Con la descrizione della superba cerimonia di incoronazione di Morosina Morosini (1545-1614) a dogaressa della Serenissima Repubblica di Venezia, avvenuta nel 1595, si apre la biografia romanzata “La dogaressa” scritta da Rita Coruzzi e da poco in libreria per Piemme.
Gli elementi su cui l’autrice costruisce la storia sono tutti esplicitati tra le prime pagine: «Era ben conscia che alle donne era preclusa ogni azione nella vita politica, però nella libera Venezia c’era la possibilità per loro di occupare spazi ed esercitare azioni che potevano consentire anche una grande influenza in ambito sociale, economico e culturale. La stessa vita economica era cosparsa si figure femminili predominanti, come risultava dal registro delle tasse di donne e dai contratti di affitto da loro firmati. […] Nonostante questa maggiore apertura sociale della Serenissima rispetto ad altre realtà, la figura della dogaressa restava relegata a un ruolo minore, di contorno e di pura rappresentanza nelle cerimonie ufficiali; nella vita privata restava una padrona di casa, per quanto nobile e ricca, e le era preclusa una partecipazione attiva alla vita sociale al di fuori del proprio ruolo formale». La protagonista, donna intelligente e volitiva, sentendosi stretta in un ruolo sociale che la confina entro i limiti previsti per il suo sesso decide di rompere gli schemi e sviluppa un’intuizione che renderebbe possibile restituire dignità a vedove e donne povere: avviare la produzione e commercializzazione di merletti.
L’arte del merletto, che risale al secolo precedente quando un’altra dogaressa – Giovanna Dandolo- dette vita a una scuola d’arte nell’isola di Burano, è il modo con cui la protagonista intende dar lustro alla Serenissima lasciando un segno nella storia. Le donne che nei secoli ricoprirono ruoli nelle corti italiane ed europee mostrando acume politico, intelligenza, passione per l’arte, la musica, la letteratura, la strategia militare, il diritto e il talento imprenditoriale sono più di quante si possa pensare e Morosina Morosini fu una di queste.
Coruzzi ce la racconta attraverso la sfida che intraprese nei confronti del marito che, sentendosi sminuito dal suo carattere brillante e dalle doti di leader, ne avversa i progetti di organizzazione di una manifattura femminile di merletti.
Quel che dalla storia emerge è la possibilità che il lavoro accorda alle persone- e nel caso specifico alle donne – di sentirsi realizzate nel mostrare il proprio talento alla società e nel conseguire l’indipendenza economica. Le donne che incontriamo nella storia vivono un riscatto sociale nobilitandosi attraverso una attività che conferisce loro dignità e sostentamento.
Morosina Morosini combatte la sua battaglia assaporando l’amarezza del tradimento, il peggiore, quello che non ci si aspetta poiché non proviene da un coniuge ma da una persona che si considera amica, quella verso la quale non si nutrono sospetti e mai si innalzano difese. L’evolversi degli accadimenti mostra un sentire molto vicino a quello contemporaneo che sfuma, alla fine, in quello della propria epoca: a prevalere sono i ruoli sociali che vedono la donna moglie e madre.
L’autrice sviluppa la trama su due piani, quello dei rapporti di potere tra uomini e donne e quello dei sentimenti, la protagonista si dibatte tra i due propendendo ora verso l’uno e ora verso l’altro: è più importante affermare il diritto ad avviare un’impresa o ricomporre gli equilibri e gli affetti familiari? È una questione di prossemica: la donna deve stare dietro l’uomo o al suo fianco? E se il suo posto è quest’ultimo qual è la sua autonomia decisionale? Fino a dove può spingersi senza menomare l’ego del marito/compagno/fidanzato?
È bene ricordare il contesto storico nel quale il romanzo è ambientato e non commettere l’errore di applicare il modello sociale attuale a quello dell’epoca, la storia è disseminata di elementi che stimolano la riflessione. Uno di questi riguarda il concetto di libertà, la protagonista avverte come una prigionia l’impossibilità di azione connaturata alla sua posizione mentre una vedova che non riesce a sfamare i figli a cui viene data l’opportunità di lavorare realizzando merletti si sente libera poiché non ha nulla da perdere, una sarta che ha costruito la propria professionalità si percepisce libera grazie alla possibilità di mettersi alla prova con il proprio talento guadagnandosi da vivere.
Cosa rende, dunque, le persone libere? Cosa rende una donna libera? Un altro elemento di riflessione lo si può cogliere nel dialogo interiore della protagonista in merito alla riflessione sulla sottile linea che separa l’ambizione dalla brama di potere che ottunde, che cosa si è disposti a fare pur di ottenere il potere?
La Serenissima fu, per molti versi, una forma di governo all’avanguardia e dell’indipendenza fece ragion di Stato, la descrizione sulla quale l’autrice si sofferma circa la distinzione tra Stato da Terra, Dogado e Stato da Mar aiuta a comprendere la complessità amministrativa di cui il doge rappresentava l’apice. Un romanzo dalla lettura piacevole e scorrevole, come è nello stile dell’autrice, che svela una figura storica femminile che è importante far conoscere per arricchire il panorama di modelli positivi d’ispirazione scardinando lo stereotipo secondo cui le donne non hanno mai ricoperto ruoli di rilievo e quelle pochissime che lo hanno fatto siano da rubricare come eccezioni irripetibili: falso.
Le donne che hanno svolto ruoli determinanti, in svariati ambiti, nel corso dei secoli sono numerose ma obliate nelle pieghe del tempo, grazie alle autrici e gli autori che dedicano il loro talento a raccontarne la storia possiamo – e dobbiamo- restituirle alla memoria collettiva.
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IL LIBRO
Rita Coruzzi
LA DOGARESSA
Piemme
Pagine 368
euro 19,90
L’AUTRICE
È nata il 2 giugno 1986 a Reggio Emilia, dove tuttora risiede. Affetta da tetraparesi, in conseguenza di un intervento chirurgico andato male, dall’età di dieci anni è sulla sedia a rotelle. Diplomatasi al liceo classico della sua città, ha conseguito la laurea triennale in Lettere e si è specializzata in giornalismo presso l’università di Parma. Della sua esistenza ha fatto una battaglia quotidiana per dimostrare che non ci si deve arrendere mai e che è sempre possibile trovare in sé la forza interiore per affrontare qualsiasi prova. Con Piemme ha pubblicato diversi libri dedicati alla sua storia e alla sua scelta di fede e Matilde, vincitore del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti, del Premio Internazionale Stefano Zangheri e del Premio Internazionale Città di Cattolica, e l’Eretica di Dio.
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