Poesia in bianco e nero. Con qualche spruzzo di colore che riannoda i fili dell’emigrazione. Gli italiani di ieri , poveri del mondo. Come gli immigrati di oggi, in fuga dalla disperazione.
Delicato e intimista, il corto di 20 minuti proposto da Alessia Bottone (con Valentina Bellè e Giuseppe Bottone), premiato al Bellaria Film Festival dalla Giuria presieduta da Moni Ovadia e selezionato, tra l’altro, al Festival del Cinema e dei Diritti Umani di Napoli in streaming dal 17 al 28 novembre. “La Napoli di mio padre” (con sottotitoli in inglese) è ispirato a una storia vera.
Spiega la regista e giornalista che lo ha prodotto in collaborazione con Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, Istituto Luce e K-Studio: «Da un punto di vista narrativo, mi sono ispirata al racconto “Un paio di occhiali” di Anna Maria Ortese. La protagonista dell’opera, una bambina napoletana allegra, molto povera ed estremamente miope ottiene in regalo un paio di occhiali che, per la prima volta, le permettono di vedere ciò che ruota attorno a sé. A quel punto, rendendosi conto dello squallore della sua esistenza, getta gli occhiali nel fango e preferisce tornare a vivere come prima, ignorando la realtà».
Alessia, cresciuta al Nord, e il padre Giuseppe. Lui guarda l’orizzonte con la tazzina di caffè fumante in mano, dalla finestra di casa. Partito da Napoli, la sua città, vagabondo da giovane adulto, sempre in viaggio, incontra la moglie e mette su famiglia senza perdere mai la libertà di essere con la mente altrove.
Giuseppe racconta le ferite dei pregiudizi in maniere lieve, toccando il cuore: i suoi pensieri ripercorrono le tracce napoletane, dal quartiere della Vicaria a quello borghese, dove la differenza della lingua, napoletano e italiano, pesa come un macigno. Tanto da costringere la madre, malgrado la casa grande, simbolo del nuovo benessere raggiunto, a nascondersi dietro le persiane per non essere notata nella sua diversità di comportamento.
Spunto del corto è il ritorno a Napoli in treno con papà. Alessia osserva e intesse la tela cinematografica. Tra la città del popolo e quella della borghesia, dove la solidarietà non è che un granello di polvere da spazzare via con l’arroganza del pregiudizio.
Papà Giuseppe si concede, invece, il lusso di non apparire, di non sgomitare per diventare qualcuno, libero di essere nessuno.
Un docufilm che fa riflettere su una tematica adesso più che mai attuale: la necessità di insegnare a scuola la lingua napoletana, insieme a quella italiana. Per non escludere nessuno. In modo che anche da piccoli non ci si senta discriminati e non si debba rinunciare all’identità partenopea, quella verace, per essere accettati dalla società.
Il passato ritorna sempre. Anche per Giuseppe. Per quanto lontano possiamo andare, torniamo sempre là, dove tutto è cominciato. All’origine della nostra vita.
In foto, la locandina del film

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