“Conoscete di sicuro il termine site-specific, che indica qualcosa di specificamente legato ad un luogo. Mi piace sempre sottolineare che questo tipo di specificit , caratteristico di molte mie opere, non si limita alle condizioni architettoniche, o a condizioni fisiche di altro tipo, nelle quali vengo invitato a lavorare o esporre. Almeno altrettanto importante per me è il contesto sociale e politico. Anzi, arriverei addirittura ad affermare che, oltre all’uso tradizionale che un artista fa del bronzo, delle tele, dei colori, ecc., io uso come mio materiale anche il contesto sociale e politico”: cos parla Hans Haacke, artista contemporaneo nato in Germania e raccontato, spiegato e interpretato con sapienza, dal curatore e critico d’arte napoletano Stefano Taccone nel volume “Hans Haacke. Il contesto politico come materiale”, edito da Plectica (pag. 148; prezzo 10euro).

Haacke non insegue l’estetica del suo tempo, preferisce raccontarne i vizi, senza chinare il capo dinnanzi ai finanziatori dei musei che ospitano le sue opere, più volte censurate perch offrivano spunti di informazione o riflessione sulla scena politica del momento o dettagli sul patrimonio dei finanziatori stessi.

Nel 1971, ad esempio, il direttore del Guggenheim di New York, Thomas Messer, minaccia di annullare una mostra di Haacke a meno che l’artista non ritiri una serie di opere: si tratta di fotografie di facciate dei palazzi che compongono i grandi imperi immobiliari, corredate da documentazioni testuali che citano le famiglie nelle cui mani era l’edilizia popolare newyorkese.
L’artista sostituir  nomi fittizi a quelli veri, ma neanche questo servir  a placare l’intento censorio di Messer: la mostra al Guggenheim sar  cancellata.

Taccone riporta questo e altri episodi, ma descrive anche le opere, inserendole nel contesto sociale, politico ed economico degli ultimi decenni, riflettendo sul legame tra politica e sistema dell’arte e raccontando un artista coerente e anomalo, che riesce a vivere di arte senza compromessi.

Di seguito un’intervista all’autore.

Come hai conosciuto l’opera di Haacke e da quanto tempo la segui?

L’ho scoperto nel 2003 in un esame di Storia dell’arte dei paesi extraeuropei, studiato su un testo di Ada Chiara Zevi. Da allora è stato molto importante per la mia formazione, maturata anche attraverso la mia militanza legata agli anni di Seattle e Genova. L’idea del potere che andava messo in discussione e che l’arte avesse un ruolo in questa azione accomunava il mio lavoro al suo.

Come si confronta Haacke con la doppia natura dell’arte: strumento di denuncia politica ma anche merce di scambio sul mercato?

Il dibattito sul rapporto tra arte e politica si è fatto particolarmente vivo a partire dal 900: è difficile definire un’opera come politica, talvolta opere che non fanno nomi e non raccontano fatti sono più intensamente politiche di quelle sfacciatamente legate all’attualit . Adorno diceva addirittura che un’opera che parla di politica perde la sua connotazione sovversiva. Haacke ha cercato di vivere di arte senza soccombere al mercato, infatti insegnava per mantenersi e pare che venda le sue opere solo a certe condizioni. Tra le due alternative, quella di far parte del main-stream ma viverlo in modo differente e l’esilio, ha scelto la prima.

Del resto il riconoscimento del sistema serve per arrivare alle persone. Il discrimine è la libert  di espressione.

Haacke è stato protagonista di una personale ospitata a Como lo scorso luglio, tu però denunci il carattere “sempre più provinciale” dello scenario artistico italiano, a cosa ti riferisci?

E’ il provincialismo che riscontriamo tutti i giorni nel tono del dibattito che si fa in Italia, e che si riduce a un bla, bla, bla che è tutta colpa di Berlusconi.. Le questioni di attualit  sono affrontate senza approfondimento, con approssimazione. Nell’arte c’è una chiusura che non solo in Italia ma anche altrove. A Napoli nello specifico, si guarda al proprio orto di casa e se sei qualcuno nella tua citt  allora ritieni di essere qualcuno in assoluto.

Esistono artisti napoletani, il cui lavoro è avvicinabile a quello di Haacke?

Esistono, e cerco di portarli avanti inserendoli nelle mostre che curo.

Per saperne di più su Stefano Taccone e le sue mostre c’è il blog: www.cominciaadesso.blogspot.com

In foto, Stefano Taccone e la copertina del suo “Hans Haacke. Il contesto politico come materiale”, edito da Plectica (pag. 148; prezzo 10euro)