Dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, il 7 settembre 1860, si cominciarono a cancellare le tracce della dinastia napoletana regnante. Per primo si provvide a dipingere l’asciutto scudo crociato dei Savoia sull’imponente stemma dei Borbone di Napoli che dominava con le sue partizioni colorate la sala e il proscenio del Real Teatro di San Carlo. Si scardinarono i gigli borbonici dai cancelli del Palazzo San Giacomo, sede dei Ministeri, dove nell’atrio furono abbattute le statue di due sovrani di Casa Borbone. Lo stesso si fece sulle inferriate del Palazzo Reale e su quelle che cingono i monumenti equestri dedicati a Carlo e Ferdinando I. Fu intrapresa una lotta iconoclastica su tutto il territorio, con l’intento di togliere innanzitutto dallo sguardo dei napoletani la memoria ritenuta scomoda, ribadendo attraverso i nuovi simboli la supremazia del nuovo Stato.

Il cambiamento di simboli e nomi fu tra le priorit  del governo dittatoriale garibaldino. Ma ciò non bastava, bisognava disegnare grandi spazi che magnificassero il re d’Italia e i suoi gregari. I primi provvedimenti di revisione toponomastica interessarono il Corso Maria Teresa, che divenne Corso Vittorio Emanuele II e il Largo delle Pigne, elevato a Piazza per assumere il nome del primo ministro e capo del governo, Camillo Benso, conte di Cavour. Ma le intitolazioni eccellenti dovettero attendere ancora qualche decennio. Solo quando si tracciarono i piani d’intervento urbanistico si ebbe modo di assegnare nomi eccellenti a nuove strade. La grande rivoluzione toponomastica avvenne nel decennio del «Risanamento», ci in quel periodo seguito alla Legge Speciale per Napoli promulgata dopo l’epidemia di colera del 1884.

A partire da allora Napoli ebbe una Commissione Toponomastica di cui facevano parte personaggi che sarebbero poi stati immortalati dalla targa viaria. Nel 1890 ne fu presidente Bartolommeo Capasso e vi erano tra i membri, Francesco Paolo del Giudice, Gennaro Aspreno-Galante, Giuseppe de Blasiis, il conte de La Ville, Benedetto Minichini e un giovanissimo Benedetto Croce in funzione di segretario. Questa commissione si è distinta per accese discussioni e meditati studi che hanno portato alla formulazione del corpus più importante della toponomastica cittadina.

Dell’opera della Commissione Toponomastica del 1890 si ebbe una relazione a stampa curata dal Croce; relazione che si può considerare un massimario valido ancora oggi per conservare i vecchi nomi e per apporne di nuovi.

In sintesi, la relazione di Croce, frutto del lavoro di commissione, riduceva in tre casi la problematica 1 La conservazione degli antichi nomi, «sempre che fossero ricordevoli per alcuna storica circostanza», da apporsi alle nuove strade, risultanti più o meno sul tracciato di quelle distrutte; 2 L’apposizione di nuovi nomi, ma suggeriti da ricordi storici dei luoghi attraversati dalle nuove vie; 3 La scelta dei nomi completamente nuovi.

La Commissione Capasso avanzò agli organi municipali varie proposte che in buona parte furono attuate ma per l’estrazione professionale dei membri che la componevano, salirono agli altari delle targhe viarie nomi di storici, politici e religiosi, mentre scarseggiarono i nomi di tecnici e scienziati che Napoli ha dato alla storia.

Molte altre commissioni s’impegnarono a vigilare sulla toponomastica cittadina e molti furono quelli che profusero fiumi d’inchiostro a tutela delle memorie patrie.

Altra commissione celebre fu quella nominata dal regio commissario Almansi in ossequio al Regio Decreto 23 giugno 1927, che disciplinò, con un unico criterio nazionale, l’imposizione dei nuovi nomi alle strade; di questa Commissione fecero parte Michelangelo Schipa, Gino Chierici e Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga, che svolsero una considerevole attivit , per lo più orientata verso un rigoroso senso storico.

Molti si sono cimentati nel descrivere i significati dei nomi delle strade, dando un apporto notevole al lavoro delle commissioni che si sono succedute. Il primo che ha scritto un serio e completo saggio di toponomastica storica è stato Gino Doria nel 1943, dedicandolo «a Benedetto Croce con fedele amicizia» e aggiornato nel 1971, quattro anni prima della sua scomparsa. Nel 1987, Gianni Infusino, resosi conto che non bastava più l’opera del Doria ad illustrare le strade di Napoli, per l’apporto di nuovi toponimi, pubblicò un nuovo saggio di toponomastica storica, seguendo le orme redazionali del suo più illustre predecessore. In ultimo, Romualdo Marrone, recentemente scomparso, nel 1996 ha pubblicato con un intento più divulgativo Le strade di Napoli con l’editore romano Newton & Compton.

Tanto abbondantemente premesso, si dir  che a Napoli gran parte delle strade del centro sono intitolate a eventi e personaggi dell’Italia risorgimentale, a coloro che spesso, con repentino cambio di fronte e bandiera, hanno combattuto contro i loro stessi fratelli dello Stato napoletano.

In questa epoca di revisionismi storici, affermare che l’annessione del Regno delle Due Sicilie all            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO» OJe
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La toponomastica di Napoli è un inno ai voltagabbana, agli avventurieri e a tutti coloro che si trovarono a prendere parte alla spoliazione dello Stato più esteso, ricco e bene armato della penisola italiana.

Al solo Garibaldi sono stati intitolati una piazza e un corso. La zona tra via Foria e la stazione ferroviaria è piena di nomi di ferventi italiani, che in nome dell’Unit  hanno anche disobbedito o voltato la faccia alle gerarchie napoletane. Ma anche in altre zone sono stati apposti nomi del Risorgimento. Si tratta di un elenco piuttosto lungo, che annovera militari, politici, letterati, giuristi. Cesare Rosaroll, Guglielmo Pepe, Carlo e Alessandro Poerio, Girolamo Cal -Ulloa, Achille Sannia, Ferdinando Acton, Antonio Ciccone, Benedetto Cairoli, Federico Persico, Francesco Crispi, Biagio de Benedictis, Carlo-Francesco Lahalle, Carlo Doria, Vincenzo Giordano-Orsini, Giorgio Pallavicino, Giovanni Nicotera, Giuseppe Pica, Luigi Settembrini, Mariano d’Ayala, Matteo Renato e Paolo-Emilio Imbriani, Michele Pironti, Nicola Marselli, Nicola Mignogna, Nicola Miraglia, Nicola Nisco, Nino Bixio, Ottavio Tupputi, Pasquale Scura, Pasquale-Stanislao Mancini, Raffaele Conforti, Saverio Baldacchini, Silvio Spaventa, Tommaso Senise, Vincenzo de Monte, Vincenzo Niutta, Alexandre Dumas padre, Giuseppe La Farina. Di questi e di altri ancora sarebbe utile tracciare un profilo biografico per capire quali giustificati motivi li hanno elevati agli altari della toponomastica napoletana. Non contenti della miriade di denominazioni allusive al Risorgimento, distribuite dopo l’annessione, gli edili del Comune, nel 1960, hanno rincarato la dose con Calatafimi, Caprera, Carlo Cattaneo, Francesco Paolo Bozzelli, Fratelli Magnoni, Giacomo Coppola di Musitani, Giuseppe Cesare Abba, Ippolito Nievo, Luigi Mercantini, Nicolò Garzilli, Pasquale Turiello, Risorgimento.

La toponomastica educa in modo inequivocabile la popolazione, per cui sarebbe il caso, a Napoli come altrove, essere piuttosto obiettivi e rimuovere nomi di persone che hanno avuto il solo merito di trovarsi dalla parte considerata giusta. Molti valenti uomini del Sud, che non hanno voluto prendere parte attiva alla rivoluzione garibaldina, sono stati estromessi. Sono stati favoriti gli amici degli amici. Perch esser tale, allora come oggi, è considerato un titolo di merito.

Lo stesso re Francesco II di Borbone, non meriterebbe forse l’intitolazione di uno spazio pubblico nella sua citt  natale? Non fosse altro perch ha rischiato d’essere ucciso sugli spalti della fortezza di Gaeta, non per difendere le sue fortune, ma a nome di tutti i suoi sudditi. Come anche la sua consorte, Maria Sofia Wittelsbach di Baviera, sorella della più nota Elisabetta la principessa Sissi moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe. Una donna coraggiosa, che sposato un napoletano lo segu nel tormentoso assedio, che il piemontese generale Enrico Cialdini condusse con accanimento ottenendo a fortezza espugnata il titolo di duca di Gaeta. E che dire di quel dimenticato esercito napoletano, tra le cui file c’erano valorosi soldati e ufficiali. Molti morti sotto il piombo nemico, altri decimati dal tifo diffusosi tra le mura della piazzaforte. Questi non erano italiani? Non erano fratelli d’Italia? per questo che non meritano l’intitolazione di una piazza o una strada?

Il nostro intento non deve essere quello di cancellare a sprone battuto le tracce toponomastiche lasciate dai “risorgimentisti”, piuttosto quello di ridimensionare il fenomeno. Non ci piace Piazza del Plebiscito, primo perch plebiscito non fu, secondo perch non s’intitola una piazza a una consultazione popolare. Sarebbe come chiamarla Piazza del Referendum. Forse sar  meglio restituirle l’antico nome di Largo di Palazzo.

Perch Garibaldi imperversa dovunque? Il suo nome è stato dato a un corso, a una piazza e a una scuola. Perch esiste Piazza Cavour, se il conte Camillo Benso a Napoli non è mai venuto e probabilmente la considerava semplicemente una colonia del Piemonte. Non sarebbe meglio chiamarla come prima, Largo delle Pigne?

Nella foto, la statua di Garibaldi nell’omonima piazza napoletana