Napoli è la sola a insegnarci Napoli, sempre”. Questa è una delle felici intuizioni scritte da Jean-Noël Schifano nel suo “Dizionario appassionato di Napoli”, edito da ilmondodisuk (dicembre 2018), parlando del Vesuvio, ‘o Tisico, ‘o Jetteco. Per placare il gigante nelle processioni religiose si mettevano in testa le donne, eruttive, mestruate e fontane. Bisognava sposare queste “colpevoli” perché da incinte il loro flusso mestruale si seccava (e la lava non colava più), un sorta di credenza popolare per abbuonarsi dalle ire della “muntagna”.
Circa 80 voci, dalla A alla Z, oltre 600 pagine di storia, tradizione, leggende, riti, miti, passioni, saggezza, vita, mondo. Tutto questo è Napoli, qualcosa che tra il paradiso e l’inferno si colloca al centro, in purgatorio.
Poco meno di tremila anni di storia, 9 stratificazioni urbanistico-edilizie successive che raccontano il passaggio di popoli, culture, dinastie, monarchie. Ognuno costruiva la “sua” città, una puttana al servizio di chi voleva “usarla”. Un luogo-mondo aperto e solidale, cattivo e spietato, vecchio e innovativo, avanguardia culturale, che sa emanciparsi ma anche distruggersi, che cade e si rialza, che sa vincere ma anche perdere spesso, che attira, fagocita, ma sa anche respingerti.
Un pezzo di terra che crea passioni, amori, turbolenze interiori, ma che può anche ucciderti dentro, ammalarti l’anima, distruggerti l’ego, l’io, il se. Tutto questo crea invidie, gelosie, sentimenti di acrimonia, scatena ire, quintali di merda (mediatica), leggende metropolitane, luoghi comuni. Si creano distanze, muri, incomunicabilità. E poi bisogna fare molta fatica per recuperare, ci vuole pazienza a risalire la china, fatica a scrivere pagine positive. E molte volte a complicare la vita ci si mette pure il cosiddetto “fuoco amico”: chi non vuole, da dentro, bene alla città, chi naviga al contrario, chi scredita il vicino, chi si crea il nemico dirimpettaio.
E poi il “globalismo social”, questa grande cloaca che omette fonti, che ammette sintesi ignorante, che ha ribassato il sapere scientifico, che fa parlare tutti e non ammette prove e controprove, dove si vomita tutto ed il contrario di tutto, dove tutti hanno una risposta e nessuno più domanda, interroga, crea dubbi. Un mondo senza domande.
E poi le fiction. Si, la rappresentazione scenica di un epifenomeno che, in questo mondo al “ribasso”, da secondario diventa primario. Così nasce un dibattito secondo il quale queste “finzioni” cinematografiche producono realtà, distorsioni, condizionamenti. Gomorra creerebbe “dipendenza” da camorristi, mentre tutti lodano la serie tv “L’amica geniale” del regista Saverio Costanzo, tratto dai best seller della scrittrice napoletana Elena Ferrante. Eppure in quest’ultimo si vedono scene di molestie, bullismo, concezione patriarcale della famiglia, guappi e prepotenze, dove spesso a rimetterci sono proprio le donne.
Niente di più falso. A partire dalla metà degli anni ’80 (e fino al 2001) tutti gli italiani rimanevano incollati alla tv per la serie “La piovra”, un racconto di mafia. Ogni puntata era vista dai 10 ai 15 milioni di italiani, fu proiettata in più di 80 nazioni. Non per questo siamo diventati tutti mafiosi.
E per guardare più indietro “Le baruffe chiozzotte di goldoniana memoria raccontano di pettegolezzi tra gondolieri veneziani e loro cortigiane. Le si raccontano nei libri di scuola come riuscito esempio di commedia dell’arte. Ebbene a Carlo Goldoni nessuno ha mai imputato che nella Venezia di metà settecento (a sua colpa) quella satira avrebbe fatto screditare la città lagunare poiché piena di pettegoli di infimo ordine.
Ovviamente Gomorra oggi nasce in un contesto di frantumazione sociale e politica, alla fine degli ideali, dove diventa facilmente terreno fertile “indirizzare” Napoli in un’unica direzione, tendente al male.
Certo, in un tempo storico dove cadono orizzonti, pensieri lunghi, idee, progetti complessivi, dove impera l’epoca del tutto e subito, dove ogni distinzione tra il bene ed il male viene triturato nel “nulla sociale”, la “liquidità” proposta da Bauman diventa elemento vivo, materia cancerosa.
Sulle prime verrebbe da pensare che non basteranno mille “Dizionari appassionati” per non permettere più a questo luogo di venire offeso e dileggiato ogni giorno, ad ogni suo respiro e battito. Poi si riflette e si capisce perché un intellettuale francese, Schifano, decanta le lodi e fa emergere la carnalità di Napoli, l’essenzialità, partendo dalle sue viscere. Uno straniero sì, pochi napoletani e tanti italiani (del nord), no.
Questa è la città che nel 1975 fece innamorare Andy Wahrol, uno dei più influenti artisti della Pop Art mondiale, colui che connesse idealmente Napoli a New York, facendo notare la “similitudine incredibile tra le due metropoli, due grandi caldaie, due ribollitori di energia pronti ad esplodere”.
Questa è la città che nel 2018 ha ospitato Robert Mapplethorpe, uno dei più grandi fotografi del XX secolo, i suoi scatti rappresentano la controcultura, la scena alternativa degli ambienti underground newyorkesi di fine anni sessanta.
Ho iniziato con questa riflessione: Napoli è la sola ad insegnarci Napoli, sempre. Ebbene, non basteranno mille stranieri (seppur importanti) a sollevare una metropoli, ma innanzitutto chi questa la incarna e la vive ogni giorno. Almeno si parte da qui.
In alto, una delle illustrazioni realizzate da maria Carolina Siricio per “Dizionario appassionato di Napoli”