Durante la guerra dei trent’anni, la popolana Anna si batte per la sopravvivenza e, mal conciliando affarismo e senso materno, finisce per perdere i suoi tre figli in quell’interminabile conflitto, il suo misero commercio, corrispettivo polacco della economia del vicolo’, anteposto a tutto e infine schiacciato da chi lucra alla grande sulla guerra. Madre’ e contraddittoriamente Coraggio’ per la determinazione con la quale insegue il suo sogno di affermazione, per la capacit  di riaversi dal dolore e andare comunque avanti, sia pure con il cuore a pezzi, ogni qual volta il suo albero perde un ramo.
Muovendo dal capolavoro brechtiano e dal suo ideale di teatro epico, Michele Del Grosso ripropone l’asse Napoli- Berlino coniugandogli umori dell’espressionismo tedesco con quelli napoletani, intrisi degli umori salmastri del nostro mare e di quelli del teatro di Viviani. Un gemellaggio inaugurato con successo da Leopoldo Mastelloni tra la fine dei Settanta e i primi degli Ottanta con Carnalit  e Cammurriata un neologismo, quest’ultimo, di Peppino Patroni Griffi per dire camorra in salsa napoletana, malavita che costringe gli onesti a ballare sulle note di una tragica tarantella.
Allora Surabaya Johnny diveniva Capuano Tore’ nel canto dolente di Mastelloni. Oggi analogamente, Mater Camorra, la guerra tra popoli soppiantata in era di capitalismo finanziario globalizzato dalla criminalit  organizzata e Anna Fierling divenuta Anna a squarciona”. Il virtuosistico one person show sostituito da una ammirevole performance collettiva della Accademia Vesuviana del Teatro di Gianni Sallustro, con sede a Ottaviano, in collaborazione con il Teatro Instabile di Napoli. A lui, attore oltre che benemerito operatore teatrale, che ben conosce il valore educativo e di recupero del teatro nei confronti dei soggetti a rischio, specie in contesti ambientali particolarmente segnati, si deve la non lieve fatica (cinque mesi di training) che ha portato per mano un pugno di giovanissimi, bravi e volenterosi allievi ad accostarsi all’ universo brechtiano e alla sua non facile poetica teatrale dello straniamento, cos lontana dalla prassi naturalistica del teatro napoletano di tradizione. Al regista Del Grosso si deve anche una lodevole trasposizione vernacolare del testo, ricca di una vena dialettale “verace”, mai annacquata da italianismi, anzi continuamente arricchitada una saggezza antica, espressione autentica di sapienza popolare, ancorch cristallizzata nei proverbi.

Nel ruolo di protagonista Nicla Tirozzi, peraltro assistente alla regia con Sallustro, una Coraggio napoletana, credibilissima, equilibrata, intensa
grande e sicura presenza scenica, recitazione fluida, parlata schietta, verace, mai volgare. Vis drammatica contenuta, specie nelle espressioni di dolore. La affiancano degnamente altri due adultiun convincente Sallustro nei panni del viscido e spregevole cappellano e Carlo Verre, un infido Ciruzzo a Pippa (una eco di Surabaya Johnny?)

Allestimento essenziale ma non povero e perciò ancor più lodevole.
All’infaticabile regista Michele Del Grosso si devono anche i costumi che si fanno notare per le numerose banconote intrise di sangue appiccicate addosso un po’ dovunque; e l’unico elemento scenografico, un pregevole carro, impreziosito da una dotta citazione quattro rilievi di Matres Matutae, comunemente dette le Madri di Capua, espressioni del culto indigeno preromano della Alma Mater, la madre che nutre,e in senso più ampio della valenza archetipica della Grande Madre di ascendenza neolitica.
Uso pieno e sapiente dello spazio scenico e della botola. Apprezzabile l’idea di affidare la funzione di coro che commenta ai personaggi. Qualche riserva sulle connotazioni zoomorfe dei personaggi, un po’ troppo, insistite, enfatiche, gridate, prolungate. Inducono più alla partecipazione emotiva che allo straniamento. Certo fanno imprimono dinamismo al movimento scenico, sono il modo più facile per esteriorizzare il lato oscuro che è in ciascuno di noi, ma non il solo.

Si replica fino all’11 maggio al
Teatro Tin (Teatro Instabile Napoli)
Vico Fico Purgatorio ad Arco, 38

Nella foto, una scena dello spettacolo