Un testo di denuncia contro la violenza, forte, importante. Fa riflettere quando l’attore in  scena dice: «Solo… con i miei sensi di colpa». Già, perché le persone abusate portano sempre nel cuore questo senso di “colpa”. Ma questo è solo problema posto dalla società, dalla gente che, rivolgendosi alle donne che hanno subito violenza, sentenzia: «Ma quella, quella? Portava la minigonna…Ma  quella, quella?- li ha provocati. Ma quella, quella? Se l’è meritato, lei questo voleva…».
Smettiamola di essere bigotti, stupidi moralisti, oppure solo stupidi e basta. Le donne, le persone vanno rispettate, non possono camminare con le mutande a collo alto e perizoma di filo spinato… rispetto, capito? Rispetto, mai animalesche azioni.
Il caso di Pasquale Ferro, autore di “Gli odori dei miei ricordi”, un libro autobiografico, con la trasposizione teatrale dello stesso autore, è diverso. Si tratta di vera e propria “pedofilia”.
Portato in scena al Centro Teatro Spazio, con la regia di Vincenzo Borrelli, interpretato da Andrea Russo e Andrea Notarnicola, due attori giovani che danno il meglio in scena per regalare al folto pubblico momenti intensi di dolore, ma anche la vita complicata di questo ragazzino, un testo portato in scena con grande coraggio perché denunce sono sempre scomode.
Dobbiamo riconoscere a Borrelli e a Ferro, ma anche a i due attori, la forza di  proporre tematiche sul sociale, di proporre Angeli e Diavoli, come Lucio (Lucifero) che cerca un vano perdono da Gabriele, riconoscendo il suo abietto comportamento, grida il suo essere maledetto e il suo fare del male.
Ma Gabriele non capisce, pensa solo a risollevarsi con la forza d’animo di chi vuole vivere la vita come fanno tutti i suoi coetanei, vuole una famiglia, figli, insomma una storia naturale, ma la vita gli regalerà un altro percorso: quello dell’omosessualità, lui ci metterà un pò di tempo, e anche questo per lui sarà naturale. Interessante la scena in cui il padre scopre che il ragazzo è gay, grazie a un parente. Il regista propone un quadro/dialogo.
«Figlio mio, io conosco chi sei… ma sai la gente di quartiere parla e sparla… hai tante sorelle, sarebbero additate». Poi arriva la classica visita medica: il dottore scruta ben bene il ragazzino e, alla fine, si pronuncia: «Questo ragazzo è normale».
Succedeva spesso  in quei lontani anni e  purtroppo accade ancora. Comunque dobbiamo chiarire a noi stessi che cosa sia la normalità. La messa in scena di questo testo è complicata, difficile scegliere momenti, musiche, azioni. Ma è stato realizzato tutto in modo equilibrato, emozionale, con grande professionalità, scelte registiche misurate, mai fuori posto.
Lo spettacolo deve crescere, la complicata scelta del copione non aiuta gli attori che si trovano ad affrontare una storia troppo esasperata, fatta di momenti di lucida follia, di allegria, di tristezze provenienti dal cuore: tutti questi elementi sono stati descritti da un uomo che non si è mai seduto sulla vita.
 Alla fine dello spettacolo, l ’autore sale sul palco visibilmente emozionato. «E’ una storia successa oltre cinquant’anni fa, potrebbe sembrare tutto scontato…. Credetemi non non lo è…»..
Chi ha letto il libro capirà che è una vicenda molto forte, chi assisterà allo spettacolo- con altre repliche in location da concordare- capirà una parte di sofferenza che i bambini nei loro silenzi esprimono senza dire, forse per scuorno, forse perché i sensi di colpa sono insormontabili.
Ma può un bambino di soli quattro anni  avere sensi di colpa? Oggi  il teatro è sterile, tuttavia in questa occasione, all’interno del piccolo spazio di San Giorgio a Cremano, abbiamo notato che il pubblico, mentre tributava calorosi applausi, aveva gli occhi lucidi. Possiamo ringraziare il regista, gli attori, l’autore per averci regalato questa grande emozione.
In foto, un momento dello spettacolo