Neri Pozza/ Chloe Dalton racconta come una lepre ha cambiato il suo rapporto con l’ambiente. Quel piacere di sentirsi legata ai luoghi

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Chi ama gli animali si pone, molto spesso, una domanda: il mio comportamento è dettato dell’egoistico desiderio di trarre benessere e affetto dalla relazione senza badare a ciò che è meglio per l’animale, oppure, prende in considerazione la sua indole e le sue esigenze? In Io e la lepre scritto da Chloe Dalton, tradotto da Marinella Magrì e arricchito dalle raffinate  illustrazioni di Denise Nestor per Neri Pozza l’interrogativo si articola in molti interessanti aspetti.
L’incontro dell’autrice, che durante il periodo pandemico lascia Londra e si trasferisce in campagna, con un cucciolo di lepre in difficoltà cambia la sua percezione dell’ambiente sollevando numerosi dubbi sulla dannosità delle scelte umane per gli ecosistemi e per il destino di diverse specie animali: «[…] mi resi conto di quante strade e strutture umane lo attraversassero, e di come le pressioni della vita moderna  – la necessità di produrre sempre più cibo, costruire sempre più case e di sfruttare ogni lembo di terra – riducano giorno dopo giorno la libertà di movimento di creature abituate a spostarsi su grandi distanze».
Dalton cambia le proprie abitudini quotidiane all’interno dello spazio domestico e del giardino per non interferire con quelle di un animale di cui quel poco che si conosce è il distillato di stereotipi e luoghi comuni. L’osservazione delle abitudini, gli atteggiamenti e le reazioni la conduce verso la ricerca di testi che possano rivelarle le risposte necessarie al benessere di un animale sempre più minacciato dalla caccia, la meccanizzazione agricola e la distruzione di un habitat.
Una delle riflessioni contenuta nelle pagine, che andrebbe inserita nell’agenda pubblica al fine di adottare un subitaneo cambiamento, riguarda l’inquinamento luminoso che disorienta, spaventa e impedisce la vita degli animali notturni. Imbattersi in luoghi bui diventa sempre più raro, anche le campagne e i contesti rurali lo sono sempre meno.
Lo stile narrativo originale – non divulgativo – cattura l’interesse spingendo a soffermarsi su considerazioni alle quali la maggior parte delle persone, consapevolmente o inconsapevolmente, si sottrae: gli esseri umani piegano la natura al proprio capriccio, interesse e dominio senza nutrire nessun rispetto e considerazione per la conservazione della biodiversità e la tutela delle altre specie viventi considerate inferiori e sacrificabili.
In fondo che valore si attribuisce alla vita di una lepre rispetto a quello reddituale derivante dal massimo sfruttamento di una superficie agricola o alla soddisfazione del primordiale istinto della caccia a fini del tutto svincolati dalla necessità di reperire del cibo? Che, forse, una lepre ha dei sentimenti? «Non si sa perché avesse intrapreso un viaggio simile, ma per me questa storia racchiude tutta la forza e la fragilità della lepre e rivela come il suo mondo interiore sia più complesso di quanto comunemente si immagini. Sottolinea, inoltre, quanto poco noi esseri umani facciamo per assecondare le esigenze e gli istinti di queste creature schive».
Non solo non le assecondiamo, di più, le ignoriamo del tutto spinti dall’unico desiderio di conseguire i nostri interessi. Dalton si sofferma su un altro tema importante, quello della perdita della relatività che discende dalla convivenza tra esseri viventi diversi all’interno di uno stesso ambiente: «Mi resi conto che la presenza del leprotto aveva influenzato, e modificato, la mia stessa ara vitale. Prima non avevo schemi stabili né abitudini radicate. Anzi, con tutti i viaggi che facevo, trascorrevo gran parte del tempo all’interno delle aree vitali altrui. […] Grazie al leprotto avevo riscoperto il piacere di essere legata a un luogo e la quieta soddisfazione che deriva dall’esplorarlo a fondo, anziché cercare continuamente una via di fuga, convinta che la felicità potesse trovarsi solo in esperienze nuove».
Qualcuno potrebbe obiettare che il progresso comporta dei cambiamenti e l’urbanizzazione, la meccanizzazione e l’ottimizzazione produttiva sono i vantaggi di una società prospera ma bisognerebbe intendersi sul concetto di prosperità. Un libro delicato e profondo nel quale si partecipa alla costruzione di un legame che si sa essere breve perché legato al ciclo naturale di vita di un animale non longevo, il racconto di un’esperienza che dimostra quanto poco occorra per abbandonare la cecità e la sordità umana di fronte alla bellezza e la ricchezza di vita che ci circonda.
Nessun accento melenso ma l’attenta descrizione di chi si pone in ascolto rispettando le vite degli altri esseri viventi riflettendo sul punto di equilibrio verso quale tendere: fino a dove spingersi per non alterare la natura della fauna selvatica? Come poter ripristinare, anche in un giardino, un ecosistema in cui specie diverse possano convivere? È possibile imporsi di non intervenire per proteggere un animale al fine di lasciare che la natura faccia il suo corso?
Per chi vive in un contesto non urbano sono decisioni che capita di assumere e che aiutano a non perdere di vista il relativismo scientifico: tutti gli esseri viventi sono parte di un ecosistema nel quale l’essere umano non ha alcun diritto di arrogarsi il dominio assoluto. Non tutti amano vivere in campagna ma concedersi la possibilità di scoprirla frequentandola, anche per brevi periodi, potrebbe aiutare a comprendere meglio che genere di mondo stiamo contribuendo a creare.
©Riproduzione riservata


IL LIBRO
Chloe Dalton
Io e la lepre
Neri Pozza
Traduzione di Marinella Magrì
220 pagine
euro 20


L’AUTRICE
Chloe Dalton è una scrittrice, consulente politica ed esperta di politica estera. Ha lavorato per oltre un decennio al Parlamento britannico e al Foreign and Commonwealth Office. Vive tra Londra e la campagna inglese. Io e la lepre è il suo libro d’esordio

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