Più che proporre una teoria sistematica o una definizione astratta sul kitsch, “Non serve scomodare gli dèi” di Maurizio Cecchetti (Officina Libraria) sceglie la via di una serrata ricognizione storico-culturale. Attraverso un itinerario dinamico che attraversa episodi, mostre e figure cruciali del Novecento, il saggio dimostra come questo fenomeno non sia affatto una categoria immobile o un semplice sinonimo di cattivo gusto, ma una presenza strutturale e totalizzante che attraversa la modernità e satura i nostri sensi.
Il prezioso sommario dell’opera ne esplicita la vastità transdisciplinare. Cecchetti non isola il concetto in una sterile bolla estetica, ma lo rintraccia nei territori di confine tra critica d’arte, filosofia e letteratura. L’autore si muove con disinvoltura tra le intuizioni antropologiche di Aby Warburg, le provocazioni del Cabaret Voltaire di Hugo Ball, e le riflessioni labirintiche sul tempo e sull’orrore di Franz Kafka ed Emmanuel Carrère. Figure capitali come Pier Paolo Pasolini, Charles Baudelaire, Milan Kundera e Roberto Longhi vengono evocate in un mosaico critico in cui la scrittura d’arte incontra la complessità della storia vissuta.
Il cuore concettuale dell’indagine si impernia sulla celebre intuizione di Hermann Broch, richiamata nella quarta di copertina: il kitsch non coincide semplicemente con la bruttezza visiva, ma risiede nel “come se” se ne fa uso a fini estetici. In un’epoca come la nostra, dominata da quello che l’introduzione definisce un opprimente “troppo di tutto” – un cortocircuito di mercificazione selvaggia ed eccesso affannoso di segni e stili indipendenti –, il kitsch agisce come il testimonial perfetto e ambiguo del dominio del mercato sull’esistenza interiore dell’uomo.
In questo scenario si innesta una distinzione essenziale. Se l’arte autentica opera storicamente come una “soglia” aperta, tesa a scavare la materia per schiudere lo sguardo verso l’Invisibile, il kitsch compie l’esatto percorso inverso: esso satura l’orizzonte, riempie ogni vuoto, anestetizza l’attesa feconda con una promessa consolatoria di finta bellezza e addomestica il mistero dell’esistenza attraverso immediati surrogati dell’Assoluto.
La prosa di Cecchetti, agile ma densa di rigore critico, riflette per la sua scioltezza la sua lunga militanza su grandi quotidiani. Evitando qualsiasi severità moralistica, l’autore osserva a distanza critica un’età in cui il buon gusto tramonta, l’antico si riduce a mero calco di gesso e i giochi di borsa svalutano persino il Salvator Mundi. Il titolo diventa così una provocazione logica: non serve evocare categorie dogmatiche o dèi lontani quando è la realtà contemporanea, osservata nei suoi molteplici inganni quotidiani, a svelare come il kitsch sia stabilmente radicato dentro di noi.
Il risultato è un saggio polifonico e necessario, che offre a studiosi e lettori uno strumento prezioso per decifrare le finzioni e i falsari del nostro tempo.
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