Il Novecento, il “secolo breve”, rattrappito tra il1914 e 1991, due date insanguinate, due estremi che si ricongiungono a Belgrado la prima guerra mondiale e il conflitto balcanico. Nel cerchio larivoluzione russa due guerre mondiali e il fenomeno devastante dei totalitarismi. Una falsa alternativa al fallimento della democrazia, una falsa soluzione i problemi economici della unificazione dei mercati a livello globale; all’appiattimento della individualit  nella societ  di massa.
Il nazismo, l’espressione totalitaria più degenerata sul piano istituzionale, più deforme nella mitizzazione della leadership del capo carismatico era Führer, unica autorit  e fonte di legittimazione di qualsiasi altro potere. La versione tedesca del totalitarismo, la più sanguinaria, è segnata dalla Shoa, termine ebraico di ascendenza biblica per indicare la “tempesta devastante” della furia antisemita.
Adolf Hitler, il segno del male, assomma nella sua personificazione novecentesca un dramma universale difficile spiegare, laddove si postula l’esistenza di una divinit  infinitamente buona. Il male come problema e la sua incarnazione storica rimandano entrambi alla religione e all’ebraismo, il monoteismo più antico. Bibbia e il Genesi (in ebraico Beresht). La parola di Dio e la creazione. Due parole scritte con la stessa lettera, una C con l’apertura a sinistra.
La drammaturgia di Federico Bellini e Antonio Latella cui si deve anche la regia di questo splendido e tosto A. H.parte da qui. Dalla parola dalla quale si origina la menzogna, che è la radice di ogni male. Scena vuota, come il nulla che precede la creazione. Un paio di secchi e un manichino da pittore, che evoca la figura brechtiana di Hitler-imbianchino.
La mano di Francesco Manetti, splendido e unico protagonista bianco vestito rappresentazione di una umanit  priva di tratti storici distintivi- ripercorre visivamente e in chiave simbolica la vicenda della creazione,tracciando la fatidica lettera su un foglio bianco – prima di Dio, il Nulla- e un quadratino nero, piccola immensa ingombrante presenza, ipersegno del male.
La parola-verit , anche se attribuita a Dio, può rovesciarsi nel suo contrario, la menzogna. L’irrompere del male rende tormentato il rapporto con Dio, la delusione si trasforma il furia rabbiosa, il personaggio riduce in mille pezzi il foglio, in un ossessionante ripetersi spinto a limiti della provocazione, suscitando qualche perplessit  nel pubblico, peraltro attentissimo. La prima della serie. La delusione tradotta in frammenti cartacei raccolti e disseminati sulle prime file, quasi un invito alla condivisione.
Ora la figura si veste di connotati storici, tratti di Nutella, il vestito dolce dell’inganno e della menzogna, disegnano sul labbro i baffi e sul cranio accennano la nota scriminatura dei capelli, è lui, Hitler. Ma rappresenta anche un’ampia tipologia.
Ora diventa l’umanit  dolente che lo subisce, soffre, somatizza il suo disagio in un vomito vero. Ora la cieca violenza armata delle SS. Ora inutile e inascoltata preghiera delle vittime. Se, come lo stesso Latella suggerisce nelle sue note di regia, guardiamo ai baffi di Hitler non come a una semplice e buffa mosca trapezioidale sotto il naso, ma alla “reincarnazione” del male, il suo viso insignificante diventa la “maschera dell’orrore interiore di tutto il 900” , e lo rappresenta nei suoi tratti più umani e intimi. Impossibile riassumere una tragedia di proporzioni storiche e l’ impostura che avrebbe voluto trasferire con la forza dello sterminio il carattere di razza eletta dal popolo ebraico al popolo tedesco.
Milioni le pagine scritte per stigmatizzare tutti i falsi miti del totalitarismo. Provvisorie le sintesi della storia. Possibile invece proporre, attraverso l’immediatezza visiva della rappresentazione teatrale, suggestioni e immagini in successione, libera ma non rapsodica grumi tematici che la messa in scena trasforma, in pezzi enigmatici e frammentari, cui d  senso il riferimento a un’unica area di significato, quello del male e del suo rapporto con la religione. Ricorre ancora una volta l’antico interrogativo.
Cos’è il male, assenza di bene che assolve la religione, o presenza annidata nel cuore di milioni di persone che attende esplode in taluni per effetto del caso o delle situazioni? Come è stato possibile dalla mosca sotto al naso il contagio di massa? L’argomentazione procede nel segno dei moduli espressivi del teatro tedesco post-moderno, alla Heiner Müller, ben noto a Latella. Un teatro che non espone una storia in maniera lineare, come un succedersi di eventi. Solo frammenti gettati. Con una esasperazione che trasforma la parola in grido, il suono in fragore.
Francesco Manetti possiede physique du rle, per essere un performer ideale del physical theater voce possente, dizione perfetta, ma soprattutto un uso eccezionale del corpo forza, flessuosit  al servizio dell’immaginazione. Non la parola sost            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dB
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BB»EWHEREUSINGB B B»RLIKERESETBeNULLBSHAREBSLAVErBPSIGNMIDptkoi8uBBBBRTRIMeROWS pBtxxïïxxxxxxxxxxxxx xxxxituita dal gesto, ma i princpi del discorso d trasferiti ai movimenti del corpo pausa, esitazioni, peso, resistenza, sorpresa espressi attraverso un continuo lavoro di decostruzione/ricostruzione del movimento tra effetti relenti, agitazioni forsennate e un penoso riflettere sul proprio destino di marionetta tirata da fili invisibili. Le idee trasformate in realt  fisica. L’umanit  piagata e delusa tenta di liberarsi dai tratti fisici del male, cancella rabbiosamente dal corpo i baffi e la scriminatura, si netta le mani sulle vesti, le imbratta, se ne libera, offre al pubblico una nudit  inerme, ora investita dall’alto da una pioggia bianca, efficamente sottolineato dal cono di luce a effetto creato da Simone De Angelis.
Il corpo assume le sembianze di un clown triste e beffato. Nel bianco del volto il buco nero di una alla bocca spancata. Lo sgomento dell’urlo di Munch, prima che il corpo si pieghi a terra prostrato. Finale altamente suggestivo. Suoni, rumori, voci di folla, marce e inni inneggianti al Deutschland Ueber alles, il canto ebraico rassegnato, surrogano a livello sonoro sfondi storici, contesti sociali e modi comuni di sentire che fanno da contrappunto alla pluralit  di solitudini racchiusa nell’unico protagonista. Questi i mezzi scelti da Latella per la sua metafora teatrale che e fa metafora della vita sociale. E dei mali che affliggono la contemporaneit .
Di Graziella Sepe l’elegante elemento scenico del manichino e il costume di carta bianco, espressione di credulo candore e umana fragilit . Ben venga questa durissima e folgorante performance, nel persistente pullulare a distanza di quasi un secolo, di capi carismatici, partiti personali, masse anonime e passive, plaudenti e inconsapevoli, che si lasciano ancora sedurre dalla sirena populista; di manipolazioni del consenso ottenute a colpi di trappole mediatiche e di imbonimenti televisivi trash.
A Latella il merito di aver fornito un’alta prova di teatro come impegno civile declinato con artisticit  e novit  di linguaggio. Successo di pubblico e applausi convinti.

A.H. di Antonio Latella al Teatro Nuovo. Si replica fino a domenica 17

Per saperne di più
www.teatronuovonapoli.it

In foto, Francesco Manetti