Qui sopra, la copertina del libro
In alto, foto di Juraj Varga da Pixabay
 

Come nel 1630. Quando la peste si abbatté su Milano e a gestirla fu incaricato un super commissario con pieni poteri, Felice Casati.
Si bandivano gli assembramenti , si utilizzavano fazzoletti per proteggersi naso e bocca e ai malati si offriva un po’ di sollievo, arieggiandoli con ventagli. 
Lo ricorda Antonio Filippetti , citando “I promessi sposi” di Manzoni, nella decima settimana del suo “Almanacco del tempo del Coronavirus”, giornale di bordo sulla prima ondata della pandemia da Covid, capace di inghiottire quello cui eravamo abituati.
Scritte tra marzo e giugno scorsi, queste ottanta pagine potrebbero essere cronache appena compilate da un mondo confuso, diretto da mani inaffidabili,  alle prese con  varianti del nemico invisibile, ma onnipresente. Nulla è cambiato, il virus si moltiplica e  la strategia delle vaccinazioni viaggia sulle ali di un enigma.
L’autore si lascia ispirare dal dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere  nelle leopardiane Operette morali che parte da un interrogativo: sarà felice l’anno che verrà? Il quesito sottilmente si aggira nei pensieri  allineati su quanto è accaduto all’irrompere del virus nelle nostre vite, con uno sguardo all’oltre. Quando il contagio non sarà in agguato.
Ma l’orizzonte  nuovo non può essere un ritorno alla “normalità”: a una società dominata dall’egoismo, dalla disuguaglianza, incurante del merito e della qualità. Antonio delinea il suo sogno che è quello di molti tra noi:  sentire tante storie raccontate da chi spesso è tagliato fuori dai circuiti mediatici; rivedere riempirsi i banchi di scuola;  ottenere una giustizia equa e proteggere  le fasce sociali davvero più fragili. Queste, le strade del cambiamento.
Quelle vecchie le abbiamo percorse e continuiamo ad attraversarle in un’emergenza ancora in piedi. Sono le vie della saccenteria, del presenzialismo, dell’esserci a tutti i costi anche se si ha poco da dire. In breve, la santificazione dell’ignoranza.
Sgomenti, abbiamo assistito alla nascita di un altro star system, tra volti accigliati, arroganti o sorridenti, affacciati virtualmente in talk show televisivi per annunciare (false)  profezie : il trionfo di scienziate e scienziati  nel loro inaspettato momento di gloria.
Nel contesto,  l’universo della comunicazione non ha fatto e non fa una gran bella figura. L’almanacco lascia emergere in tutta la sua evidenza un’amara verità: competenza, professionalità e credibilità da anni sono archiviate nel giornalismo (ma non solo). La crisi della carta stampata avanza: invece di  sorpassare l’immediatezza del web con approfondimenti e inchieste, continua imperterrita  a offrire replica di notizie propagate a raffica già su tg e social.
A tutti gli editori un avviso di navigazione che condividiamo: invece di proporre romanzi di detective e commissari pubblicate testi che hanno qualcosa da dire, anche di autori passati inosservati.  Potrebbero aiutarci a capire meglio come muoverci nella vita di tutti i giorni, pure in momenti particolari come quello che stiamo vivendo.
Un augurio per l’avvenire: che la maschera dietro la quale ci nascondiamo contro la malattia possa concludere il proprio giro nella spazzatura. Quella reale , come la ffp2,  insieme alle altre, impalpabili ma presenti,  con cui spesso balliamo la danza dell’essere e dell’apparire. Lasciando spazio, finalmente, a un’umanità migliore. Saggia e solidale.
©Riproduzione riservata 
Il LIBRO
Antonio Filippetti
Almanacco  del tempo del Coronavirus
Istituto culturale del Mezzogiorno
pagg.80
12 euro
L’AUTORE
Giornalista e scrittore, Antonio Filippetti fa parte dell’Unione nazionale scrittori e artisti (consiglio direttivo).  Ha collaborato a riviste italiane e straniere. I suoi interventi più recenti sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica”.

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