Editoria/ “Le notti e per sempre” di Diego Nuzzo: quei segni indelebili che lascia la guerra

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«Se butti un tozzo di pane al nemico in guerra vieni fucilato, quando scrivi una lettera devi raccontare solo cose belle, altrimenti la censura la blocca. Non devi familiarizzare con chi devi combattere, e tra i commilitoni non bisogna mai lamentarsi». Comincia così “Le notti e per sempre” di Diego Nuzzo (editore Homo Scrivens, pagine 160, euro 15).
Un soldato che scrive a Linuccia, la sua amata, uno dei pochi che sa leggere e scrivere, il clima è quello della notte prima dell’attacco, il 17 novembre 1917 a Pertica, nella provincia bresciana.
Il soldato in questo suo scrivere raccoglie le proprie testimonianze e di chi a lui si rivolge, ne esce fuori un mondo variegato, fatto di sani sentimenti, di preoccupazioni per i familiari ma anche per le condizioni del raccolto, degli animali da campo, e per qualsiasi altro elemento che contribuiva a creare economia familiare in quel tempo.
L’italiano recapitato a Linuccia dimostra una cosa semplice, quanto terribilmente vera, ovvero che le cose belle le si apprezza quando si perdono, quando non le si ha più a portata di mano. In un clima rigido, di montagna, oscuro, a tratti impraticabile, torna alla mente ciò che avevi e che ora non hai più; un libro, gli affetti cari, ma anche gli odori e i rumori di quel quotidiano di vita.
Nelle parole di chi scrive si nota tutta la drammatica distanza tra i graduati dell’esercito e i soldati al fronte; i primi in ville dorate requisite, trattati con i guanti, una vita agiata fatta di fasti e piaceri, e i secondi sbattuti di fronte alla durezza del combattimento, senza possibilità di pensare, di riflettere, di condividere paure o di meditare sul senso di una guerra, sulla sua assurdità e inumanità.  
I primi a dare ordini, quindi a “essere”, i secondi a eseguire, quindi a “subire” e basta.  
Combattere una guerra lascia segni indelebili, che accompagneranno ogni passo del dopo. I giorni di guerra hanno vari volti di vissuto. C’è chi prega in continuazione, chi parla dissennatamente tutto il giorno, chi non dorme più, chi è in preda agli incubi, chi muore sul campo di battaglia, chi lascia l’esistenza. E ancora, chi escogita azioni per rendersi inabili, procurandosi infezioni cutanee, ingerendo polvere da sparo, mutilandosi qualche parte del corpo, pur di scappare dall’orrore del fronte.
E in mezzo a tutto questo, i carabinieri camuffati, per estorcere confidenze, per ingannare le rivelazioni dei commilitoni, per poi farli condannare dal tribunale militare per atti autolesionistici, messi in scena per sfuggire ai doveri militari.
Un libro crudo, reale, quello di Diego Nuzzo, capace di trasmettere al lettore le atrocità della guerra, dalle violenze ai civili agli stupri di donne, dalle bugie contro il nemico ai maltrattamenti ai soldati, un miscuglio di falsi ed ipocriti comportamenti, di brutali nefandezze e di una degradazione della dignità umana.
Le pagine proposte dall’autore si lasciano scorrere con morbidezza di lettura, ma gridano parole contro la barbarie di un combattimento (prima guerra mondiale) che fece registrare uno dei conflitti più sanguinosi dell’umanità. Quel non senso, tuttavia, lascia anche il posto al sentimento umano, alla solidarietà tra i soldati, all’attesa del ritorno a casa, al ricordo delle cose lasciate, alla speranza di un ritorno alla bellezza.
Il monito di Diego Nuzzo, fuori da quell’italiano, lo racchiuderei in tre parole: mai più guerra.
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