5 domande per Napoli5 domande per Napoli. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Alfonsino De Vito, attivista della campagna per il diritto all’abitare.


1)Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua
Napoli è il classico luogo nel quale avere un’idea del passato è indispensabile per avere un’idea sul futuro. Un passato che ci ha visti tra le grandi capitali del Mediterraneo, crocevia di popoli e culture. Ma anche epicentro di un sud subalterno in un processo di unificazione diseguale e predatorio seguito al 1861. Sono le premesse della “questione meridionale”, quel ”governo del sottosviluppo” che in realtà è diventato funzione dello specifico modello di crescita del capitalismo italiano, unico paese europeo ad aver alimentato il boom industriale del dopoguerra con l’emigrazione interna. Una situazione in cui la profonda contraddizione territoriale del paese non è stata affrontata ma “governata” e riprodotta, destinando al sud un ruolo soprattutto estrattivo di risorse umane e ambientali.
Cosi tutti gli indici di sviluppo umano, sociale ed economico si sono costantemente divaricati (con una breve eccezione durante il periodo della tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno). Infine la rottura dall’alto e da nord di questo modello, con la modifica del titolo V della Costituzione, il federalismo fiscale comunale introdotto da Monti con l’Imu e il progetto di autonomia differenziata che punta sostanzialmente a istituzionalizzare le gerarchie economiche e politiche e la distribuzione  asimmetrica della ricchezza che l’ultimo secolo e mezzo hanno disegnato. Questa lunga premessa non solo è necessaria a ricontestualizzare in un’adeguata prospettiva di rivendicazione storica e sociale alcune fondamentali questioni per il futuro della città come quella del “debito” e delle risorse per l’area metropolitana di Napoli, ma ad acquisire la consapevolezza che per farlo serve anche decolonizzare la nostra mentalità.  Perché il governo del sottosviluppo ha alimentato gli istituti culturali e sociali della sua riproduzione, ci ha tribalizzati e inferiorizzati, ha assorbito e strumentalizzato molte pratiche di resistenza informale e legittimato corpi intermedi che parassitano sui ceti più deboli della città, come sempre avviene laddove esistono forme di cittadinanza subalterna e incertezza dei diritti (e non mi riferisco solo alle camorre o al rapporto tra mafie e politica). Un processo naturalmente in cui grande responsabilità hanno avuto le classi dirigenti di questo territorio. Il nodo del cambiamento sono quindi i processi di soggettivazione sociale e  le condizioni materiali che possono favorire questa presa di coscienza.
Auspico un futuro della città che sappia riconnettersi alla visione del suo passato e alla sua collocazione geografica, potenziando un sistema di scambi umani, culturali ed economici con le altre sponde del Mediterraneo. Aprendosi, attraverso una diplomazia autonoma, a uno sguardo democratico e orizzontale su un mare che oggi è sempre più militarizzato e chiuso. E dall’altro lato che sappia valorizzare sul piano dell’interesse pubblico (e non solo delle storie private) quell’enorme filiera di relazioni che è stata (ed è purtroppo) l’emigrazione napoletana nel mondo. Milioni di persone, anche di seconda e terza generazione, di cui va indagata e stimolata la connessione con la nostra terra, la restituzione che ne può nascere in termini di innovazione, connessioni globali e contaminazioni.
Una metropoli non può ridursi a monocoltura turistica come traspare spesso dalle retoriche mediatiche e istituzionali e dalla stessa programmazione regionale dei fondi europei. Un modello solo estrattivo, un’economia della rendita fragile e poco redistributiva, moltiplicatrice di lavoro grigio e precario. Un approccio che per altro riduce l’autopercezione della città al suo centro storico, all’area Unesco, facilitando l’abbandono delle ex periferie industriali nel degrado ambientale ed edilizio.
Si tratta invece di un processo che va regolamentato e contenuto, recuperando nel contempo risorse dalla rendita per investirle nelle politiche pubbliche sul diritto all’abitare. Il centro storico di Napoli è uno dei pochi in Europa ad essere ancora abitato dai ceti popolari e bisogna preservarlo da una completa musealizzazione. Più in generale servono politiche pubbliche ed investimenti che sappiano valorizzare in termini di produzione tecnologica e culturale la biodiversità e gli scambi nel Mediterraneo. E’ un po’ una frase scontata e ambigua dire che bisognerebbe puntare sulla svolta green, concetto che rischia di essere travolto dalla sua strumentalizzazione da parte degli stessi apparati burocratici ed industriali che ci hanno condotti nel tunnel del disastro ambientale. Preferisco parlare di strategie dell’ecosostenibilità.. Dopo questo anno e mezzo di pandemia mi pare sempre più evidente che partecipazione democratica, scelte economiche e sostenibilità ambientale sono questioni strettamente connesse non solo nel determinare il futuro della qualità della vita nella nostra regione ma più in generale della specie umana. 
Altri fattori chiave da considerare per inquadrare il futuro sono legati all’estrema concentrazione della popolazione. La Campania come sappiamo per ragioni storiche concentra il 60% della popolazione sul 12% del territorio. La provincia metropolitana di Napoli ha una media di abitanti che è il doppio di quella di Milano, Napoli Nord è probabilmente la più estesa banlieue dell’Europa occidentale. Tutti fattori che complicano ovviamente i termini della questione sociale e di quella ambientale (come sa bene chi ha seguito la shock economy dei rifiuti). Ma rendono più sofferente anche la struttura dei servizi, il sistema del trasporto pubblico, le reti fognarie e dell’acquedotto, arrivate spesso a fine ciclo e che richiederebbero investimenti per una politica di sostituzione e di modernizzazione e non di rappezzo. La più bella città “verticale” d’Europa ha anche una struttura molto fragile, bisognosa di continue cure e conoscenze, deperite invece nell’invecchiamento e nell’impoverimento delle piante organiche che dovrebbero occuparsene. L’urbanizzazione ininterrotta che preme sulla città consolidata nei termini di due a uno è la fotografia che ci dice che la Città Metropolitana  dovrebbe avere un protagonismo amministrativo e un ruolo ben superiore a quello di camera di compensazione di accordi e poltrone tra ceti politici.
2)L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
Innanzi tutto partiamo dalla consapevolezza di questa esigenza: ricontrattare un patto tra il sud e il resto del paese e non subire passivamente l’autonomia differenziata. Che questa necessità da ipotesi teorica diventi finalmente iniziativa politica larga. Che il meridionalismo ritrovi una prospettiva non di nicchia e non conservatrice.  Immagino che questo richieda dei momenti di conflitto e di rottura, poi è chiaramente un esercizio impossibile programmare la storia a tavolino. La cosa più importante è che i nodi intorno ai quali è possibile restituire socialmente il senso della questione, come una lettura politica del debito, non siano affrontati in maniera troppo occasionale come dall’ultima amministrazione o strumentalizzati propagandisticamente come già sta avvenendo nella campagna elettorale.
Personalmente non condivido un’accezione negativa dell’autonomia, purché questo non significhi rimuovere il debito storico che questo paese ha verso le regioni meridionali o l’indispensabile necessità di redistribuire la ricchezza e di garantire i servizi pubblici e l’universalità dei diritti previsti dalla carta Costituzionale con l’uguaglianza (almeno teorica) dei cittadini. Purchè insomma non sia autonomia differenziata. Il federalismo fiscale in un’economia sistemica e diseguale è chiaramente un dispositivo che amplifica le discriminazioni geografiche.
Se invece ti riferisci all’immaginario separatista, all’orizzonte delle piccole patrie, devo dire che non mi convince, soprattutto in questa fase storica. Vorrei piuttosto proporre una visione meno eurocentrica,  forse più utopistica ma anche più promettente dal punto di vista dell’emancipazione umana. Assistiamo infatti da almeno trent’anni a una profonda crisi nel rapporto tra Stati nazione e democrazie, con l’avanzare della globalizzazione neoliberista e la fine del compromesso fordista e del bipolarismo. L’insofferenza sociale verso l’autoritarismo delle tecnocrazie finanziarie della UE è stata canalizzata nei paesi europei da un sovranismo cupo ed ipocrita ma ha visto anche emergere una domanda di nuova democrazia che spesso ha trovato risposte fittizie legate più al marketing politico che ai fatti. Invece se allarghiamo lo sguardo troviamo  dall’altro lato del Mediterraneo, con l’esperienza curda, il tentativo di praticare modelli di democrazia “oltre lo Stato”. La sperimentazione di un confederalismo democratico transfrontaliero (sebbene sotto il fuoco nemico del jihadismo e del nazionalismo turco) che ha come pilastri la democrazia radicale, l’economia comunitaria e la sostenibilità ambientale. Insomma un ripensamento complessivo delle forme della democrazia e della loro organizzazione sociale e non solo del meccanismo della delega. In un contesto completamente diverso questa prospettiva (che trova una base teorica nel lavoro di Murray Bookchin e Abdullah Ocalan) può ispirare un processo politico tra le città del Mediterraneo di cui anche Napoli potrebbe essere promotrice riconnettendosi alla sua radice di città ellenistica. Un percorso che definirebbe in itinere i termini della sua costituzionalizzazione e che stimoli dialetticamente anche un’evoluzione del sistema democratico nazionale e di quello (molto più antidemocratico) che si è costruito su scala europea. Legare il meridionalismo alle lotte per l’innovazione democratica e per la giustizia sociale nel Mediterraneo può essere un’arma vincente dal punto di vista storico e politico. 
3)Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
Parlavo prima dei confini interni della città come una delle eredità di una condizione subalterna. “L’orgoglio di essere napoletani” rischia di diventare il paravento identitario di un popolo che si sente straniero già nel vicolo a fianco. Solo alcuni importanti cicli di lotta e di protagonismo popolare negli ultimi cinquant’anni hanno consentito di sconfinare i perimetri segnati dalla diffidenza, dai blocchi di interesse, dalle sudditanze, dalle corporazioni, dalle clientele.
Per cercare una visione comune bisogna però sfuggire alle retoriche che occultano la realtà. Napoli non è solo una città con importanti sacche di disagio sociale, ma soprattutto una città particolarmente diseguale nella distribuzione della ricchezza, cosa che si traduce anche in un profondo razzismo interno.  Cos’altro sono i discorsi sulla “civilizzazione” di Napoli che si susseguono da decenni se non la mistificazione della questione sociale in termini razzisti, magari l’aspirazione a una gentrificazione incompiuta…
Per certi aspetti siamo ancora la città che è uscita dall’ordine feudale solo all’inizio dell’800, la città della borghesia palazzinara e speculativa raccontata da Rosi in mani sulla città. Ce lo dice ad esempio una concentrazione della proprietà immobiliare persino superiore alle altre grandi città italiane (a Napoli oltre cinquemila persone posseggono dai tre appartamenti fino a centinaia di immobili, mentre appena il 68% degli abitanti ha usufruito delle esenzioni sulla prima casa contro l’80% di Roma e Milano). Grandi patrimoni, a partire da quelli religiosi, che sfuggono in larga misura ad ogni tassazione locale e qualunque meccanismo redistributivo, nell’indifferenza, nell’impotenza o nella connivenza dei ceti amministrativi. Così come avviene per l’impatto  sull’economia ufficiale di quei capitali che si formano in processi di accumulazione extralegale.  
Inoltre la post-fordizzazione ( virtuale) della città che era al centro del dibattito istituzionale degli anni ‘90 non ha mai realmente pianificato una nuova struttura dei redditi. La conseguenza è in quel noto 60% di disoccupazione giovanile, che significa ripresa dell’emigrazione da oltre un decennio ma anche lavoro nero dilagante. Sono associati a questa condizione e alla relativa crisi sociale i preoccupanti tassi di dispersione scolastica: ai giovani dei ceti popolari di Napoli non è solo rapinato il futuro, ma il diritto stesso di immaginarlo. Possibile che da almeno un paio di decenni, con l’ascensore sociale bloccato a un piano indefinito, le uniche proposte che le classi dirigenti sanno fare a quella parte di giovani che acquistano visibilità nelle cronache solo nelle vesti di “baby gang” o di “allarme securitario”, sia un po’ di giustizialismo a buon mercato e qualche corso di pizzaiolo non pagato…!?
Chiaro che in questa situazione la latitanza delle politiche pubbliche per le logiche dell’austerità e le note condizioni di dissesto non fanno che amplificare le disuguaglianze. 
La situazione del diritto all’abitare che mi sta particolarmente a cuore è affossata ad esempio dalla progressiva dismissione di investimenti pubblici sia su scala nazionale che locale, penso alle centinaia di milioni sottratti dalla regione Campania all’edilizia residenziale pubblica (magari a consumo di suolo zero) negli ultimi vent’anni e al sostanziale immobilismo delle amministrazioni comunali che si sono limitate a svendere pezzi del patrimonio.
Sono convinto che solo nella consapevolezza che una città più giusta è anche una città più libera e sicura sia possibile ricostruire una visione non balcanizzata del futuro in cui è possibile prendersi cura di Napoli.
4)Dopo il Covid– 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
In premessa non sono ottimista. I numeri della crisi a Napoli sono parzialmente attutiti dalle forme di assistenza legate al reddito di cittadinanza, dal blocco degli sfratti e dei licenziamenti, ma rischiano di deflagrare. Solo per gli sfratti è prevista la triplicazione di quelli normalmente eseguiti per morosità. E la diffusione di lavoro grigio e informale disarma i pochi altri strumenti di welfare esistenti. Emerge tutta la fragilità, di fronte a uno sconvolgimento come questo, di un’economia legata alla rendita, al turismo e alla gastronomia.  E’ un contesto che richiederebbe nuove norme (ad esempio sull’equo canone) e di rilanciare le politiche pubbliche sul lavoro e sul reddito con un ciclo di lotte in grado di sollecitarle e orientarle, che al momento però non si vede all’orizzonte.
Mi sembra chiaro che un nodo fondamentale sarà la gestione del Recovery Plan su cui già una quota importante di miliardi di euro viene sottratta alle regioni meridionali rispetto ai parametri previsti dall’UE. Bisogna impedire che l’orizzonte di questi investimenti si esaurisca soprattutto nelle monocolture della turistificazione e dell’economia del food&beverage o che sia oggetto di spartizione mafiosa e clientelare, ma abbia un più alto grado di innovazione tecnologica e culturale e una maggiore redistribuzione sociale.
In positivo è giusto evidenziare le reti di solidarietà dal basso e le pratiche mutualistiche che sono proliferate nella pandemia. Se i confini interni alla metropoli e ai suoi gruppi sociali spesso pregiudicano l’emergere di una visione politica ampia e condivisa, sulla piccola scala, soprattutto nei quartieri più popolari, resiste un tessuto di relazioni e di solidarietà umana che appartiene anche alla famosa porosità della città. Un punto da cui partire potrebbe essere proprio sostenerne la  continuità, contribuire alla loro organizzazione e infrastrutturazione (sia materiale che digitale) per farne sempre più anche delle reti di partecipazione civica e politica e quando serve anche di resistenza sociale. La nascita di tante reti di mutualismo e cooperazione che vanno oltre le tradizionali forme del solidarismo religioso e si incontrano invece con gli spazi e le comunità vicine ai movimenti sociali rappresenta una potenzialità in tal senso.
5)La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?
La partecipazione è un processo, non un dato acquisito una volta per tutte. A maggior ragione in un contesto sociale in cui i meccanismi di inclusione sono precari e lo spazio pubblico costantemente conteso.
Il decennio dei conflitti ambientali, la reazione alla crisi dei partiti, il protagonismo dei movimenti ha amplificato alla fine degli anni dieci una domanda di partecipazione politica molto attiva seppur minoritaria, che in parte ha deciso i destini amministrativi della città, sicuramente l’elezione di un outsider come Luigi De Magistris.
Quando la partecipazione viene sposata dalle Istituzioni deve però tradursi in istituti credibili, mettere a disposizione risorse e reale potere decisionale, se no perde credibilità. Personalmente distinguo in maniera abbastanza netta le due consiliature guidate da De Magistris in tal senso. Se nella prima infatti troviamo uno sforzo più coraggioso in questa direzione (ricordo ad esempio la delibera sui beni comuni) nella seconda i limiti oggettivi e soggettivi sono stati francamente dominanti. Di sicuro se si vuole alimentare la partecipazione non è possibile trasformare in delibera un censimento con decine di migliaia di firme per la spiaggia pubblica e lasciarla lettera morta o finanziare coi fondi Unesco un percorso di progettazione partecipata sull’ospedale militare durato un anno e poi trasformarlo in commissariato di polizia… giusto per fare degli esempi.
Anche nei movimenti qualche anno fa il percorso di “Massa Critica” mise al centro l’importanza di interconnettere i percorsi di partecipazione sociale e culturale per farne anche percorsi di decisionalità politica nei quartieri della città. Per costruire una risposta alla crisi delle forme democratiche e al loro rapporto con le rivendicazioni sociali che partisse dai territori e non si risolvesse solo nella virtualità di un partito proprietario come il movimento cinque stelle. Ma quel progetto si è impigliato nella tendenza alla frantumazione che rappresenta forse il principale limite di fase nella cultura politica delle realtà di base e dei movimenti sociali. 
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Foto di antonio speranza da Pixabay 

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