Teatro Mercadante/ Paola Caridi, Tomaso Montanari e Nabil Bey Salameh portano in scena il dolore di Gaza. Il coraggio delle parole, senza finzioni

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Papa Francesco e Gaza. Dal 9 ottobre 2023 e finché la sua voce non si è spenta per sempre, Bergoglio in videochiamata chiedeva ogni sera, puntuale, alle 19, notizie al parroco della chiesa della sacra famiglia, Gabriel Romanelli.
In quell’ angolo dimenticato dal mondo occidentale, troppo impegnato in guerre di potere, denaro e pericolose tentazioni di speculazioni edilizie sulla striscia palestinese, arrivava il suo pensiero. Come va? Cosa avete mangiato e poi inviava la sua benedizione ai bambini. Un soffio via via sempre più esile e sofferente, quelle parole semplici esprimevano, tuttavia, un forte segnale di vicinanza a chi si trovava nella lingua di terra chiusa dall’odio.
Il pontefice delle emozioni usava un linguaggio diretto che commuoveva gente comune e irritava profondamente schieramenti e fazioni (anche internazionali). Era stato ugualmente incisivo formulando una riflessione sul libro scritto per il Giubileo, “La speranza non delude mai. Pellegrini verso un mondo migliore”: A detta di alcuni esperti– aveva osservato-  ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se si inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali.
Il messaggio di ascolto del papa nei confronti dell’umanità più fragile ormai sembrava archiviato, eppure all’improvviso, come uno squarcio luminoso nel buio dell’indifferenza, la sua eco è arrivata da un palcoscenico di una sala bellissima, quella del Mercadante, il teatro (nazionale) di Napoli.
Seguita da un pubblico numeroso e attento, ieri sera, infatti, è andata in scena una toccante conversazione teatrale dal titolo Specchi. Gaza e noi tra la giornalista e saggista Paola Caridi e lo storico dell’arte Tomaso Montanari (rettore dell’Università per stranieri di Siena): è stato proprio lui a rievocare l’appello del papa argentino contro le tendenze disumanizzanti della società globale.
Sullo sfondo del palco, disegni simbolici per raccontare l’essenza di quel luogo martoriato: la rete dei pescatori, il mare, un melograno, un ulivo… Dietro Caridi e Montanari, a rafforzare il confronto tra loro, il cantautore, giornalista e scrittore e etnomusicologo di origine palestinese Nabil Bey Salameh che ha recitato inserti lirici tratti da “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” di Fazi editore.
Il mare. Ha dominato l’itinerario scenico nei ricordi dei protagonisti. Quel mare è il nostro, il Mediterraneo carico di cultura e civiltà, spesso sporco di sangue, attraversato da fili drammatici di vita che uniscono Napoli a Gaza.
Nessuna finzione, tuona forte il racconto di un popolo che dall’esodo forzato del 1948 vede il proprio destino raccolto in una tenda. Un destino tragico con cui dobbiamo fare i conti tutte e tutti, senza voltarci dall’altra parte.
Gaza è un pozzo profondo di disperazione da cui non si può più scappare. In quella tragedia dobbiamo immergerci e specchiarci, trovando il coraggio di assumerci responsabilità collettive: Dio esiste, abbiamo il compito di captarne le tracce profonde, restituendo il respiro all’anima inaridita dall’egoismo.
Le parole possono pesare come sassi: A Gaza è genocidio come l’Olocausto, una frase che scuote la platea. Ed è dalle parole che bisogna ricominciare: lo ha affermato con forza lo scrittore israeliano David Grossman che dal palco di un altro teatro napoletano, il giorno prima del dialogo al Mercadante, ne ha denunciato la contraffazione sistematica. Contro questa tentazione di semplificare, la cultura deve combattere, purificando il linguaggio per decodificare la realtà. Cambiando il modo di rappresentarla. Per costruire un futuro di pace.
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Nella foto, la messinscena alla fondazione Feltrinelli da dove, poi, è arrivata in esclusiva a Napoli

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