Le disobbedienti/ “Il rumore della memoria” di Ruben Barrouk: 2 donne (ebree) in viaggio nel passato. Sullo sfondo di una Marrakesh polverosa e grigia

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Un romanzo d’esordio, acclamato in Francia, su un tema d’attualità. Due donne, nonna e madre, accompagnate da un giovane nipote intraprendono un viaggio in un passato lacerante per riconnettere i lembi di una identità slabbrata.
Chi vive a cavallo tra più culture avverte, sempre, la necessità di interrogarsi sulle proprie radici e quasi mai il processo di ricerca risulta indolore.
Sussurri pronunciati dagli adulti riemergono dalla memoria infantile, brandelli di filastrocche, canzoni e ninne nanne riaffiorano alla mente risvegliate dalla memoria olfattiva o dal sapore di un dolce, una pietanza o una bevanda carichi di significati simbolici.
Le protagoniste raccontate in “Il rumore della memoria”, scritto da Ruben Barrouk e da poco pubblicato da Astoria, sono ebree nate e vissute in Marocco, parte della comunità che si dissolse definitivamente a seguito della Guerra dei Sei Giorni (1967).
La Marrakesh che si incontra tra le pagine è fredda, polverosa, piovosa, grigia e orbata di una parte: quella che vive nel ricordo di chi rifiutandosi di partire è rimasta sola – la nonna– e di chi partita torna per un pellegrinaggio dell’anima, la madre.
Un romanzo delicato e poetico venato di una malinconia struggente coraggioso nell’affrontare un tema, l’essere ebrei, in un momento nel quale è difficile farlo con toni pacati.
L’autore descrive la profondità di un sentimento che nei secoli è la storia di un popolo: «Siamo pellegrini perché questo è il nostro dovere. Perché una forma di umiltà ci suggerisce di non affermare che questa terra sia nostra, di continuare a essere degli stranieri. Non è che un luogo di passaggio. Abbiamo imparato a non affezionarci. Soprattutto, a non amarla, per sottrarci al dolore. Per accettare per un istante la nostra fragilità. Abbiamo imparato ad andarcene per non spezzarci. È così che la certezza di una fine imminente ha trovato posto nei cuori di un’intera famiglia. Siamo certi che spariremo, se dovessimo fermarci. Se dovessimo amare. Per questo non dobbiamo farlo. Dobbiamo proseguire. Camminare e proseguire il nostro pellegrinaggio. Ovunque sia possibile attraverso tutto il Marocco. Come se, alla fine, avessimo dovuto scegliere tra lui e noi. E avessimo scelto lui. Come se sapessimo che la fine era vicina. Che presto ci avrebbe lasciati. Siamo stati noi a provocare la fine. Un giorno abbiamo smesso di nascere qui. Io non sono nato qui. Non sono un pellegrino su questa Terra. Tutto ciò che posso fare è amarla sapendo di non poterla conoscere. Non sono nient’altro che il testimone di una fine vertiginosa».
Viene facile pensare all’erranza come destino accolto e interiorizzato dal ragazzo che, guardando le generazioni di donne che lo hanno preceduto, non vede altro modo per riconnettersi con la propria identità che ritornare nei luoghi dai quali la sua comunità è fuggita.
Il romanzo, attraversato da una sospensione temporale legata alla dimensione della ricerca identitaria accompagnata dalla precarietà di chi non si sente mai sicuro di essere in un luogo nel quale si tratterrà, ha un convitato di pietra, un rumore che soltanto la nonna percepisce, la proiezione di un sentimento conficcato nell’anima che si personifica e palesa con uno scopo preciso: rimembrare chi non c’è più. Il molesto effetto sonoro non è acufene ma manifestazione di un passato che, temendo di scomparire, si impone.
Il rumore della memoria accompagna la donna anziana rimasta a custodire i ricordi e le tombe dopo aver visto partire tutti coloro che conosceva, tutti coloro che erano la sua gente e la sua cultura.
La Storia è segnata da spartizioni, cesure e strappi con cui popoli  – da generazioni – fanno i conti cercando ragioni che possano far superare il trauma e collezionando frammenti che possano ricomporre emozioni e appartenenza: «A Marrakesh, gli arabi hanno qualcosa di ebreo dentro di sé. Alcuni frammenti della nostra identità si sono rifugiati lì, dentro di loro, sotto forma di qualcosa di profondamente intimo. È così, gli arabi custodiscono gli ebrei. Li proteggono. Accudiscono ciò che ne resta, tutto ciò che gli ebrei non sono riusciti a portare con sé il giorno della grande partenza. Tutto ciò che sono stati costretti a lasciare. Tutto ciò che sono, semplicemente. E anche tutto ciò che gli arabi non sono riusciti a lasciare andare. Tutto ciò che sono riusciti a tenere con sé, quando si sono separati».
Il piano emotivo innerva l’intero racconto, nei dialoghi e nei pensieri si respira la densità di temi come l’appartenenza ai luoghi, l’identità culturale, la convivenza religiosa, la memoria, la trasmissione generazionale delle radici.
Lo stile narrativo mostra i sintomi di un’opera prima nella ricerca di un equilibrio della scrittura – il lirismo e le frasi sincopate si alternano – che verrà con il tempo perché non v’è dubbio alcuno che l’autore continuerà a scrivere, spinto dall’urgenza di farlo, e che abbia stoffa per farlo.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Ruben Barrouk
Il rumore della memoria
Astoria
Traduzione di Claudine Turla
Pagine 223
euro 19
L’AUTORE
Ruben Barrouk è nato a Parigi nel 1997. Il rumore della memoria è il suo romanzo d’esordio, ispirato alla storia della sua famiglia, ed è stato acclamato dalla critica francese: ha ricevuto il Prix Mottart de l’Académie française e il Bourse de la Découverte de la Fondation Prince Pierre de Monaco, è stato finalista del Prix Goncourt du Premier Roman e selezionato per il Prix Goncourt e per il Prix Goncourt des Lycéens.

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