Villa Vannucchi/ Ciro Ceruti: «Porto in scena tutta la sofferenza dei comici per il politicamente corretto, a volte asfissiante…»

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“Politicamente costretto”: Ceruti conquista Villa Vannucchi con una satira intelligente sul nostro tempo. Sala gremita e sold out a San Giorgio a Cremano, per “Politicamente costretto” (foto), la nuova commedia scritta, diretta e interpretata da Ceruti, che conferma la sua capacità di raccontare il presente attraverso una comicità popolare, brillante e mai banale.
Lo spettacolo prende le mosse da una domanda tanto semplice quanto attuale: quanto è cambiato il nostro modo di comunicare? Da questo interrogativo nasce un viaggio teatrale che attraversa la storia dell’umanità, dalle origini fino ai giorni nostri, mescolando ironia, satira e osservazione del quotidiano.
L’incipit, affidato a un improbabile e irresistibile confronto tra Darwin e Mosè, è uno dei momenti più originali della messa in scena: uno sketch che diverte immediatamente il pubblico e introduce il tema centrale dell’opera, quello dell’evoluzione, non solo biologica ma soprattutto culturale e linguistica.
Ceruti affronta uno degli argomenti più discussi della contemporaneità: il rapporto tra libertà di espressione e politicamente corretto. Lo fa evitando ogni forma di moralismo o provocazione gratuita. La sua scrittura preferisce l’osservazione alla polemica, trasformando situazioni quotidiane e contraddizioni sociali in occasioni di autentica comicità.
Il ritmo dello spettacolo è sostenuto, con gag ben costruite, dialoghi brillanti e continui cambi di registro che mantengono alta l’attenzione del pubblico. Le risate sono frequenti, ma non rappresentano mai un fine: diventano piuttosto il mezzo attraverso cui riflettere su un’epoca in cui le parole assumono un peso sempre maggiore e la paura di sbagliare rischia talvolta di limitare spontaneità e confronto.
La forza di “Politicamente costretto” risiede proprio nella capacità di affrontare un tema delicato senza irrigidirsi in posizioni ideologiche. Ceruti osserva i cambiamenti della società con lucidità e leggerezza, lasciando allo spettatore la libertà di trarre le proprie conclusioni. È una comicità inclusiva, capace di parlare a generazioni diverse perché nasce dall’esperienza comune e dalle piccole assurdità della vita quotidiana.
Molto calorosa la risposta del pubblico di Villa Vannucchi, che ha accompagnato l’intera rappresentazione con applausi e risate, premiando una performance che alterna tempi comici efficaci a momenti di riflessione più profonda. Il sold out testimonia il crescente apprezzamento nei confronti di un artista che continua a costruire un teatro popolare nel senso più autentico del termine: accessibile, coinvolgente e capace di raccontare il presente senza perdere il gusto della narrazione.
Con “Politicamente costretto”, Ceruti firma una commedia attuale e intelligente, che dimostra come il teatro possa ancora essere uno spazio privilegiato per sorridere, confrontarsi e interrogarsi sui cambiamenti della società. Uno spettacolo che diverte, fa discutere e lascia il pubblico con più di una domanda, senza mai rinunciare al piacere della risata. Ne parliamo con Ceruti.
Dopo una stagione costellata di sold out, arrivi a Villa Vannucchi con un nuovo spettacolo. Che significato ha per te portare questo spettacolo in una cornice così prestigiosa?
«Prima di tutto è quasi un rito perché ogni anno vengo qui a Villa Vannucchi e vengo a debuttare con lo spettacolo che poi porterò nei teatri in inverno proprio perché mi piace. È anche un fatto scaramantico e dato che è andata sempre bene, scelgo questa forma per debuttare. Poi Villa Vannucchi – come tutti sanno – è stata utilizzata come set per il film Ricomincio da tre (1981) di Massimo Troisi, quindi sotto certi aspetti è un qualcosa di mistico».
“Politicamente costretto” è un titolo che incuriosisce fin dal primo momento. Quando è nata l’idea di fare questa commedia e cosa ti ha spinto ad affrontare questo tema?
«Mi ha spinto la sofferenza. La sofferenza di questo politicamente corretto che in qualche modo sta mettendo dei paletti a chiunque ma soprattutto a noi artisti, in particolare alla comicità. Chi ne sta subendo in modo particolare questo asfissiante politicamente corretto sono i comici. Al di là di questo, io penso che aver raggiunto dei traguardi sul rispetto delle persone è sacrosanto, però come al solito non c’è mai un limite, non c’è mai un freno e si esagera, si sfora».
Lo spettacolo parte da una domanda molto attuale: quanto è cambiato il nostro modo di comunicare? Secondo te oggi è davvero più difficile esprimersi liberamente?
«Sì, l’escalation credo sia avvenuta negli ultimi sette/otto anni perché per qualsiasi cosa devi fare attenzione a come lo dici, a quello che dici. Io lo dico anche in uno sketch: anche nel corteggiare una donna, noi uomini siamo spaventati nel farlo perché non sappiamo mai il confine dal corteggiamento all’abuso. Anche una piccola parola può essere strumentalizzata. I giovani ad esempio oggi non corteggiano più; prima c’era l’emozione di corteggiare una donna, di prendere anche il cosiddetto “palo” e magari sotto certi aspetti ti formava anche. Oggi purtroppo questo non c’è più»
Nelle note di regia immagini un confronto tra Darwin e Mosè. Come nasce questa scelta narrativa e quale funzione ha all’interno dello spettacolo?
«Parto dal fatto che io sono una persona credente. Ho studiato certe cose. Ti dico che vengo da un passato agnostico dove alcune cose non mi erano chiare, ma non mi sono mai lasciato contaminare dalle idee altrui e ho iniziato a documentarmi personalmente. Non amo molto la scienza, non credo che la scienza possa avere tutte le risposte e quando non ci sono le risposte devi per forza credere, vista la perfezione della vita, dell’essere umano, del mondo che ci circonda, siamo talmente perfetti che non posso pensare che la vita sia nata dal Big Bang».
Il teatro resta un luogo privilegiato di confronto con il pubblico. In un’epoca dominata dai social e dai contenuti veloci, cosa rende ancora speciale l’esperienza dal vivo?
«Vorrei precisare una cosa: io ho avuto una seconda vita artistica. Sono stato fagocitato da altre cose dove però in parte ho sbagliato io a dare credito ad alcune persone negli anni passati, quindi ero quasi scomparso sotto un certo aspetto, e devo dire che è stato proprio il social che mi ha aiutato. Ho usato i social senza snaturarmi, facendo un prodotto che era ed è più o meno simile a quello che facevo in televisione e in teatro, ovviamente con tempi molto più ristretti rispetto alla TV. Però c’è anche l’altra faccia della medaglia: dato che il social ha la porta aperta, purtroppo può entrare chiunque e diciamo che c’è tanto degrado, ma soprattutto c’è degrado in quelli che seguono determinati personaggi. Non mi spaventa il personaggio trash in sé, ma mi spaventa il numero esagerato di persone che segue questo personaggio. Questo significa che l’intelligenza media – ahimé – si è abbassata negli anni, non si legge più, non c’è nemmeno più comunicazione. Oggi i giovani non interagiscono più tra di loro, lo fanno attraverso “’na mattunell”, io così chiamo il telefonino “na mattunell” e questo diventa pericoloso, anche perché non viene messa più in moto la mente»
Dopo “Politicamente costretto”, ci sono già nuovi progetti o sogni artistici che vuoi condividere con il tuo pubblico?
«L’anno prossimo riprenderò una commedia che ho portato l’anno scorso “Non tutti i mali vengono per nuocere”, anche fuori regione. Farò doppia coppia tutto il periodo di Natale al Teatro Troisi e poi porterò questo sia al teatro Cilea che al teatro Totò a fine stagione, poi c’è anche una parentesi a fine aprile, inizio maggio, dove per due settimane promuoveremo un progetto con Paolo Caiazzo dal titolo “Chiacchiere e distintivo” che tra l’altro è una sitcom trasmessa tanti anni fa a canale 34, tramutata in “Fatti Unici” in Rai: lo porteremo al Teatro Augusteo. Per l’anno che verrà ho in mente un’iniziativa importante con un personaggio molto grosso che però adesso non voglio spoilerare»
Grazie del tuo tempo, Ciro.
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