Raimondo di Sangro continua a stupire. Una ricerca dell’Università Aldo Moro di Bari rivela che il principe fu l’inventore della ricetta per riprodurre artificialmente il pigmento blu ottenuto in natura dal lapislazzuli. Lui, uno sperimentatore infaticabile  creatore di pietre preziose, su modello di quelle naturali.
Lo studio è stato svolto dai ricercatori del centro interuniversitario di ricerca “Seminario di Storia della Scienza” in collaborazione con quelli del dipartimento di scienze della terra e geoambientali e il Museo Cappella Sansevero, con il sostegno del Prin 2017-The Uncertain Borders of Nature..
I risultati sono pubblicati nell’articolo “In search of the Phoenix in eighteenth century Naples. Raimondo di Sangro, nature mimesis and the production of counterfeit stones between palingenesis, alchemy, art and economy”, della rivista scientifica Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science.
Raimondo di Sangro nutriva una particolare attenzione per i colori in generale. Anche quelli utilizzati per la volta della Cappella – dipinta da Francesco Maria Russo, conosciuta con il nome di Gloria del Paradiso o Paradiso dei di Sangro – sono frutto delle sue invenzioni: gli azzurri, i verdi, gli ori, tutti colori vivi e raggianti che ancora oggi, dopo oltre duecentocinquant’anni, risplendono con la stessa intensità, come se la patina del tempo non li avesse in alcun modo offuscati.
Le analisi per la prima volta confermano che il Principe di Sansevero riuscì a creare il blu oltremare artificiale utilizzato per la cornice intorno all’altorilievo soprastante l’altare maggiore (Altare maggiore, Francesco Celebrano e Paolo Persico, anni ’60 del XVIII sec.).
La ricerca parte da un dettaglio quasi trascurabile ritrovato in una famosa guida della città di Napoli di fine Settecento, approfondendo al microscopio i segreti della Cappella Sansevero, sulle tracce di due colori: il rosso e, soprattutto, il blu.
Raimondo di Sangro lo scoprì più di cinquant’anni prima di Jean-Baptiste Guimet, il chimico francese che nel 1828 riuscì per la prima volta, ufficialmente, a sintetizzare l’oltremare, il costosissimo pigmento blu ottenuto in natura dal lapislazzuli. E più di dieci anni prima del resoconto siciliano di Goethe, ritenuto dagli specialisti il più antico indizio della produzione artificiale di tale pigmento.
Nel laboratorio sotterraneo dell’aristocratico partenopeo, attorno al quale aleggiavano numerose leggende, si era quindi già trovata, e da molto tempo, la ricetta per riprodurre quel colore prezioso come l’oro.
Nel corso delle indagini, gli studiosi hanno inoltre rilevato l’insolito uso della fluorite come materiale scultoreo, in particolare per i cuscini delle statue di Sant’Oderisio (Francesco Queirolo, 1756) e Santa Rosalia (Francesco Queirolo, 1756). L’ulteriore scoperta apre la strada a nuovi possibili percorsi di ricerca. 
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Aldo Moro University of Bari/Raimondo di Sangro invented the (artificial) ultramarine blue, that of lapis lazuli. The result of research

Qui sopra, particolare dell’altare maggiore (foto di Giuseppe Paolisso). In copertina, scatto di Raffaele Aquilante e Alessandro Scarano

Raimondo di Sangro keeps on surprising. Research by the Aldo Moro University of Bari reveals that the prince was the inventor of the recipe for artificially reproducing the blue pigment obtained in nature from lapis lazuli. He, a tireless experimenter, created gemstones modeled after natural ones.
The study was carried out by researchers from the inter-university research center “Seminar on the History of Science” in collaboration with those from the department of earth and geoenvironmental sciences and the Sansevero Chapel Museum, with support from Prin 2017-The Uncertain Borders of Nature.
The results are published in the article “In search of the Phoenix in eighteenth-century Naples. Raimondo di Sangro, nature mimesis and the production of counterfeit stones between palingenesis, alchemy, art and economy,” from the scientific journal Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science.
Raimondo di Sangro was particularly interested in colors in general. Even those used for the vault of the chapel – painted by Francesco Maria Russo, known as the Glory of Paradise or the Paradise of the di Sangro – are the result of his inventions: the blues, the greens, the golds, all bright and radiant colors that today, after more than two hundred and fifty years, still shine with the same intensity, as if the patina of time had in no way tarnished them.
The analysis confirms for the first time that the Prince of Sansevero was able to create the artificial ultramarine blue used for the frame around the high relief above the high altar (High Altar, Francesco Celebrano and Paolo Persico, 1860s).
Starting from an almost insignificant detail found in a famous guide to the city of Naples at the end of the eighteenth century, the research investigates under the microscope the secrets of the Chapel of Sansevero, on the trail of two colors: red and, above all, blue.
Raimondo di Sangro discovered it more than fifty years before Jean-Baptiste Guimet, the French chemist who in 1828 succeeded for the first time, officially, in synthesizing ultramarine, the very expensive blue pigment obtained in nature from lapis lazuli. And more than a decade before Goethe’s Sicilian report, believed by specialists to be the oldest clue to the artificial production of such a pigment.
In the underground laboratory of the Neapolitan nobleman, around which numerous legends swirled, the recipe for reproducing that color as precious as gold had already been discovered long ago.
During their investigations, the researchers also noted the unusual use of fluorite as a sculptural material, especially for the cushions of the statues of St. Oderisio (Francesco Queirolo, 1756) and Santa Rosalia (Francesco Queirolo, 1756). The latest discovery paves the way to possible new avenues of research.
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