Nel giro di tre anni ben 15 milioni di italiani non si ritroveranno più il proprio medico di base. Nel 2024 andrà in pensione il 31% dei medici, mentre nel 2025 addirittura il 38% di essi andrà in quiescenza.
Dal versante opposto il Pnrr “blatera” su un sistema sanitario nazionale basato sulla medicina territoriale e su un sistema socio-sanitario più vicino al paziente.
Purtroppo il Pnrr non spiega da nessuna parte come e quando si recupereranno migliaia di professionisti della medicina, visto che i numeri è l’età pensionabile non sono elementi che possono derogare in virtù delle parole della politica.
L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 avrebbe dovuto allertare innanzitutto il Governo e le Regioni sui limiti di una sanità regionale, per la quale i livelli di responsabilità hanno varcato la soglia di non pochi Tribunali d’Italia, con processi in corso che nel prossimo futuro probabilmente accerteranno irregolarità nella gestione della pandemia, specialmenteper il periodo riguardante i primissimi mesi del 2020.
Ma il Pnrr sa essere ambizioso, guarda al futuro della sanità in Italia, si riempie di alcune parole, tante volte ascoltate, come l’innovazione, la telemedicina, la prevenzione, l’assistenza direttamente sul territorio. Ma con quali forze materiali, visto che in alcune Regioni manca perfino il personale parasanitario?
I buoni propositi di questa sorta di panacea contro tutti i mali del nostro paese, ovvero il prestito europeo, si infrangeranno contro quel muro di gomma che, fino a prima del Covid-19, ha redatto piani sanitari regionali tagliando posti letto e permesso la chiusura di ospedali a destra e a manca. Una razionalizzazione senza precedenti, senza intaccare minimamente il budget di spesa storica per il comparto sanitario, motivo per il quale si pensava di chiudere strutture e luoghi pubblici di cura.
Segno evidente che la razionalizzazione non ha evitato sprechi, privilegi e storture decennali nella spesa sanitaria delle Regioni. Ha solo “piazzato” rapporti privilegiati con il privato, tanto al Nord quanto al Sud.
Il Pnrr tuttavia una risposta si promette di darla: assegna ben 7 miliardi divisi fra assistenza domiciliare, Case della Comunità e “cure intermedie”. Ottime cose, sacrosante, dignitose. Ma se prima funzionassero innanzitutto gli ospedali e il sistema di cure tradizionali. Ovvero le basi.
Questa scelta si fonda sul rafforzamento della cosiddetta domiciliarizzazione delle cure sanitarie. Ma senza recuperare personale medico generico e specialistico, nonché figure sanitarie di stretta connessione, e per questo indispensabili, con quali elementi si gestirà questo “spostamento” della medicina?
Probabilmente la ratio del Pnrr è quella di lasciar gestire questo cambiamento al privato sociale e sanitario, direttamente sulle territorialità e, man mano, tirare avanti la sanità tradizionale fino a quando l’ultimo medico di base non andrà in pensione.
Se così fosse, sarebbe una scelta etica spendere soldi pubblici (fondi Ue) demolendo, di fatto, il pubblico e rafforzando il privato?  Le risposte sarebbero scontate, ma vanno ragionate e per questo occorre capire con chiarezza.     
©Riproduzione riservata


RISPONDI

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.