
“Scoprii Napoli per la prima volta nel 1990. Era Capodanno. Sotto di me, la città illuminata da migliaia di luci artificiali ardeva in un mitico Purgatorio. Da allora sono tornato di continuo a Napoli, più volte l’anno. La vitalità e l’energia di vita sulle macerie di un’antica cultura ai piedi della montagna che minaccia di esplodere ogni momento, dove ogni momento può essere finito, mi hanno rivelato che Napoli è forse per me la città più interessante del mondo”
Anselm Kiefer

La mostra “Napoli Explosion RAP” del fotografo e visual artist Mario Amura, a cura di Sylvain Bellenger, esposta al Reale Albergo dei Poveri di Napoli (primo piano, ala est) è stata prorogata fino a domenica 5 aprile 2026. Un itinerario espositivo ma anche storico tracciato, di seguito, da Carmine Negro (in foto, alcune delle opere esposte).

La città e il mito di Partenope
Dopo Dicearchia (Pozzuoli) c’è la Città Nuova dei Cumani». Con queste parole Strabone[1] nel libro V della Geografia introduce Neapolis, “città nuova” fondata da Cuma. Lo storico ricorda il sepolcro della sirena Partenope e il profondo legame mitico che unisce la città alla sua origine greca, menzionando anche il gymnikos agon, una gara ginnica celebrata in suo onore secondo un antico oracolo.
Successivamente questo primo agglomerato urbano ha accolto coloni calcidesi, pitecusani (provenienti da Pithecusa, antico nome di Ischia), ateniesi e altri ancora. Questo afflusso di popolazione contribuì a definire l’identità della “Città Nuova” che prese il nome di Neapolis. Strabone sottolinea la doppia natura della città, divisa tra il vecchio insediamento (Partenope) e la nuova fondazione (Neapolis), mantenendo una forte impronta ellenica anche durante il periodo romano.
La sirena Partenope, incapace di accettare il rifiuto di Ulisse e il fallimento del proprio potere seduttivo, si getta in mare per togliersi la vita. Il suo corpo, trascinato dalle correnti fino all’isolotto di Megaride — dove oggi sorge Castel dell’Ovo — si dissolve, trasformandosi nella stessa morfologia del paesaggio. I coloni greci fondarono la città attorno al suo sepolcro, venerandola come divinità protettrice.
I recenti rinvenimenti emersi durante i lavori della metropolitana hanno dato consistenza materiale alla tradizione letteraria, documentando una presenza stabile greca già tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C. Sono stati ritrovati materiali di chiara matrice ellenica e cumana, accanto a reperti indigeni e fenici. Il sito era strategico: un promontorio che proteggeva un approdo naturale e un entroterra fertile. L’occupazione del territorio, non più limitata al solo promontorio di Pizzofalcone come si riteneva fino a pochi decenni fa, appare oggi più diffusa e articolata, legata sin dall’inizio al culto della sirena[2].
Lutazio Dafnide, vissuto alla fine del II secolo a.C., racconta che gli abitanti di Cuma, allontanatisi dalla loro città, fondarono Parthenope, così chiamata dalla sirena il cui corpo sarebbe stato sepolto proprio lì. Per la fertilità e l’amenità del luogo, l’insediamento divenne presto meta di crescente affluenza. Temendo che Cuma venisse abbandonata, i Cumani decisero di distruggere Parthenope; colpiti poi da una pestilenza, la restaurarono seguendo un oracolo, ripristinarono il culto della sirena e, per questa rinnovata fondazione, le diedero il nome di Neapolis[3]».
Strabone, ricorda come Neapolis fosse fedele alle tradizioni greche: ginnasi, lingua greca, agoni sacri. Tra questi spiccano gli “isolimpici” (Isolympia), paragonabili per prestigio a quelli olimpici della Grecia. Il premio consisteva in una corona di spighe di grano, simbolo di Demetra, dea protettrice della città.
Tra i giochi isolimpici, detti Sebastà o Augustalia in onore di Augusto e celebrati ogni quattro anni, figuravano le gare ginniche di nudità e la Lampadedromia, una corsa con le fiaccole che univa competizione atletica e ritualità. La torcia, passata di mano in mano, che simboleggiava la trasmissione della luce, del sapere e della sacralità, richiama il mito di Prometeo che dona il fuoco agli uomini. La Lampadedromia neapolitana si concludeva nei pressi dell’attuale Castel dell’Ovo, celebrando il mito fondativo della città.
Strabone ricorda anche come i Romani scegliessero la Campania Felix e il Golfo di Napoli, come luogo privilegiato per l’otium, dedicato al riposo, allo studio e al piacere, attratti dall’ambiente ellenistico e dal clima mite. Gli intellettuali romani vi si trasferivano per coltivare l’otium letterario e artistico, grazie al suo patrimonio culturale e alla raffinata eredità greca che permetteva di perpetuare uno stile di vita ellenico. La natura vulcanica del luogo era percepita come un connubio di acqua, terra e fuoco.
Il fuoco è l’anima di Napoli
Nella città del mito anche gli elementi assumono un carattere magico e misterioso, capace di permeare l’esistenza dei suoi abitanti e di plasmarne i comportamenti. Già Empedocle (V sec. a.C.), ai tempi di Partenope, identificava i quattro elementi fondamentali — fuoco, aria, terra e acqua —come radici eterne e dinamiche da cui scaturisce ogni forma di vita.
La relazione tra Napoli e i quattro elementi naturali è una simbiosi primordiale: un equilibrio in continuo movimento tra la potenza della natura e la presenza umana. Napoli non è soltanto immersa in questi elementi; è modellata da essi, costruita con essi e costantemente trasformata dal loro mutare.
La terra di Napoli è vulcanica, fertile e porosa. Il tufo giallo napoletano, emblema geologico e culturale, rappresenta insieme costruzione e memoria. Il sottosuolo è un intricato labirinto di cave — la celebre Napoli Sotterranea — da cui per secoli è stato estratto il materiale per edificare palazzi e chiese. È la “pozzolana” che ha reso possibile il calcestruzzo romano, resistente persino sott’acqua, ha contribuito a definire la storia architettonica della città. La terra è dunque fondamento e fragilità, materia costruttiva e suolo instabile.
Napoli è definita anche dal suo Golfo, una distesa marina che abbraccia la città e ne determina vita, commercio e identità. L’acqua è il mare — da Posillipo a Baia — ed è quella di falda che scorre nel sottosuolo. Il rapporto con questo elemento è duplice: risorsa e paesaggio ma anche fattore di rischio dall’altro: l’interazione tra acqua sotterranea e magma flegreo può generare esplosioni freatomagmatiche.
L’Aria è vento e panorama. A Napoli è carica di salsedine e talvolta di zolfo; modella il clima, trasporta profumi e ceneri, diventa respiro e soffio vitale. È l’aria che corre sul Golfo e si insinua nei vicoli, mutando con le stagioni e con l’umore del mare.
E poi c’è il fuoco, l’anima vulcanica, l’elemento dominante. È il Vesuvio, sono i Campi Flegrei: una vasta caldera attiva che circonda la città, sospesa tra fascino e timore. Il fuoco è energia sotterranea, minaccia di eruzioni, ma anche forza creativa che ha generato il territorio. Il rapporto tra Napoli e il fuoco è una convivenza necessaria, un dialogo continuo con un elemento vivo, ricordato ogni giorno dall’attività idrotermale.
Il Vesuvio non è percepito solo come pericolo, ma come una presenza familiare, legata a un mito d’amore tragico tra la sirena Partenope e il centauro Vesuvio. I due si amano profondamente, ma Zeus, geloso, li separa trasformando Vesuvio in un vulcano. Partenope può ancora vederlo, ma non può più toccarlo. Sconvolta dal dolore, si getta in mare e muore; le onde trasportano il suo corpo fino a Megaride, dove dà origine alla città.
Il fuoco è un simbolo culturale radicato nella storia, nella religiosità popolare e nel folclore. Rappresenta energia, passione, purificazione, ma anche ferita. Napoli è segnata da incendi devastanti, tra cui quello recente del Teatro Sannazaro.
Tra le espressioni più note del fuoco nella cultura napoletana c’è la festa del 17 gennaio, ’O Cippo ’e Sant’Antuono. È la notte dei falò: si accendono grandi fuochi — i fucarazzi — con vecchi mobili e legna, in un rito comunitario che simboleggia purificazione, inizio del Carnevale e protezione di Sant’Antonio Abate, considerato colui che rubò il fuoco agli inferi.
Anche il culto di San Gennaro, pur legato al sangue, è attraversato da un fervore che richiama un fuoco spirituale: la “febbre” della devozione partenopea che arde soprattutto il 19 settembre, uno dei tre giorni della liquefazione. Il fuoco, in questo contesto, è ciò che brucia il vecchio per lasciare spazio al nuovo.
Nella notte di San Giovanni (24 giugno) sopravvivevano riti legati al fuoco e alla fusione del piombo, attribuendo al fuoco il potere di svelare il futuro o allontanare il malocchio.
In conclusione, i quattro elementi a Napoli si fondono: Il Fuoco (vulcano) crea la Terra (tufo); La Terra è modellata dall’Acqua (mare/falde); L’ Aria lega tutto il paesaggio. Questa “quaternità” è visibile nel paesaggio, nell’architettura (tufo giallo) e nella cultura del rischio e della bellezza.

La notte di luce
Napoli vive un rapporto ancestrale con il fuoco, elemento che ritorna nei miti fondativi, nei riti popolari e nelle manifestazioni collettive. È un fuoco che illumina, unisce, trasforma. Nella notte di Capodanno questo legame emerge con forza: la città si accende, si riconosce, si racconta attraverso la luce.
Il fuoco dei botti di Capodanno affonda le sue radici in tradizioni antiche: rumore e luce servivano a scacciare l’anno vecchio, il buio e gli spiriti maligni. Oggi quel gesto rituale è diventato un fenomeno pirotecnico imponente. A Napoli il Capodanno è un rito collettivo: Allo scoccare della mezzanotte, quartieri, colline, mare e Vesuvio diventano un unico palcoscenico luminoso. Migliaia di fuochi d’artificio, accesi simultaneamente, trasformano il cielo in una trama di luce condivisa, espressione spontanea di una città che celebra sé stessa, il tempo che passa e quello che ricomincia.
«Dopo anni lontano da Napoli, nel 2006 ho deciso di trascorrere il Capodanno sul Vesuvio con alcuni amici. Mentre scatto foto tra i pini secolari, vedo i fuochi d’artificio deflagrare in lontananza», racconta il fotografo Mario Amura, autore della mostra allestita al primo piano del Real Albergo dei Poveri. «Forse il popolo napoletano ha trasformato i fuochi in un modo per esorcizzare una paura ancestrale», aggiunge, interrogandosi sul legame simbolico tra la presenza minacciosa del vulcano e i rituali pirotecnici.
Nel 2010, Amura si sposta sul Monte Faito per poter osservare il Vesuvio da un’altra prospettiva. Da allora, ogni 31 dicembre torna su quella cima con la troupe di Napoli Explosion per catturare con gli obbiettivi delle macchine fotografiche uno spettacolo unico.

Per Amura, fotografare significa raccontare storie e condividere emozioni attraverso un’unione di tecnologia, creatività e sensibilità artistica. La mostra, presenta trentatré nuove opere di grande formato, alcune montate su light box, altre stampate ad alta risoluzione e illuminate in modo impeccabile. «Ho immerso le opere in un rosso incandescente proveniente dalle grandi finestre dell’Albergo dei Poveri, come se Napoli fosse stata catapultata su una stella dell’alba cosmica. È il rosso della camera magmatica, e della camera oscura» spiega.
In alcune immagini si riconosce la sagoma del Vesuvio; in altre dominano scie luminose, arabeschi e campiture di colore che invitano a riflettere sul rapporto tra realismo e astrazione. Le fotografie, realizzate attraverso tempi di esposizione e movimento della camera, assumono una dimensione pittorica: la luce diventa linguaggio e trasforma l’evento in dipinto.
«Le immagini di Amura – osserva il curatore Sylvain Bellenger – superano la descrizione per diventare forme autonome. Ne nasce una riflessione sul rapporto tra luce, tempo e percezione». Bellenger sottolinea come Napoli Explosion trasformi un fenomeno collettivo in una meditazione visiva: le opere uniscono intuizione artistica, sensibilità personale e rigore analitico, restituendo la vitalità luminosa della città.
Bellenger evidenzia il fenomeno collettivo: «Altrove i fuochi d’artificio sono spettacoli orchestrati da maestri pirotecnici per il pubblico. Qui, invece, sono un’esperienza vissuta in prima persona, che si fa rito collettivo”. Amura, invece, sottolinea il tempo: «Questa mostra nasce dal dialogo tra tempi diversi: il tempo della civiltà napoletana, il tempo geologico del Vesuvio e il tempo infinitesimale dello scatto»
Osservare e fotografare i fuochi d’artificio suscita emozioni profonde, legate alla memoria e ai passaggi della vita. L’esplosione catturata in un fotogramma diventa la sfida tra l’effimero — la luce che si spegne subito dopo essere nata — e l’eterno, rappresentato dalla fotografia che ne conserva il ricordo. Fotografare significa sottrarre un istante al tempo, trasformando il caos in forma. Fermare quel momento significa voler possedere la luce prima che torni ad essere ombra, dando un senso di permanenza alla nostra transitoria esperienza del mondo.

Soglia dell’umano
Nella notte che segna il passaggio del tempo e prelude all’alba del nuovo anno Napoli si manifesta come un manto luminoso continuo, un tessuto di luci che ricopre il cielo. Lo sguardo collettivo, che si orienta verso la luce accesa dagli uomini per vincere il buio, dà vita ad un rito che annulla ogni confine tra gli individui. Ed è qui che accade il prodigio: il fattore umano, fondendo ogni singolo respiro in un’unica trama di empatia e resilienza, si configura come un vero e proprio Quinto Elemento. Un’energia vitale che affianca la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco, rendendo la città un organismo vivente.
Sotto il manto di luce che copre il cielo, le soglie delle case svaniscono, la vita si riversa sul basolato lavico delle strade, la lingua si intreccia al gesto, la miseria convive con il lusso, mentre emerge l’eterna passione dell’improvvisare. In questa capacità di assorbire, mescolare e trasformare Napoli esibisce pienamente la propria porosità[4], non solo come qualità fisica ma come attitudine culturale e forma di esistenza.
La luce, che sale assume i tratti di un richiamo arcaico, di un codice che dialoga con gli elementi naturali. La pietra si fa lava, la lava si fa stella; per un istante tutto ciò che è solido si apre, si lascia attraversare. In quell’attimo sospeso, Napoli non è più soltanto una città: diventa un varco, uno spazio di transizione, in cui la materia recupera la memoria della propria origine e il tempo perde la sua rigidità lineare.
La storia della città, segnata da continue fratture e rinascite, trova una chiave di lettura nella centralità della fantasia, principio che Giambattista Vico individua come fondamento di ogni mondo possibile. In questa prospettiva, Napoli si propone come modello alternativo alla rigidità contemporanea: invita ad accettare la porosità, a non irrigidirsi nella perfezione funzionale delle macchine, costruite per operare ma non per possedere un’anima. La città riafferma il valore dell’emozione, dell’errore e dell’empatia come strumenti necessari per agire in un contesto sempre più uniformato e freddo.
Questa dimensione emerge con particolare intensità in una delle immagini più significative di Mario Amura: il Vesuvio appare come una presenza silenziosa e immobile, ridotta a sagoma, mentre la città circostante esplode in traiettorie luminose che sembrano sottratte al tempo presente. L’immagine restituisce l’idea di una Napoli che, per un istante, rende visibile la propria energia interiore.

Il nucleo più profondo di questa rappresentazione risiede nella consapevolezza che l’umano non costituisce un limite, ma una soglia. Napoli lo mostra attraverso la propria materia — la pietra, la luce, il fuoco trattenuto sotto la superficie — e attraverso una vulnerabilità strutturale che non è debolezza, ma condizione generativa. Non nonostante l’imperfezione, ma grazie ad essa, la città continua a produrre energia e a generare luce.
La storia di Parthenope sembra suggerire che la vera salvezza risieda nell’apertura: nell’accogliere le nostre imperfezioni e nell’abbracciare la fragilità che ci rende profondamente umani.
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NOTE
[1] Strabone, storico, filosofo e geografo, nacque nel 63 o 64 a.C., nella provincia romana di Amaseia, nel Ponto (attuale Turchia) ed è morto presumibilmente il 24 d.C.
[2] La Baia di Napoli Strategie Integrate per la conservazione e la fruizione del paesaggio culturale a cura di Aldo Aveta, Bianca Gioia Marino, Raffaele Amore Volume Primo Per una connotazione del territorio, tra caratteri fisici e valenze culturali Edizioni artstudiopaparo pag. 263
[3] Napoli Nobilissima Settima Serie – Volume X Fascicolo I – Gennaio – Aprile 2024 pag., 9
[4] Il 25 agosto 1925 il filosofo Walter Benjamin e la drammaturga Asja Lācis pubblicano sulla Frankfurter Zeitung un saggio su Napoli destinato non soltanto a cambiare la percezione dell’immagine della città, ma a definire una nuova categoria di pensiero. Nel saggio, tratta il tema della porosità della città che per Walter Benjamin e Asja Lacis, non è solo qualcosa che si può toccare ma anche un concetto, uno stile di vita, un’attitudine del popolo napoletano.







