L’attesa di un evento, un incontro, un cambiamento. il tema dominante dei cinque racconti scritti da Giuseppe Pompameo e raccolti nel libro “Le strane abitudini del caso” (Edizioni Scrittura & Scritture, pagg. 86, euro 8). In ciascun racconto due personaggi, uno maschile e uno femminile, incrociano i loro destini e rimangono imprigionati nei sogni a lungo coltivati e poi irrealizzati.

Un rapporto epistolare scatena la fantasia di Ludovico e Sara, un lungo scambio di parole a riempire pagine di sospiri, emozioni e reciproche aspettative; Francesco e Adelina si scrutano per trent’anni nella impossibilit  di conoscersi e guardarsi negli occhi, affidando ad un fazzoletto bianco agitato nell’aria il senso di un rapporto a distanza; una “storia d’amore ad orologeria” lega Antonio e Teresa, che ogni sette anni si danno appuntamento nello stesso posto e alla stessa ora per rinnovare un rito sentimentale insolito, in cui la fantasia consente di costruire una felicit  illusoria eppure pienamente consolatoria.

Nelle storie di Giuseppe Pompameo, scrittore napoletano gi  autore di testi saggistici e narrativi, il momento dell’incontro coincide con il mancato riconoscimento reciproco la mente crea un ideale di riferimento, una figura precisa frutto dell’immaginazione e dei pensieri ricorrenti e di fronte ad una realt  che nega le aspettative c’è spazio soltanto per il rimpianto. L’autore scrive “E se l’amore fosse solo il bisogno di un nome, di una mano, di una faccia, inventati apposta per difenderci dal dolore, immaginati apposta per fuggire il morso della solitudine? L’idea di un amore che prima ci accarezzer , poi ci evaporer  fra le dita, che ci mancher , ci perseguiter  per sempre”. Nelle citt  affollate da “mille e mille solitudini” che si incrociano agli angoli delle strade le stagioni non seguono più il loro tradizionale avvicendarsi e ogni cosa sembra in bilico tra passato e presente, tra il vero e il falso. Il caldo soffocante, i silenzi che galleggiano nell’aria pesante, la stanchezza che piega in due i pensieri tutto pare ispirare un sentimento di nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e che poi non è stato. E di fronte alla cartolina di una Napoli stereotipata, fatta di miracoli e fuochi pirotecnici, resta il desiderio di una citt  finalmente normale.

Magari meno colorata, magari in bianco e nero.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Pompameo ci nutriamo d’illusioni

Giuseppe Pompameo vive a Napoli, dove svolge attivit  di editor e di consulente editoriale. Scrive per il teatro e insegna scrittura creativa, inoltre collabora con la Fondazione Premio Napoli. Nel 2010 la sua raccolta di racconti “Il rumore bianco dell’inverno” è stata segnalata dal Comitato di Lettura della XXIII edizione del premio letterario “Italo Calvino”.

Il tema dell’attesa è centrale nei racconti.
“S, in effetti i racconti de “Le strane abitudini del caso” vogliono rappresentare altrettante vigilie, vigilie che, in qualche modo, preparano mancate epifanie, accadimenti che poi, in realt , svaniscono, evaporano, proprio nel momento in cui devono materializzarsi, quasi che l’immaginato non possa, o non voglia, ostinatamente lasciare il campo al reale. Insomma, si tratta di attese in cui, quasi sempre, si risolve anche l’evento, il cambiamento che sembrano preparare. Ed è proprio questa attesa sospesa, reiterata, di tutto, e allo stesso tempo di niente, che mi pare incarni molto bene un aspetto assai significativo della condizione umana”.

In ciascun racconto ci sono due personaggi, uno maschile e uno femminile, spesso alle prese con i loro sogni.
“E questa è un’ulteriore specificazione di ciò che spiegavo, rispondendo alla precedente domanda. In fondo, il fatto che in ciascuna storia si confrontino una figura femminile ed una maschile (anche se, per la verit , nel primo racconto, “La citt  incantata”, vi è soprattutto, un contesto collettivo dell’attesa) è puramente casuale o, chiss , ha a che fare con qualche tarlo a me sconosciuto, presente all’interno delle mie esperienze esistenziali oppure, più probabilmente, del mio inconscio. Ciò che a me, però, interessa sottolineare è la dimensione, ancor prima che onirica, visionaria in cui i personaggi di questi miei cinque racconti si muovono, vivono, con speranza ed inquietudine, l’aspettativa, a volte disperata, di un tempo che poi, molto spesso, non arriva e, se arriva, dissolve impietosamente ogni illusione”.

Nel libro si legge “tutte le cose le ho amate nell’attesa, non nell’incontro”. la mente a creare una condizione di appagamento rispetto alla realt  che, invece, può deludere?
“Come dicevo prima, sono, s, proprio la nostra mente, il nostro immaginario quotidiano, che si nutrono di illusioni, chimere, utopie, che, alla prova della realt , non sono altro che risposte mancate. E forse sar  per questo che nelle mie storie il sogno, la fantasia, il verosimile, saranno pure un’irredimibile impostura, ma finiscono comunque per rappresentare l’unica chiave di parziale salvezza da una sicuramente meno             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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   B    BØt K appagante realt “.

Il libro è pervaso da un forte rimpianto (“l’idea di un amore che prima ci accarezzer , poi ci perseguiter  per sempre”). Come immagina il futuro dei suoi personaggi?
“Bella domanda … qui mi prendo un po’ più di tempo e di spazio, visto che il tema che mi propone è molto interessante e stimolante. Più che immaginarlo io vorrei che fosse chi mi legge, alla fine di ogni racconto, a continuare la storia nella propria mente, fantasticando, appunto, sulla sorte dei personaggi. Vorrei, insomma, che laddove finisce il mio racconto ne cominci un altro, quello del lettore. La mia è una piccola, innocente provocazione, una sfida che provasse che colui che ha appena finito di leggere il testo a far continuare a vivere i personaggi, perch ormai a quel punto non sono più inquilini della mia mente, non appartengono più soltanto al mio immaginario, ma anche al suo, ed in questo molto spesso lo scrittore ed il suo lettore diventano complici di una stessa emozione. Quanto a me, s, è vero, piace lasciare, il più delle volte, i miei personaggi sospesi nel limbo delle loro storie, consegnarli alla loro sorte, come in bilico tra fantasia e realt , in situazioni anche psicologiche irrisolte, assenti e presenti, nel medesimo momento a se stessi, disarmati, un po’ come siamo tutti noi, in fondo, di fronte al nostro destino, anime sfumate, in dissolvenza, in quella vaga foschia di tempo che è il futuro. Riguardo, invece, al tema del rimpianto che, come lei ha ben notato, aleggia sempre all’interno dei miei racconti, ebbene io penso che l’intera nostra vita sia punteggiata di piccoli bagliori di rimpianto, perfino attraversata, a volte- lo sosteneva l’immenso Pessoa-, dalla nostalgia di ciò che non è stato. Alla fine si vive, si muore, ognuno con a fianco, sempre, una piccola folla di rimpianti, giustificati o no, questo importa poco. Quel che davvero importa è, secondo me, che si riesca a fare i conti, prima o dopo, con questi piccoli o grandi buchi neri della nostra esistenza, ed in ciò credo che, almeno per quanto mi riguarda, la scrittura mi aiuti quotidianamente a scendere, almeno in parte, a patti con codesti scomodi, inquieti intrusi, fantasmi che vanno e vengono, a loro capriccio, tra i vani vuoti dei pensieri”.

In questo periodo a che cosa sta lavorando?
“Proprio in questi giorni sto lavorando alla messa a punto del mio prossimo romanzo, dedicato al tema, a me moto caro, del rapporto ambivalente, spesso conflittuale e contraddittorio, tra l’uomo e la solitudine. Inoltre ho iniziato a scrivere una nuova raccolta di racconti e, spero rappresenti, sia narrativamente che stilisticamente, un ulteriore passo avanti nella mia ricerca esistenziale e letteraria”.

In foto, la copertina del libro