Le vicende del Tribunale dell’Inquisizione sono state sottoposte a una attenta analisi nel corso degli anni e hanno provocato un dibattito ideologico molto serrato nel panorama della cultura occidentale. La prima storia del Sant’Uffizio fu pubblicata nel 1598 a firma di Luis de Paramo, inquisitore del Regno di Sicilia che tentò con la sua opera di legittimare l’esistenza del sacro tribunale. Nel 1998 la Congregazione per la dottrina della fede ha aperto il suo archivio agli studiosi, mettendo a disposizione la documentazione inquisitoriale conservata in Vaticano. Un evento che ha offerto nuove prospettive per la ricerca storiografica in materia.

Uno dei fondi conservati presso l’archivio vaticano ha costituito il riferimento storico per la realizzazione del libro “I sentieri dell’inquisitore. Sant’Uffizio, periferie ecclesiastiche e disciplinamento devozionale (1615-1678)” (Edizioni Guida, pagg. 224, euro 19). L’autrice, Vittoria Fiorelli, ha basato il suo studio sulle lettere scambiate dal centro romano con le periferie cattoliche in materia di regolamentazione delle forme di venerazione tributate ai servi di Dio che non avevano ancora ricevuto l’approvazione apostolica.

Il rapporto del Sant’Uffizio con le periferie e le realt  locali è il tema centrale del volume, che racconta le trasformazioni della presenza dell’Inquisizione nel tessuto sociale e religioso del mondo cattolico. L’oggetto dell’indagine è la comunit  di individui che costituivano i destinatari dell’operato del Sant’Uffizio, che era finalizzato a rafforzare il controllo sulle popolazioni locali per uniformare le modalit  con cui i credenti vivevano la loro religiosit .

Nell’azione strategica della Congregazione, la regolamentazione della religiosit  costituiva un aspetto essenziale, poich aveva una ricaduta immediata sulla gestione della societ . Per questo motivo fu tenuta in particolare considerazione dai vertici della Santa Sede e fu separata dal comparto repressivo e penale, che rimaneva la principale vocazione dell’attivit  dell’Inquisizione. Il mantenimento del controllo delle pratiche devozionali costitu una sfida per le gerarchie ecclesiastiche, allo scopo di garantire un esercizio capillare del potere e scongiurare che potessero radicarsi forme autonome di organizzazione spirituale.

La documentazione presentata nel libro permette di delineare un contesto storico particolarmente suggestivo, che fa da sfondo alla complessa vicenda del Tribunale dell’Inquisizione. La rete inquisitoriale utilizzò tutti gli strumenti a propria disposizione, dalle visite pastorali alla presenza sul territorio delle parrocchie, per monitorare l’espansione dell’eresia e mantenere il controllo sulle periferie diocesane. Anche la mediazione dei vescovi fu molto importante per diffondere l’applicazione della norma stabilita dalla Santa Sede. Scrive l’autrice: “Sollecitando i presuli a farsi carico dell’attuazione delle disposizioni inviate dagli inquisitori centrali e ritagliandosi una posizione del tutto esterna alle tensioni locali, la Congregazione garantiva la tenuta della propria immagine da ogni cedimento ai compromessi necessari per la gestione delle dinamiche periferiche.”

di seguito, l’intervista all’autrice.

Fiorelli: Ma a Napoli non arrivò…

Vittoria Fiorelli insegna Storia moderna all’Universit  “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, ha dedicato i suoi studi ai temi della storia sociale e religiosa e pubblicato numerosi volumi sull’argomento.
Professoressa, l’attivit  dell’Inquisizione fu rivolta a colpire l’eresia nel suo manifestarsi pratico e pubblico. Ci fu anche un contrasto sul piano della discussione teologica?
“L’Inquisizione non si occupava della discussione teologica, era un tribunale penale che doveva punire un crimine considerato estremamente grave. Era prevista soltanto la ritrattazione, che si poteva ottenere con vari mezzi, dalla prigione alla tortura.”
Con la nascita dell’Inquisizione romana, nella met  del 16 secolo, il papa nominò una commissione centrale di inquisizione. Perch la scelta di centralizzare i poteri dell’Inquisizione? C’era un motivo di ordine pratico?
“Il motivo era soprattutto di ordine storico. Il 500 è l’epoca della centralizzazione istituzionale, infatti Paolo Prodi ha affermato che la Chiesa fu il primo Stato centralizzato. Quindi anche l’Inquisizione ereditò la struttura centralizzata della Chiesa e si adeguò alla sua evoluzione istituzionale.”
Un tema importante del libro è il rapporto del Sant’Uffizio con le periferie e le realt  locali…
” uno dei temi caldi della storiografia, che per lungo tempo ha sostenuto l’esistenza di una forte centralizzazione e quindi la scarsa importanza delle periferie nell’attivit  istituzionale. Oggi questa posizione è stata rivista e si è rivalutato il ruolo delle periferie. Nel libro cerco di evidenziare che esisteva un tentativo, da parte delle autorit  romane, di mettere anche le periferie nelle condizioni di contribuire all’azione del Sant’Uffizio.”
Un aspetto che emerge dalla lett            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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  è    èî  è èî   î î »     è  —t  t    î èî  : ura del libro è che lo stile della procedura inquisitoriale veniva adattato alle realt  periferiche…

” la tesi centrale del libro, il mio tentativo di dimostrare che l’Inquisizione non prescindeva dall’intervenire sulle periferie per disciplinare l’attivit  di inchiesta. Qualsiasi connotazione localistica veniva gestita attraverso gli uffici locali, che quindi avevano un ruolo attivo nel corso del procedimento.”
Tutto ciò poteva determinare un condizionamento del territorio sulle decisioni del Tribunale dell’Inquisizione?
“No, perch al centro restava il compito di fissare la norma da applicare al caso concreto. L’inquisitore locale non aveva il potere di cambiare la norma, era soltanto la sua applicazione che cambiava e gli uffici locali lo facevano non per aggirare la norma, ma per poterla adattare alle diverse realt  territoriali.”
Lei sottolinea nel libro anche l’importanza delle attivit  che l’Inquisizione affiancava al tradizionale esercizio delle funzioni penali…
“In particolare mi interessava parlare del ruolo di disciplinamento sociale dell’Inquisizione, che era gi  stato sottolineato da Adriano Prosperi nei suoi studi dedicati all’argomento. Potrei dire che nel mio libro c’è una particolare attenzione per la storia sociale dell’Inquisizione, con molti riferimenti documentali all’azione del Sant’Uffizio in questo ambito.”
Da questo punto di vista dove si indirizzò la strategia comunicativa della Santa Sede?
“La Chiesa fu attenta soprattutto al disciplinamento delle devozioni. C’è da considerare che tradizionalmente la popolazione sente la devozione spicciola: i santi, le reliquie, le agiografie e in generale i testi scritti. L’Inquisizione si occupò degli aspetti quotidiani della devozione, quelli che erano trasversali a tutti i ceti sociali: dai cardinali ai borghesi, per arrivare fino al popolino.”
Nel libro si racconta che la vita delle strutture inquisitoriali napoletane fu caratterizzata da forti tensioni: le rivolte del primo 500, le questioni relative alle confische, il processo agli ateisti. Quale fu la caratteristica peculiare dell’Inquisizione a Napoli?
“Il problema dell’Inquisizione a Napoli era legato al problema politico. Durante il periodo della dominazione spagnola, il re di Spagna cercò di far arrivare anche a Napoli l’Inquisizione spagnola. Le rivolte napoletane rappresentarono il tentativo di rivendicare l’autonomia della corona di Napoli e il diritto di avere sul territorio l’Inquisizione di Roma. Poi ci fu un altro problema, quello della sovrapposizione dell’Inquisizione diocesana all’Inquisizione di Roma…”
…infatti nel Regno di Napoli l’azione dei vescovi fu preminente rispetto a quella degli inquisitori romani. Perch?
“C’era una situazione molto particolare, a causa della presenza del rappresentante di Roma soltanto nella citt  di Napoli. Nelle altre citt  non c’era l’inquisitore e questo lasciò spazio all’intervento dei vescovi.”

Nelle foto, la copertina del libro e l’autrice