Da qualche tempo si fa strada in città l’idea di una zona economica speciale della cultura. Un intervento economico mirato a valorizzare un pezzo di territorio della città di Napoli, prevedendo interventi di defiscalizzazione per gli operatori del settore. Il miglior presupposto di questa proposta sarebbe la creazione di un incubatore che sappia rivitalizzare il comparto culturale e della creatività.
Due considerazioni al riguardo. Innanzitutto la concentrazione di risorse (quali risorse?) su un solo ambito territoriale crea principalmente una disparità tra zone, specialmente quelle immediatamente circostanti. Questo espediente nasce inizialmente nel secolo scorso con le zone franche portuali ed ancor meglio declinate con le più recenti zone franche urbane (ZFU), che concentrano programmi di defiscalizzazione e decontribuzione rivolti alle imprese (Finanziaria 2007).
Un concetto tardomercantilista e, ritengo, tardocapitalista che estremizza la competitività tra territori, tra aree geografiche, tra aggregati urbani. Avvantaggiare un solo spazio di città (il centro storico?) significherebbe migliorare la condizione sociale ed economica di determinate imprese e di cittadini selezionati in quel contesto territoriale, non altri. L’azione pubblica dovrebbe, al contrario, tracciare requisiti di orizzontalità, esternare pratiche pubbliche non selettive ma inclusive, creare condizioni di pari opportunità tra classi sociali.
Un altro motivo risiede nell’ormai interiorizzato male incurabile della specialità, dello straordinario, del commissariamento, che tutto può fare e sopra la testa di tutti, per sopperire a ciò che non si è in grado di azionare con la leva dell’ordinario. Un’idea malsana e insopportabile.
Una rinuncia a esercitare le normali funzioni della politica e delle istituzioni che spesso si lasciano imbavagliare e si astraggono dai processi reali.
Al contrario di questo proposito amministrativo nasce Napoli città libro, il Salone del libro e dell’editoria, da un’idea degli editori Diego Guida, Alessandro Polidoro e Rosario Bianco, condivisa da Maurizio de Giovanni, che si terrà nel complesso monumentale di san Domenico Maggiore, dal 24 al 27 maggio prossimi. Poco meno di trecento eventi e 110 espositori  presenti.
Diversamente dai primi questi immaginano una crescita culturale dell’intero territorio della città di Napoli, non sentono l’esigenza di selezionare, si sentono liberi da condizionamenti politici, mettono in rete il Mezzogiorno culturale con ben 25 realtà del sud che organizzeranno la promozione della cultura per tutto l’arco dell’anno: Palermo, Lecce, Catanzaro, Catania, Taormina, Salerno. Un palinsesto che prevede presenze nazionali ed internazionali.
A un modo di concepire la cultura dall’alto, assistita e non per tutti, si contrappone un’idea di società che vive e si alimenta dal basso, libera e calata nelle viscere della città, con il tentativo di internazionalizzare la cultura partenopea. Qualcosa che assomigli a Galassia Gutenberg, la classica fiera del libro che questa città ha conosciuto negli anni ’90, con appuntamenti annuali, ideata dall’editore Liguori.
Un rendez-vous strutturato, largo, dove il lettore si vedeva direttamente coinvolto, che prevedeva il coinvolgimento delle scuole. Dove sono nati taccuini di viaggio, book crossing, esperienze civiche che ruotavano attorno alla lettura, alla cultura, ai linguaggi multimediali.
Una ZES della cultura incrocia le esatte caratteristiche dell’economia contemporanea, fatta di aree di opportunità, di poche eccellenze, supportata da tanta iniziativa privata e dalla crescente contrazione di economia pubblica, quindi escludente, selettiva, competitiva, marginalizzante.
A chi penserebbe di favorire le aree più forti, escludendo tutte le altre, con agevolazioni e contributi specifici, si contrappone una narrazione della città che guarda oltre le eccellenze, allunga lo sguardo verso la periferia, incoraggia indirettamente, quelle esperienze di San Giovanni a Teduccio e Scampia, dove nascono piccolissime case editrici dal basso, indipendenti, rifiutando lo stampaggio a pagamento. Piccoli fiori in un deserto culturale che scansano le pallottole vaganti e si sforzano di fare impresa culturale anticipando i soldi dalle loro tasche.
In alto, il chiostro del complesso monumentale di San Domenico Maggiore