Si è conclusa con un importante successo di pubblico e critica la terza edizione napoletana del world press photo. La mostra itinerante di fotogiornalismo mondiale, che da quest’anno ha trasferito i suoi talenti nei luoghi del monastero di Santa Chiara, ha infatti registrato le 9000 presenze in un territorio che troppo spesso è descritto come morente e poco recettivo. Invece grazie a una sinergia verrebbe quasi da dire ispirata tra la casa madre di Amsterdam e Neapolis.Art, Napoli è tornata a essere palcoscenico di livello mondiale. Alla base di questo meritatissimo successo, una serie di scelte coraggiose.
Come racconta Roberta Chimenti, responsabile ufficio stampa della rassegna, l’affluenza è raddoppiata rispetto alla scorsa edizione grazie a una sede, quella di Santa Chiara, situata del cuore della citt  e che ha registrato visitatori provenienti anche dalla Puglia e dalla Basilicata. Un successo su tutti i fronti possibile, per il terzo anno consecutivo, grazie alle tre donne fondatrici dell’associazione culturale Neapolis.Art Rossella Paduano, Roberta Chimenti e Paola Trisorio che sono riuscite a dare pieno spazio al carattere itinerante della manifestazione, trasformandola in una vera e propria kermesse di fotogiornalismo.
Una 20 giorni di mostra, che con i suoi “incontri con la notizia e dintorni” ha permesso ai suoi visitatori di spiare dietro l’obiettivo degli autori dei lavori esposti nella sala Maria Cristina del complesso monumentale di Santa Chiara.
Tra i narratori silenziosi che si sono avvicendati durante i 9 incontri d’eccezione, spicca Samuel Aranda, footoreporter spagnolo, classe ’79, vincitore della rassegna con lo scatto che è ormai conosciuto come la nuova “piet “.
“Nella societ  moderna tendiamo ad etichettare tutto, ma io non sapevo cosa fosse la piet  finch un cronista non mi ha chiesto un eventuale parallelo con la mia fotografia” confessa il fotografo che aggiunge di aver chiesto al cronista di pazientare mentre cercava l’opera su google.
“Quel giorno ho solo sentito un emozione fortissima per Fatima e Sayd (i protagonisti della foto ndr) due persone sconosciute nella moschea a San’a adibita a pronto soccorso durante la repressione nello Yemen”.
Tuttavia a Samuel Aranda non piace soffermarsi su dettagli personali o interpretazioni dei propri lavori Fa questo mestiere dall’et  di 19 anni perch fermamente convinto che “una foto è più incisiva di una pietra lanciata contro la polizia”. Sin da giovanissimo inviato in prima linea nei punti nevralgici delle rivolte in Libano, a Gaza, Egitto, Yemen e Maghreb passando per Napoli e la camorra e un reportage di due mesi tra quartieri spagnoli e Scampia è freelance dal 2007 dopo un episodio che definisce spartiacque della sua carriera.
“Lavoravo per France Press racconta il fotografo – quando mi hanno fatto un brutto scherzo. Ero a Gaza, e facevo colazione sul terrazzo dell’hotel vicino alla spiaggia. All’improvviso una nave israeliana bombarda la spiaggia e provoca diverse vittime tra i bagnanti. Fotografo tre bambini in fasce morti, mandando la foto alla mia agenzia spiegando cosa fosse successo. Ma l’agenzia pubblicandola, inventa due verit  una di fonte israeliana e l’altra palestinese. Capii che non nutrivano alcun interesse per la verit , e che io ero diventato un prodotto. Li lasciai e diventai freelance”.
Fino a quando, il fortunato incontro con il New York Times, non gli ha permesso di lavorare in un modo meno “epidermico”, andando a fondo nella notizia. Il suo prossimo lavoro un reportage di un mese in Spagna e Italia verter  sulla corruzione dilagante nel vecchio continente. “Per il momento mi trovo bene con il New York Times, pur non essendo per niente un estimatore della cultura americana, ma mi permettono di poter lavorare davvero secondo i miei bisogni, di stare sul posto”.
Dietro l’obiettivo di Samuel Aranda si nasconde un ragazzo convinto che le vere rivoluzioni siano costruite su musica e poesia, come nello Yemen, e che la comunicazione sia la vera spinta della primavera araba. Il motivo che rende Samuel Aranda il vincitore più appropriato dell’edizione 2012, è quello che si nasconde dietro la sua fotografia, e che sembra sintetizzare anche la più alta e vera aspirazione del “world press photo 2012” “Spero sempre che dopo aver visto una fotografia la gente cambi la propria percezione del mondo. Che capisca quanto la situazione sia critica per i soggetti della foto anche dopo che è stata scattata. Che agisca in prima persona. Questa è la vera rivoluzione”.

Nelle foto, in alto, Samuel Aranda. In basso, da sinistra una foto scattata nello Yemen e l’immagine vincitrice del WorllPressPhoto