Le disobbedienti/ Martina Tozzi racconta Virginia Woolf: tormento dell’anima e tumulto delle passioni (Nua edizioni)

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Misurarsi con la biografia di un mostro sacro come Virginia Woolf richiede coraggio e Martina Tozzi ne ha avuto nello scrivere “Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf” da poco in libreria per NUA edizioni.
«È un uomo di genio sussurrava la mamma orgogliosa parlando di lui. (il marito n.d.r.) Donne di genio, invece, non ne esistevano, a quanto ne sapeva. Eppure, come lui lei si smarriva per ore nei libri, come lui aveva un grande amore per la scrittura, come lui a volte perdeva la pazienza. Pazienza che, invece, sembrava essere la dote principale necessaria a ogni donna, insieme alla bellezza, ovviamente».
Virginia Woolf fu una donna tormentata, secondo alcuni da una malattia non diagnosticata né curata, la bipolarità, cui altri hanno aggiunto ulteriori disturbi ma, quel che qui importa, non è il dato clinico bensì la difficoltà esistenziale di una persona che, caduta, si è rialzata più e più volte convivendo con il dubbio di star scivolando verso l’oscurità.
Quel che di lei possiamo conoscere, leggendone le opere e i diari, sono l’intelligenza, l’arguzia, la passione per la scrittura, la voglia di creare un proprio stile nell’uso delle parole e la sofferenza nel dover conciliare gli aspetti bui della propria mente con quelli luminosi.
Questo è il viaggio nel quale vuole accompagnarci l’autrice affrancando la scrittrice dalla versione che la riduce a vittima di abusi da parte dei fratellastri, preda delle follia e suicida.
Tozzi racconta del tumulto delle passioni, degli affetti, della curiosità, dell’amore per la natura e gli animali, dell’interesse per i viaggi e del tanto altro che rendeva Virginia Woolf una persona con una vita costellata di quotidiane piccole grandi cose, il ritratto che guardiamo scalfisce la superficie di donna fredda e distaccata presentando una persona perennemente impegnata a tener a bada una sensibilità che ferisce con squarci dolorosi, un’anima costantemente in bilico alla ricerca di un equilibrio.
La protagonista che incontriamo tra le pagine è una bambina felice che cresce in una famiglia numerosa nutrendosi di letture e gioco e da adulta scoprirà lati del proprio carattere – e di quello dei familiari- che le risulteranno incoerenti e contrastanti con l’idea che si era creata, la lettura ci svela come li elaborò venendoci a patti.
L’essere esclusa dalla possibilità di frequentare la scuola e proseguire la sua istruzione, perché femmina, mentre i fratelli vanno al college e l’università così come il divieto di rifugiarsi nell’unica attività che le permetteva di esorcizzare i momenti difficili – la lettura e la scrittura – perché “la eccitavano troppo” unito al terrore di essere rinchiusa a vita in un manicomio rappresentano esperienze comuni con altre donne, esperienze che maturando insieme con altre frustrazioni, la condussero a pronunciare i discorsi alle ragazze dei college femminili dell’Università di Cambridge da cui prese forma il saggio “Una stanza tutta per sé”.
«Deve riposare, e non studiare troppo. Per le donne in particolare, lo studio è un’attività che può sconvolgere il sistema nervoso. Per un po’, dunque, sarebbe meglio interrompere ogni lezione».
Woolf, invitata a tenere una conferenza sul rapporto tra le donne e il romanzo (1928), spiegò che è l’indipendenza economica a rendere possibile dedicarsi alla scrittura poiché essa garantisce la libertà di scelta e la disponibilità di tempo insieme con quella di luoghi fisici e spazi mentali non inficiati dal bisogno, il messaggio che giunse alle ragazze fu quello di osare, tentare e non rinunciare cadendo nel tranello sociale che le voleva relegate in un ruolo ancillare così come lei aveva visto succedere nella propria famiglia con la madre prima e con le sorelle poi: «Dunque, pensava, l’uomo ha bisogno della donna perché per brillare serve sempre qualcuno che sia in ombra, che batta le mani, dunque è per questo che a noi non è consentito mai di emergere, perché altrimenti i maschi non avrebbero più questo specchio che restituisce la loro immagine amplificata dalla nostra debolezza. Pensava a papà, che sbraitava contro Vanessa e contro di lei, che aveva sbraitato contro Stella e contro la mamma e che non aveva mai alzato la voce contro Thoby o Adrian. Papà, con quelle grida e quei lamenti, era dipendente dalle donne, lo diceva anche la zia Quacchera. Aveva bisogno del loro sostegno, delle lodi , del tifo per lui. Virginia si sentiva imposto quel ruolo che non le piaceva, che non pensava fosse per lei: non voleva acclamare, voleva poter partecipare».
Partecipare a conversazioni stimolanti sulla letteratura, la politica, la filosofia e qualsiasi altra disciplina di cui parlavano gli uomini mentre le donne erano confinate a chiacchierare di vita domestica, impegni familiari e ricevimenti, questo scelse per sé appena poté. Sui tratti maschilisti di una società improntata a un modello patriarcale ritornò nel 1938, quando l’Europa si avviava verso il mostruoso gorgo della seconda guerra mondiale, con “Le tre ghinee” in cui argomenta l’idea di pacifismo femminile contrapposta al militarismo maschile dei regimi totalitari.
Coltivò diverse amicizie con donne di cui ammirava il carattere e il talento: «È un trito luogo comune quello della competizione femminile, e non riesco a immaginare uno stereotipo più infondato. Continuerà a essere portato avanti solo finché le donne permetteranno agli uomini di farlo«.
L’autrice ci mostra una donna consapevole dell’egoismo paterno ma incapace di condannare l’uomo perché profondamente legatavi e – in parte – perché simile a lui nel costante bisogno di esser rassicurata sul talento nello scrivere e sulla saldezza dei rapporti affettivi: l’anelito simbiotico con la sorella Vanessa, la passione divorante per Vita Sackville-West, l’attrazione per altre donne e la stabilità con il marito Leonard Woolf.
Tozzi dà voce al tormento dell’anima, alle paure, le angosce ma anche all’eccitazione e la gioia affrontando temi come la frigidità, il desiderio sessuale e l’obbligo sociale del matrimonio e della maternità. Woolf, dopo aver metabolizzato l’iniziale sussulto di gelosia nei confronti delle sorelle che temeva si sarebbero allontanate da lei, amò i suoi nipoti e avrebbe desiderato avere dei figli ma accantonò l’idea quando il marito le fece notare che con i suoi problemi di salute sarebbe stato rischioso, in seguito guardò alla scelta compiuta come l’unica in grado di consentirle di dedicarsi alla scrittura.
Una scrittura che fu innovativa e originale nella costruzione e nello stile e la impegnò, come consumandola, in un’opera di revisione e perfezionamento continuo. Mai convinta del risultato ricercava una perfezione che sembrava sfuggirle così come rincorreva la comprensione di fenomeni sociali e dinamiche relazionali che la spingevano a un’acuta osservazione, ascoltiamo i dubbi e i pensieri quando si domanda come mai le donne le apparissero tanto più interessanti e seducenti degli uomini o perché il guardarsi allo specchio per ammirare la bellezza del proprio volto o godere della passioni le apparisse peccaminoso fino a comprendere che l’insorgente senso di colpa fosse dovuto all’educazione puritana, le siamo accanto nella disperazione di chi avverte i sintomi di una nuova crisi che conduce all’isolamento e l’allontanamento dai luoghi e le persone amate preda del terrore di non riuscire a superare un altro devastante corto circuito mentale e con lei viviamo l’esaltazione di una nuova idea che va prendendo forma dimenandosi con urgenza prima di esser fermata sulla carta. E dopo tanto gioire, soffrire, scrivere e vivere – sì perché quello di Tozzi è un invito a scoprire la vita della scrittrice e non la morte – arriva la fine, una fine coerente con chi ha rivendicato il diritto di scelta.
L’autrice ci ha abituato, con le sue biografie dedicate a donne di talento dal carattere determinato e lo spirito indomito, a uno stile fluido, intimista e appassionato in cui chi legge viene introdotto, con garbo e sensibilità, in vite intense incise dalla consapevolezza e dalla libertà di pensiero in cui le protagoniste, infrangendo le regole sociali della propria epoca, aprono nuove strade pagando il prezzo della disobbedienza.
Il talento, l’intelligenza e l’indipendenza intellettuale delle donne sono state – e talvolta ancora sono – una condanna, raccontare le biografie di chi tale condanna l’ha vissuta è il modo per sradicare le regole sociali che comminano la sanzione decostruendo lo stereotipo attraverso il ribaltamento: un modello etichettato come negativo viene riletto e presentato come positivo. Grazie, Martina Tozzi per questa bella biografia che restituisce all’icona Woolf la donna Virginia.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Martina Tozzi,
Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf
NUA edizioni
Pagine 452
euro 18

IL LIBRO
Martina Tozzi è una grande appassionata di storia, interessata in particolare alle figure femminili del passato. Autrice di numerosi romanzi storici. Ha esordito nel 2019 con L’ultima strega (Harper Collins). Per NUA ha pubblicato una biografia romanzata di Mary Shelley Il nido segreto (2022), la storia delle sorelle Brontë in La brughiera (2023)  e Il sogno semplice di un amore (2024) sulla vita della pittrice e modella Lizzie Siddal.

Della stessa autrice tra #ledisobbedienti:
Le disobbedienti/ Quando la pittrice inglese Elizabeth Eleanor Siddall incontrò l’artista Dante Gabriel Rossetti. Quel sogno semplice di un amore per una donna in tempesta

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