, una possibilità di relazione con l’artista, la stessa che ci consente, davanti a un’opera realizzata secoli fa, di entrare ancora in contatto con lo sguardo di chi l’ha creata.
Il rapporto con la forma
Nelle opere di Francesco la scultura nasce dall’incontro tra forme e cose, tra materia e spazio, ma all’origine del processo c’è sempre un’idea. La forma esiste inizialmente come forma mentale, come intuizione che orienta il lavoro e che, attraverso il disegno e poi la lavorazione di uno o più materiali, comincia ad assumere una consistenza fisica. L’idea diventa forma attraverso la materia.

Il Pozzo, le viscere della città: l’opera nasce da un’esperienza vissuta molti anni
fa nel sottosuolo di Napoli


Questo passaggio, tuttavia, non è mai una semplice traduzione. Tra l’immagine iniziale e l’opera si compie un processo di trasformazione: già il disegno comincia a ordinare ciò che nell’intuizione si presenta ancora come possibilità; il confronto con i materiali, le dimensioni, gli equilibri e lo spazio conduce poi progressivamente verso la forma definitiva. A volte un’idea rimane a lungo in una fase di sedimentazione; altre volte è l’incontro con una forma osservata nella realtà a suggerire il modo in cui darle corpo. La forma non coincide quindi con l’idea iniziale, ma è il modo in cui quell’idea riesce a concretizzarsi nell’opera.
Nelle sculture composite questo processo passa spesso attraverso l’accostamento di forme e materiali differenti. Raramente un solo elemento riesce a incarnare tutti gli aspetti di un’intuizione: un materiale può far risuonare l’altro, esaltarlo, attenuarlo, equilibrarlo o agire per contrasto. Ferro, legno, terracotta e pietra non sono supporti intercambiabili, perché ciascuno porta nell’opera qualità e significati propri. Il materiale entra a far parte del significato stesso della forma.
Anche il vuoto partecipa a questa costruzione. Per Francesco, infatti, la scultura è spazio: quello occupato dalla materia e quello che la forma delimita, attraversa o sembra lasciare libero. Persino una struttura in filo di ferro, apparentemente trasparente, raccoglie e contiene uno spazio. Nelle opere di maggiori dimensioni questa relazione coinvolge direttamente il corpo di chi guarda, invitandolo a prendere le distanze, ad avvicinarsi e talvolta a percorrere lo spazio della scultura.

Le cupole di spago


La scultura non è dunque soltanto una forma da osservare: diventa uno spazio con cui misurarsi e che, per un momento, siamo chiamati ad abitare. La forma diventa così anche un modo di comunicare la propria visione delle cose.
L’opera può essere pensata come una soglia sulla quale il mondo dell’artista e quello dell’osservatore si incontrano. Francesco immagina e realizza la forma fino al momento in cui la considera compiuta; da quel punto ha inizio l’esperienza di chi guarda. «Io finisco e chi osserva comincia».
Ne deriva un incontro tra due mondi interiori che avviene nell’esteriorità dell’opera: da una parte il racconto dell’artista, dall’altra quello che si suscita in chi osserva. La forma viene così praticata due volte: da chi la realizza e da chi, guardandola, la attraversa. È in questo spazio condiviso che la forma delle cose può continuare a trasformarsi.
Le opere in mostra
Le opere esposte, pur nel loro numero contenuto, invitano l’osservatore a lasciarsi coinvolgere in un viaggio attraverso tempi e luoghi, ma anche dentro una dimensione più intima. Nella ricerca di Francesco l’osservazione della realtà e la sua trasformazione si intrecciano continuamente: luoghi, esperienze e materiali vengono interiorizzati per poi riaffiorare nell’opera sotto una nuova forma.
Il Pozzo, le viscere della città nasce da un’esperienza vissuta molti anni fa nel sottosuolo di Napoli, quando alcuni pozzi all’interno degli antichi palazzi del centro storico cominciavano a essere resi accessibili grazie all’opera di volontari. Da una piccola porta aperta nel cortile di un palazzo si scendeva, attraverso scale ricavate nel tufo, nelle grandi cisterne dell’antico acquedotto, collegate tra loro da cunicoli.
Scendere nel sottosuolo significava entrare nella memoria della città. Sulle pareti rimanevano tracce, graffiti e oggetti legati anche al periodo in cui quegli ambienti erano stati utilizzati come rifugi antiaerei. A questa memoria storica se ne sovrapponeva un’altra, più remota: quella della materia stessa e del tempo geologico.
Nella scultura l’esperienza della discesa prende forma attraverso una sequenza di ferro, lamiera, legno e altri elementi, ricondotti a unità dal colore nero. Materiali differenti sembrano così condividere uno stesso destino, accompagnando lo sguardo in un percorso verso la memoria, individuale e collettiva, storica e geologica.
Quest’ultima si concentra nel pilastro intorno al quale si articola una sorta di scala o rampa. Tre elementi di roccia sedimentaria, segnati dalla presenza di fossili, introducono nell’opera una temporalità che precede quella dell’uomo: la materia conserva in sé la traccia di un tempo remoto e la rende presente.
Il pozzo non è più allora soltanto un vuoto da attraversare. Attraverso la materia, quel vuoto si riempie di tempo, di memoria e di senso.
Una mappa dell’esistenza
Nell’opera di Francesco gli elementi messi in campo sembrano tracciare una vera e propria mappa dell’esistenza: vi troviamo la materia vivente, a cui appartengono l’artista e gli uomini; quella che un tempo è stata viva, come il legno e la canapa; e quella che, sgretolandosi, torna a farsi terreno per la vita o che, restando integra, può accoglierla e custodirla, come la pietra, il ferro e la terracotta. A unirle è il rispetto che l’artista nutre per la materia in tutte le sue forme. È come se gli atomi dei suoi occhi, della sua mente e delle sue mani riconoscessero nella materia i propri compagni di viaggio, nati da un’unica stella.

Pugni nel muro


Questo senso di appartenenza a una materia senza tempo chiama in causa anche chi osserva. Non uno spettatore passivo, ma un osservatore attivo, disposto ad avvicinarsi, sostare, cambiare punto di vista e lasciare che l’opera entri in relazione con la propria esperienza. Il suo sguardo continua, in qualche modo, il percorso iniziato dall’artista: se Francesco immagina, sceglie, trasforma e dà forma alla materia, chi osserva parte da quella forma per costruire il proprio incontro con l’opera.
È forse proprio qui che il percorso della mostra può oltrepassare i confini dello spazio espositivo. Il rispetto con cui l’osservatore si avvicina all’opera rispecchia quello con cui l’artista si avvicina alla materia: non imponendosi su di essa, ma ascoltandone possibilità, caratteristiche e risonanze.
L’opera di Francesco può raccontarci allora anche un altro modo di stare al mondo: non prevaricare, ma riconoscere; non imporre, ma entrare in relazione. Abitare la materia significa, forse, riconoscere di esserne parte e, attraverso di essa, abitare con rispetto la vita.
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