Rider che aggrediscono loro colleghi poiché troppo efficienti. Accade a Formia, due rider italiani si “macchiano” di violenza privata e danneggiamento nei confronti di due compagni di lavoro pakistani. Quest’ultimi rei di lavorare troppo, di correre veloce, di essere svelti nel consegnare il cibo a domicilio, tanto da ingelosire i loro pari grado italiani.
Siamo alla cannibalizzazione della precarietà, alle forme più basse di odio sociale, di fronte all’incertezza che diventa ossessione nei confronti del simile.
Questo episodio dimostra che la dimensione del precariato è stagnante, non produce miglioramento, ma altera l’equilibrio tra uguali. Nella mente dei due aggressori si è stratificata l’idea che in assenza di miglioramento nella scala sociale, senza un salto di qualità professionale, meglio farsi spazio a suon di botte tra pari. Piuttosto che creare una coscienza di classe, ovvero fare squadra tra colleghi precari per provare a uscire da quella miserrima condizione si preferisce usare la violenza per adagiarsi, consapevoli che oltre non andranno.
Questi due rider hanno introiettato quella condizione e si sentono in “trappola”, sono diventati fragili, si sentono marginali, vivono dentro la residualità e calpestano chi è al loro fianco, piuttosto che immaginare di fare tutti e quattro un passo in avanti.  
Ormai il ruolo e l’azione del precario sono diventati insicuri, la paura e la fragilità hanno spezzato i legami comunitari, è venuta meno quella comunità a cui un tempo era affidato il compito, talvolta non scritto, di creare convivialità nei rapporti sociali. Oggi, al contrario, questa cronicizza al ribasso le forme di convivenza, fino a spingere alle differenze tra simili precarizzati.
I due aggressori non riescono più a vedere la luce in fondo al tunnel, sono chiusi dentro un sentimento imprigionato dal presente, non sono più in grado di “uscire” verso il cambiamento.
Per questo diventano più crudi, meno consapevoli della propria condizione e si autodistruggono, si confinano in una posizione ancora più bassa di quella precaria.
Probabilmente la precarietà, quando si cronicizza, sfocia anche in forme di violenza materiale e psicologica, l’assenza della prospettiva del cambiamento nuoce allo sviluppo delle relazioni umane.
Questa è la dimostrazione che essa non è solo una forma di sfruttamento, ma che implica profonde ragioni sociologiche e filosofiche che, a loro volta, dovrebbero provare a dare risposte certe per uscire da questa maledetta condizione.
Non solo analizzarla, quindi, ma adoperarsi fattivamente per rivoluzionarne il “male” e renderlo quella “vita” degna di questo nome.
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