Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di PIETRO PIPIA
È domenica sera e in camera c’è un rumore piccolo, che nessuno nota: la zip di una borsa. Non è una valigia da viaggio, non c’è vacanza. È lo zaino di un figlio che cambia casa. Dentro ci sono le cuffiette, il caricabatterie, un paio di occhiali, e quella sensazione ridicola—ma vera—di dover ricordare anche dove hai lasciato il tuo sguardo. Il saluto è rapido, l’aria è strana, e mentre chiudi la porta ti accorgi di una cosa: non stai andando via da un posto. Stai andando via da un’idea.
La separazione dei propri genitori, per un figlio, è l’istante in cui capisci che la casa—quella casa—non esiste più.
Perché il dolore dei figli di genitori separati non è sempre rumoroso. Non è solo pianto, capriccio, rabbia. È qualcosa di più silenzioso e più vasto: una lacerazione che si deposita nei gesti quotidiani. È lo zaino che diventa valigia. È il telefono che vibra come un tribunale. È il “da chi stai questo weekend?” che suona come una scelta impossibile. La sofferenza è lacerante perché spacca in due la cosa più semplice del mondo: l’idea di unità.
Un figlio non ama “un po’ mamma e un po’ papà”. Un figlio ama tutto, insieme, nello stesso posto, con la stessa continuità. Quando quell’insieme si rompe, non è solo la coppia a finire: finisce l’illusione che il mondo sia stabile.
E allora iniziano le piccole scene che nessuno racconta. La domenica sera in cui prepari la borsa e ti chiedi se le cuffiette le hai lasciate “nell’altra casa” o se le rivedrai fra una settimana. Il caricabatterie che non è mai dove dovrebbe essere, e tu che fai il giro delle prese come se stessi cercando una prova che sei ancora intero. Gli occhiali che non sai più su quale tavolo stanno, e tu che cerchi la custodia come se stessi cercando un pezzo di te. La chiave che non sai più su quale portachiavi sta.
Poi c’è il cane. Che è la cosa più innocente e, proprio per questo, la più ingiusta. Perché a un certo punto non è solo “da chi sto io”: è anche dove resta lui. Ci sono sere in cui chiudi la porta e lo senti dall’altra parte, con le unghie sul pavimento e quel mezzo guaito che non è un pianto, è una domanda.
Tu te ne vai e lui resta in una casa che non è tua, dentro una routine che non hai scelto, e ti sembra di tradirlo. Ti sembra di lasciarlo “in deposito”, come si lasciano le cose quando non si sa dove metterle. E la ferita è questa: tu sei già diviso, ma lui no. Lui ti appartiene intero. E quando lo lasci, capisci che la separazione non spezza solo i genitori: spezza anche il tuo modo di restare fedele a ciò che ami.
È il corridoio di casa che non è più un corridoio: è un confine. Da una parte l’odore del sugo e le scarpe all’ingresso, dall’altra la nuova disposizione dei mobili, il nuovo divano, la nuova vita.
È il compleanno in cui soffi le candeline due volte, e lo fai sorridendo, ma dentro senti che quella doppia torta non somma: separa. È il Natale in cui devi decidere se aprire i regali la mattina o la sera, come se la festa fosse un turno.
È struggente perché nessuno te la insegna, quella nostalgia. Nessuno ti spiega come si fa a stare bene in un posto mentre ti manca l’altro. Nessuno ti dice come si attraversano le feste quando ogni tavola è una tavola a metà. E anche quando le cose sono civili, anche quando “vanno bene”, resta una strana malinconia di fondo: la percezione che la vita sia diventata una somma di pezzi, mai una figura intera.
È annientante perché ti mette in mezzo. Anche quando nessuno te lo dice apertamente, lo senti: sei il ponte, il messaggero, la prova, la colpa, la scusa, il premio, la ragione. Diventi terreno conteso senza volerlo. E anche oggetto. Non per cattiveria: per stanchezza, per rabbia, per orgoglio. Ma succede. Ti parlano addosso come se fossi una stanza in più della casa: “Lì si fa così”, “Qui non si fa così”, “Da me devi…”, “Da lui non devi…”.
Capita che una frase ti resti dentro più di tutte.“Diglielo tu.”
Perché “diglielo tu” è comodo: non costa niente a chi lo dice e costa tutto a chi lo porta.
La verità è che un figlio di separati spesso vive con un fischio costante in testa: quello della responsabilità. Responsabilità che non dovrebbe avere. Responsabilità di non far arrabbiare. Responsabilità di non far soffrire. Responsabilità di non “spostare l’equilibrio”.
E intanto succedono cose piccolissime, ma umilianti. Ti chiedono: “Dove sono le tue cose?” e tu non lo sai più. Le cuffiette non sono “dimenticate”: sono bloccate in un’altra geografia. Il caricabatterie non è “perso”: è rimasto dall’altra parte, attaccato a una presa che non è più tua. Gli occhiali non sono “sul comodino”: sono nell’altro mondo. E tu ti senti sciocco a soffrire per un oggetto, finché capisci che non è l’oggetto: è la sensazione di non avere mai tutto con te.
La separazione ti cambia anche nell’amore, anche se non lo vuoi. Perché impari presto che le persone possono volersi bene e poi smettere. Che una promessa può diventare una causa. Che una cena può diventare una prova. Che un bacio può diventare un rimprovero. E allora, da grande, o ti aggrappi troppo… o non ti aggrappi mai. O diventi iperleale… o diventi intoccabile. Perché non vuoi rivivere quella frattura: la casa che non esiste più.

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