Ecco la terza puntata del racconto di Francesco Divenuto, “Il nuovo parroco”. Si chiama Don Paolo: arriva alla stazione , dopo un viaggio di molte ore. Per lui è un ritorno in luoghi di tempi lontani. Ma quando si insedia nella comunità si accorge che qualcosa non quadra…
TERZA E ULTIMA PUNTATA
Don Paolo si sente assalito da uno strano disagio; ha la sensazione che qualcosa gli sfugga. Ma, prima di giudicare, pensa, sarà meglio aspettare questa sera.
–  Ho sentito che anche voi questa sera farete il grande passo.
– Ah! Vincenzo, buongiorno. Non capisco, in che senso.
– Non andate all’Associazione?
– Sì, il parroco ha insistito, dice che è importante, che ci vanno tutti.
-Io, veramente no, solo qualche volta; comunque non vi voglio impressionare, voi siete giovane  e certo sarete capace di guardare bene le cose come stanno.
–  Ma perché voi non venite? 
– No, no; ora non lo so; però può darsi che all’ultimo momento, sapete se mia moglie insiste e allora…comunque buona giornata don Paolo.
Don Paolo ha notato che l’uomo è reticente. C’è, forse, il desiderio di dire più di quello che il suo ruolo gli consente?  
Gli interrogativi ai quali non sa rispondere sono tanti. Forse ha ragione il vecchio parroco: andare all’Associazione può essere necessario ed anche utile al suo futuro compito. Il disagio che sente non gli da tregua; non riesce a pensare serenamente ma non vuole offendere il vecchio parroco.
– Allora, andiamo?
Quando, la sera, il parroco, uscendo dalla sagrestia, lo invita le sue difese cedono ma è solo un momento…
– No, semmai sarà per un’altra volta, ho promesso a Ernestina che andavo a trovarla; non sta bene e si vuole confessare.
Il parroco lo guarda.
Sì, avete ragione; forse è meglio così risponde poco convinto ma non trova le parole per esprimere il suo rammarico e per manifestare il suo pensiero.
Dopo poco Vincenzo, entrando in chiesa, lo trova seduto a pregare.
– Voi, siete già qua? Avete fatto presto don Paolo?
– No, non sono andato. Vincenzo ditemi: che cos’è questa festa di cui ha parlato il parroco, è importante?
Prima di rispondere l’uomo lo guarda pensieroso.
– È la festa della nostra patrona. I festeggiamenti durano molti giorni. Tutti l’aspettano con ansia.
Don Paolo tace ma guarda l’uomo con sguardo indagatore.
– Ho capito; il parroco che cosa vi ha detto del Circolo?
– L’Associazione, volete dire?
. Già, ora si chiama Associazione mi ero dimenticato; da quando l’hanno riaperto…
– Come riaperto, che significa?    
– Don Paolo, che vi devo dire; io mi faccio i fatti miei. Ora fatemi andare, devo ancora pulire in chiesa.
– Un momento, Vincenzo; io sarò il vostro nuovo parroco e certe cose le devo sapere.
– Ascoltatemi però per carità non dite al parroco che vi ho detto qualcosa. Qualche anno fa il Circolo fu chiuso perché si giocava ma di brutto; padri di famiglia si sono rovinati. Eh! Una volta ci fu pure un fatto di sangue. Un poveretto, al quale avevano tolto tutto, una sera andò e minacciando di fare una strage; ma era un poveraccio e alla fine si uccise li, davanti a tutti. Allora don Carmine, sì mio cognato, con le sue amicizie mise tutto a tacere e si parlò di un incidente. E da allora tutti gli sono riconoscenti, è diventato un’autorità. Dopo qualche tempo, con l’aiuto del parroco è riuscito pure a far riaprire il Circolo…
Scusate, che cosa c’entra il parroco?
– Sì perché ora è diventato Associazione cattolica intitolata alla Madonna delle catene, la nostra patrona.
– Scusate però Vincenzo, io continuo a non capire… dice la processione.
– Ma allora voi non sapete proprio niente. Ora vi spiego. Come vi ho detto la festa dura molti giorni; ogni sera c’è un’orchestra con i cantanti, vengono pure artisti importanti, sapete…
– Sì, sì va bene ma cosa c’entra tutto questo con vostro cognato.
– Ah! perché? Il parroco che vi ha detto?
– Ora non ricordo bene ma, sì ha detto che dovevano parlare della processione.
Certo, bisogna stabilire il percorso, no scusate; sapete qui in paese ogni famiglia vuole che i propri figli stanno davanti alla statua e non dietro, avete capito? Sapete, piccole gelosie e allora ci vuole qualcuno che mette pace.
– Cioè vostro cognato. Ma voi, prima, avete detto il percorso, che significa?
– Ah! così ho detto? E mi sarò sbagliato. Ma voi non mi credete, è vero? Va bene. Ora vi spiego tutto; che mi fate dire; ma, per l’amor di Dio, non dite che ve l’ho detto io. Allora, quando esce dalla chiesa, il primo giorno della festa, la processione va lungo il corso principale poi quando arriva nella piazzetta, sapete, più avanti, può andare o a destra o a sinistra.
– E allora? Dove sta il problema?
– Già, voi la fate facile. Se la statua va a destra, passa sotto il balcone di don Filippo, a sinistra, invece, passa sotto la casa di don Cesare. Sapete quelli addobbano i balconi con fiori, luci e ci tengono; è questione di onore.
– Ma perché la processione non può passare in tutte e due le strade?
– Sì, e così succede, però, quando rientrano i portantini e i musicisti sono stanchi e, sapete, vanno di fretta, che vi devo dire, arronzano un poco; allora, una volta, chi offriva di più, aveva la precedenza e aveva diritto all’andata. Però la cosa non poteva durare e sono corse pure mazzate; allora mio cognato ogni anno stabilisce lui l’ordine dei ragazzini, delle bandiere e poi anche delle strade per dove deve passare la processione. Nessuno sa, in anticipo, il percorso. Lo decide lui, ogni anno; aspetta alla piazzetta e quando arriva la processione dice per dove deve girare.
– Scusate ma questi signori che avete nominati chi sono? Perché tutto questo problema?
– Come siete ingenuo. Quelli sono importanti, non come mio cognato, però pure loro, sapete, hanno i loro affari e poi se si deve risolvere una questione, oppure non so, anche riparare qualcosa in chiesa sono sempre pronti. Come si dice, sono benefattori e ci tengono a comparire. Così viviamo tutti tranquilli; lo so, forse non è giusto però, figlio mio, che ci volete fare.
Don Paolo resta in silenzio. Le parole del Vescovo e la reticenza dell’anziano parroco gli sembrano un suggerimento, per la verità più da parte del parroco, a non cambiare l’equilibrio di una consuetudine che di religioso ha molto poco. Un vero commercio; chiedere una protezione alla Madonna, in rapporto alle offerte e da questo trarre prestigio agli occhi dei cittadini. Come si può ammettere quest’uso della religione? Tanta povera gente è costretta a vivere all’ombra di queste famiglie nella speranza di ottenere qualche favore; favori al posto di diritti. Come si può tollerare tutto questo? E perché la chiesa deve diventare complice? E perché il Vescovo ha mandato proprio lui? Che cosa pensa che possa fare? Ma non sa darsi una risposta.
Il giorno dopo, e ancora quelli che mancano per la festa, tutto continua come prima anche se don Paolo ha l’impressione che il parroco cerchi di sfuggirgli; ma forse è solo un suo sospetto; certo non ha più fatto cenno alla processione. Anche lo sguardo del povero Vincenzo è più eloquente delle sue parole, poche in verità ma non perde occasione per accostarsi a lui; quasi, un tentativo, di dimostrare da quale parte sta.
Nei giorni che precedono la festa, si fanno le prove per la processione rispettando le direttive del parroco al quale, don Carmine si è preoccupato di far arrivare precise disposizioni. Occorre stabilire l’ordine con il quale sfilano prima i bambini, poi le donne, gli uomini con le bandiere e gli stendardi. La banda è disposta davanti alla statua. La parte più delicata, quella che deve, assolutamente, rispettare un preciso criterio gerarchico, riguarda proprio il ruolo, che nel devono occupare le FAMIGLIE. Guardando su un foglietto, il parroco fissa le posizioni lasciando un vuoto che poi sarà occupato da, e qui aggiunge ad alta voce perché sia chiaro a tutti, il nome della famiglia.
Vincenzo gli ha spiegato che l’ordine riguarda solo il capo famiglia; le mogli e le figlie, tutte con l’abito nero e capo coperto, formeranno un loro gruppo al quale spetta il compito di stabilire l’ordine delle preghiere nonché decidere quando iniziare i canti accompagnati dalla banda. Ai figli maschi delle FAMIGLIE, una volta raggiunta la maggiore età, spetta l’onore di trasportare la statua della Madonna; è una cerimonia importante che sancisce il loro ufficiale ingresso nella società che conta.
Don Paolo ha l’impressione di rivivere un’epoca che credeva ormai lontana.
Per interi pomeriggi il giovane religioso assiste alle prove fra risate dei bambini e severe sgridate del parroco che gli ha chiesto di assistere perché deve imparare, così ha detto, come la cerimonia si deve svolgere. L’anziano prete ha ritrovato la sicurezza del suo ruolo; percorre, avanti e indietro, la lunga fila disponendo i gruppi, correggendo allineamenti, sistemando tonache e spostando stendardi facendo in modo che nessuno resti coperto. L’ultimo giorno, quando tutti hanno memorizzato il posto che devono occupare nella lunga processione, il parroco gli rivolge la parola.
– Don Paolo, ogni anno, io mi metto sulla porta della chiesa e quando Vincenzo mi avverte che la strada è sgombra do inizio alla processione che guido io stesso. Quest’anno, però, vorrei che foste voi a guidare il corteo; sapete, gli anni cominciano a pesare; vorrà dire che aspetterò in chiesa e darò il segnale, al vostro rientro, in modo che l’organo può iniziare a suonare.
Questo coinvolgimento lascia don Paolo interdetto. Forse, pensa, vuole dimostrare che lui, il giovane religioso è, per così dire, pronto a sostituirlo, in tutto e per tutto.
Ma, vuol credere che sia solo un suo cattivo pensiero del quale si vergogna.         
Oggi è domenica pomeriggio; le funzioni sacre sono finite; tutti si alzano e qualcuno spalanca le porte della chiesa. Ognuno prende posto; i giovani alzano la statua e, dopo uno squillo di tromba, la processione può cominciare.
All’ingresso della chiesa don Paolo, fermo, aspetta che Vincenzo gli dica di partire. Sui due lati del Corso, la folla arretra per lasciare libero il passaggio. Don Paolo fa un passo, poi si ferma incurante dei gesti di Vincenzo il quale gli si avvicina correndo.
– Don Paolo, la via è libera, potete cominciare.
– Vincenzo, senti, dimmi una cosa: se giriamo dall’altro lato dove andiamo?
I due uomini si guardano per un momento con un sorriso d’intesa; quell’uomo al quale ora parla con il tu non ha bisogno di spiegazioni; la loro comune battaglia fra il coraggio e la paura dura poco e la domanda del religioso resta senza risposta mentre Vincenzo, al centro della strada, indica ai bambini, che aprono il corteo, di girare a destra.
Dopo pochi minuti di confusione, durante i quali non tutti si sono resi conto di che cosa stia avvenendo, la processione si incammina per una strada buia, non prevista nel programma.
– Dove andate? dove andate? Da questa parte, tornate indietro.
Le parole, gridate dal parroco, restano coperte dal suono della banda. E il tentativo di fermare il corteo, fallisce; nella strada stretta, infatti, la folla che avanza, non permette nessuna manovra. Dai balconi di povere case, intanto, si affacciano visi increduli; donne con i bambini in braccio piangono pregando ad alta voce. Una periferia, dove don Paolo ha l’impressione che la Chiesa non sia mai andata, nemmeno per un funerale, accoglie la processione che avanza. Ai lati della strada molti si segnano e battono le mani con negli occhi un segno di felicità. Allora, pensano, anche loro esistono se la processione passa fra quelle povere case. La Madonna sta li, li guarda, comprende le loro disperazioni.
Infine qualcuno è riuscito a raggiungere la testa del corteo e un ordine corre preciso; a ogni stradina che incontrano molti si allontanano. Anche le donne, presi i bambini per mano, tornano indietro.
Prima che la periferia sia terminata la folla di fedeli si è assottigliata; anche molti della banda sono andati via. Dopo un’ultima sosta, nel corteo restano soltanto persone anziane che forse non si sono accorte di nulla. Don Paolo comprende che la sua processione è terminata; ora la Madonna può rientrare. 
Poco dopo, quando arrivano sulla piazza, capannelli di persone, ancora incredule, commentano guardando il misero gruppo che rientra; nessuno si avvicina. Nel silenzio della sera anche i giovani, abbandonata la statua, si allontanano ma qualcuno, prima di andar via, guarda don Paolo con nello sguardo domande inespresse. La situazione non è facile, pensa il giovane prete. Ci vorrà tempo, certo, ma lui ha fede e volontà.
La porta della chiesa è chiusa e nessuno apre ai suoi ripetuti colpi. Vincenzo gli si avvicina sorridendo. Forse, pensa don Paolo, ha trovato il coraggio che non credeva di avere, quel sentimento che ti spinge ad andare oltre senza pensare alle conseguenze.
– Mi dispiace, don Paolo, ma io non ho le chiavi e quello il parroco non sente; dobbiamo aspettare domani mattina.
Va bene Vincenzo, ma tu vai a casa, aspetto io.
– Vi faccio compagnia?
– Grazie Vincenzo, ti ringrazio ma penso che ti sei già esposto troppo, non voglio metterti nei guai.
– E che guai, no, io ho solo eseguito quello che avete detto voi, don Paolo, conclude ma con una nota allegra nella voce.
I due si guardano e si sorridono; la loro scelta non ha bisogno di conferme.
– Non vi preoccupate don Paolo, io sono vecchio e che mi può succedere mai. La vita è come un calendario: ci sono i mesi corti e quelli lunghi, i giorni pari e quelli dispari.
Il giovane religioso guarda con ammirazione quest’uomo che forse, pensa, aveva giudicato troppo in fretta. Certo aspettava la possibilità di un riscatto, un’occasione per riprendersi la sua volontà oltre alla sua dignità; e come lui chissà quanti nel paese.
I due uomini, seduti per terra, restano in silenzio. Il bar ha chiuso e la piazza si è svuotata; solo qualche cane randagio passa lontano. Una pioggia, prima leggera poi più insistente, comincia a cadere. Ma di ripararsi non c’è nessuna possibilità.
– Vincenzo, vai a casa, vedi come piove, tutta quest’acqua ti farà male, ascoltami.
– Don Paolo, se la Madonna si bagna, mi posso bagnare anch’io.
Ma non è la stessa cosa. Quando la mattina dopo, presto, dall’interno qualcuno apre la chiesa, il parroco è li sull’uscio.
– Che cosa vi credete di aver fatto e pure tu Vincenzo mi meraviglio di te; ma il povero uomo non ha la forza di ribattere; trema dal freddo.
– Vincenzo, vieni, ti accompagno a casa gli dice don Paolo e reggendolo s’incammina senza degnare di uno sguardo il vecchio sacerdote.
L’uomo deve essere ricoverato in Ospedale dove resterà molto tempo per curare una brutta broncopolmonite. Nei bar del paese, intanto, tutti commentano l’accaduto; come sempre accade, si formano i partiti. Ognuno esprime la sua opinione e non sono poche le persone che, vedendo passare don Paolo, gli corrono incontro per salutarlo; di sicuro molti aspettavano che qualcosa cambiasse. Il coraggio del giovane comincia a pagare. L’accaduto ha fatto scalpore. Anche i principali quotidiani e la televisione riprendono la notizia che ha dell’incredibile per il modo di vivere di questi paesi. L’episodio non è più un fatto di cronaca ma rompe un costume secolare; la stampa parla di un vero riscatto della popolazione. Nessuno può dire di non sapere. Non è più tempo di PRUDENZA.
Dopo qualche giorno, una mattina, dalla città arriverà una macchina, inviata dal Vescovo, per prelevare il vecchio sacerdote.    
(3.fine)

SECONDA PUNTATA
La messa dura meno del necessario; anche Vincenzo risponde distrattamente. Almeno così gli sembra ma forse è lui che insegue passati ricordi perdendo la cognizione del tempo. Prima di andar via le due vecchine gli si avvicinano e restando ferme, lo guardano; solo la timidezza impedisce loro di chiedere chi è.
– È don Paolo, poi vi spiego, ora andate, dice il parroco andando verso la sagrestia. Le due donne salutano, insoddisfatte; anche Vincenzo, come la sera prima, gira intorno dando l’impressione di non volersi allontanare.
– Avete già fatto colazione? Chiede il parroco e, senza attendere la risposta si rivolge a Vincenzo.
– Per favore vai al bar e prendi i cornetti, i biscotti sono finiti; poi fai il caffè.
L’uomo si allontana seguito dallo sguardo del vecchio sacerdote.
– Come vi ho detto è un buon uomo, ma è meglio non dire molto davanti a lui. In paese non sai mai quello che hai detto a chi sarà riferito e con quali intenzioni. Niente di grave, però qui la prudenza non è mai troppa, ricordatevelo.
Il parroco parla alternando giudizi, commenti, riflessioni, dando però l’impressione di non poter o meglio di non voler dire tutto. Deve essersi accorto dell’espressione del giovane che lo guarda per cui, conclude rapidamente.
– Comunque qui alcune famiglie decidono le cose da fare. Gente risoluta, quello che decidono si fa; a fin di bene, si capisce. Qui la politica è fatta in maniera semplice, fra amici, non come, da voi, in città, dove prima di prendere una decisione, passa sempre troppo tempo ed i problemi non si risolvono mai.
– Vede don Paolo, riprende il parroco guardando il giovane che resta muto, capisco le sue perplessità ma si ricordi che la Chiesa è come una grande famiglia e come una famiglia ha i pregi, quando ci sono, ma anche i difetti e quelli di certo non mancano mai. Brava gente, per carità ma prudenza, ricordatevi, occorre agire con prudenza.
Don Paolo continua a non capire; e l’affannarsi del parroco a dire e non dire non gli sembra un buon segno. Anche il disinvolto uso del voi e del lei denuncia una certa reticenza.
Ah Vincenzo, vieni, vieni, fa freddo fuori? E senza attendere risposta si siede alla scrivania.
– Venga, don Paolo, i cornetti sono caldi; ah! bravo vedo che hai preso anche il latte, ti sei ricordato che era finito. Mo’ lo riscaldi.
– Eh padre, voi lo sapete, quella Titina s’è fatta vecchia; devo stare io attento a tutto, che volete fare, ci vuole pazienza.
– Titina è una povera donna che viene a fare qualche servizio. Ma adesso che vado via pure lei se ne va. Le abbiamo trovato una sistemazione; è stato don Carmine, subito ha risolto il problema, quello è capace, sa, è vero Vincenzo? Sì don Carmine è il cognato di Vincenzo.
– E voi qualunque cosa vi serve, interviene Vincenzo, lo dite a me e io lo dico a lui. Ecco, prendete il caffè, ora vi porto anche il latte. 
Mentre si appresta a mangiare “Prudenza”, pensa don Paolo, ancora questa parola, la stessa con la quale lo aveva salutato il Vescovo; e intanto una strana sensazione si impadronisce di lui; c’è qualcosa che non gli è chiara.
– Vincenzo, prima di andar via, sull’altare ci sono ancora i fiori secchi. Questa mattina il cattivo odore era forte.
– Sì, non vi preoccupate, mo’ li butto però i fiori nuovi ancora non li hanno portati. Semmai torno più tardi. Buongiorno.
I due religiosi seguono con lo sguardo l’uomo che si allontana.
– Vincenzo, lui è un buon uomo ma è vittima della moglie; quella è terribile e poi il fratello, don Carmine, per carità di Dio, meglio tenerselo buono, ci vuole prudenza, sapete. Ora tutto il paese, da quando lui è ritornato, vive tranquillo.
-Ma perché prima, dove stava?
– E che vi devo dire. Dove stava? Ah già voi siete nuovo del paese e certe cose non le potete sapere.
-Veramente io sono nato e cresciuto qui ma ora è da molti anni che sto in città, prima il Seminario e poi…perciò il Vescovo, ora che voi andate via, ha pensato a me.
Il vecchio parroco, evidentemente, non ha gradito le parole di don Paolo. L’amaro del suo pensiero è nella sua risposta.
-Già; vado via! Hanno deciso così; io per la verità queste nuove regole non le capisco. Mi ricordo che il Parroco che stava prima è rimasto tutta la vita, quasi quasi moriva sull’altare. E comunque devo ubbidire e io ubbidisco; anche nella Chiesa è arrivata questa frenesia del nuovo, largo ai giovani.
Don Paolo non conosce l’arte della diplomazia ma è sinceramente rammaricato.
– Mi dispiace ma non c’è fretta, anzi, volevo chiedervi di restare ancora un po’ di tempo per farmi capire bene tante cose. Sono molti anni che manco dal paese; mi stavate dicendo di don Carmine, che è stato fuori, lavorava all’estero?
Il vecchio parroco guarda Paolo e tace. Vorrebbe che queste cose le scoprisse da solo ma si rende conto che rimandare è inutile.  
– Don Paolo, ascoltatemi, nessuno sa la verità; qui, in paese, ci sono due versioni e anche la polizia, alla fine, si è arresa.
– Dovete sapere che molti anni fa, una mattina, una contadina trovò il cadavere di un uomo nel suo campo. Benché fosse morto da parecchio, fu riconosciuto come il corpo di don Alfonso, scomparso dal paese, da molti mesi. L’autopsia confermò che si era trattato di omicidio anche se alcuni periti non esclusero che potesse anche essere stato un incidente. Ognuno fece propria la versione che preferiva e poiché molti odiavano don Alfonso la versione dell’omicidio trovò ascolto.
Naturalmente occorreva trovare l’assassino. Per il movente tutti indicarono lo stesso: gelosia, cambiava solo l’oggetto, per così dire, di questa gelosia. Sì perché questo Alfonso era un prepotente e, pur avendo moglie, non lasciava in pace nessuna ragazza del paese. Tutti sapevano e tutti tacevano per paura, certo, ma anche per convenienza perché lui con i soldi metteva tutto a tacere. Fino al giorno in cui non mise gli occhi sulla moglie di don Carmine; allora, in paese, fu una guerra continua; insomma perdemmo la pace.
– Ma voi la chiamate pace? Ma come potevate tacere?
– E mio caro figliolo, ci vuole prudenza.
– Ancora sento dire prudenza ma nostro Signore quando entrò nel Tempio non ebbe prudenza, e seppe cosa fare.
– Già, voi giovani uscite dai Seminari freschi di studi ma la realtà è un’altra cosa. Sapeste quante volte, inginocchiato davanti al crocifisso, ho chiesto implorando: “Dimmi che cosa devo fare?” Ma non ho mai avuto risposta. Qui, alla fine, l’unico modo per stare in pace è sempre quello: prudenza.
Ma ritorniamo all’accaduto. Don Carmine si allontanò dal paese avvalorando, implicitamente, una sua responsabilità. Ma i carabinieri volevano il colpevole a tutti i costi e quelli che, per i loro traffici, volevano che la benemerita si allontanasse dal paese, convinsero don Carmine a costituirsi. Qui accade spesso: uno si sacrifica ma gli altri pensano alla sua famiglia. I testimoni a favore di Carmine non mancarono e anche la moglie di Alfonso fu convinta a deporre, per quello che valeva, contro il marito. In realtà qualcuno dice che sia stata proprio lei a ucciderlo perché gelosa o perché, dicono pure, innamorata di Carmine. Una brutta storia; comunque don Carmine, fra revisione del processo, buona condotta, e qualche sconto di pena, l’anno scorso è ritornato in paese e ora vive proprio con la vedova di Alfonso.
– Ma non avete detto che Carmine era sposato?
– Sì ma dopo il processo la moglie preferì andar via dal paese; dicono che si è trasferita presso certi parenti, in America, e non si è saputo più niente.
– E ora voi dite che questo don Carmine è il padrone del paese; ma, scusate, come è possibile sopportare tutto questo?
– È possibile, è possibile.  Questa è la realtà; vi abituerete anche voi. Vivete un po’ di tempo qui e poi molte cose vi risulteranno chiare. Qui la pace ha un prezzo molto alto; le condizioni economiche sono misere; i giovani vogliono andar via e don Carmine aiuta, ottiene una raccomandazione da qualche politico amico. Le autorità controllano ma senza troppa convinzione poiché da questa situazione hanno tratto i loro vantaggi non pochi politici della zona. Quando ci sono le elezioni tutto viene deciso prima. Lo so, non dovrebbe essere così ma questi nostri poveri paesi sono stati abbandonati dallo Stato, e non da adesso. A chi lo racconti? E chi ti ascolta? Però non vi fate una cattiva idea; anzi se venerdì mi accompagnate all’Associazione, conoscerete molte persone e potrete vedere voi stesso.
Don Paolo resta senza parole; non vede che cosa ancora può aggiungere. Se questa è la verità, e non ha motivo per dubitare, la sua missione sarà dura. Non capisce perché il Vescovo non gli abbia parlato di questa situazione; certo avrà preferito che fosse lui stesso a vivere, di persona, le difficoltà; ed allora anche l’allontanamento del vecchio parroco ha un significato preciso. 
Don Paolo trascorre i pochi giorni, fino al venerdì, frequentando le funzioni religiose dove, spesso, si ritrova solo con Vincenzo, Titina e qualche altra povera vecchia del paese. Piuttosto è preoccupato dall’incontro con le FAMIGLIE, come dice il vecchio parroco, calcando la voce. Sarebbe stata una prova difficile? Ma se avesse agito con PRUDENZA, come consigliano tutti, pensa per poi, subito dopo, chiedersi se non stia già dimenticando il suo compito.
Il venerdì mattina, dopo la messa, seguita, come sempre, dai pochi fedeli, e dopo la colazione, consumata in sacrestia, il parroco chiede a don Paolo di fermarsi ancora per parlargli prima di iniziare il giro per gli anziani ammalati come ha iniziato a fare già da qualche giorno.
Mentre bevono un caffè l’anziano prelato lo guarda ammiccando verso Vincenzo al quale, poco dopo, chiede una commissione con l’evidente intenzione di allontanarlo.
– Ora vi posso parlare più liberamente. Dunque, don Paolo, ascoltatemi: questa sera andiamo all’Associazione; tutti vorranno sapere chi siete, da dove venite e qual è il vostro compito. Cercate di essere gentile con tutti senza, però, esporvi troppo.
– Ma, sinceramente, io…
– Non mi interrompete, per favore. Non ho motivo di dubitare di voi ma sapete, a volte, i giovani sono impazienti; don Carmine vorrà sapere della vostra famiglia e quando saprà che siete nato qui, vi chiederà dei vostri amici, con chi vi vedete, chi frequentate; voi rispondete ma senza mai prolungarvi troppo; ecco, frasi brevi; questa è gente sospettosa. Non vorrei che pensassero alla vostra venuta come a un’azione combinata fra il Vescovo e, semmai, qualche funzionario della Questura troppo zelante. Sapete temono sempre che qualcuno venga in paese per spiare, capire i loro traffici. Sono fatti così, sono sospettosi. Voi, però, non vi preoccupate, io sto vicino a voi e, se è il caso, intervengo.
– Ma, scusate, sembra quasi che io debba subire un processo; sinceramente non capisco tutta questa vostra cautela.
– No, e che cautela, vedrete che poi entrando nelle loro simpatie tutto sarà più facile. Io, badate bene, lo dico nel vostro interesse. Voi, ad esempio, non conoscete ancora le usanze del paese; dovete fare come faccio io. Voi seguite me. Salutare è già un segno di rispetto e quindi, l’ordine con il quale vi rivolgerete ai presenti sarà significativo. Ma forse vi sto spaventando; cercate di non essere imprudente, poi lasciate parlare me.
– Ma non capisco è proprio necessario andare? Se, come dite, bisogna evitare tutto questo, stare attenti a come parlare, può sempre succedere che, in buona fede, uno dica una cosa sbagliata; sì perché, ma forse ho frainteso, sembra un luogo dove tutti controllano tutti. E sinceramente non capisco; ci sarà pure qualcuno che non ha intenzione di sottoporsi a questo rito.
– Don Paolo, questa è una piccola comunità; incontrarsi in un luogo dove tutti si fanno vedere, significa dire “eccomi, non ho nulla da nascondere; mi conoscete. La mia condotta è alla luce del sole, senza misteri”. Ammetto che può sembrare strano; ma poi vedrete voi stesso, con i vostri occhi. Ci vengono molte famiglie, per carità. A volte si può incontrare il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il preside del liceo. Tutta gente per bene, per carità! Anche molti giovani frequentano; sapete le famiglie si conoscono e, a volte, si combina pure qualche matrimonio. Bene, ma ora è inutile continuare; io alle sette dico il rosario e poi ce ne andiamo insieme. Questa volta dobbiamo anche parlare della processione; non manca molto alla festa della Madonna. Arrivederci.
(2.continua)

PRIMA PUNTATA
(27 luglio)

Con la fronte appoggiata al finestrino don Paolo guarda fuori. È in viaggio ormai da molte ore. La monotonia, accentuata dalla pioggia che, incessante, continua senza sosta, sottolinea il tempo che scorre.
Dopo un lungo tunnel il convoglio esce di nuovo all’aperto; nell’aria non c’è alcun sentore del recente temporale. Alla pioggia ed all’aria umida subentra un caldo afoso con un cielo che, tuttavia, resta scuro quasi presagio di possibili, nuovi, improvvisi rovesci.
La cittadina è ancora lontana ma il percorso è tutto nella sua memoria: il treno passerà attraverso una vasta area boschiva e, dopo una larga curva, lontano, apparirà l’ampio golfo.
Quando finalmente il treno entra nella stazione, don Paolo si affretta verso l’uscita pur sapendo che non è atteso da nessuno. Il forte ritardo ha cambiato i suoi piani; dovrà attendere l’ultima corsa della corriera per raggiungere il paese dove è stato inviato dal Vescovo. Da anni la chiesa, secondo le parole del prelato, vive una situazione di grande disagio dovuto allo strapotere di alcune famiglie. Per troppo tempo, aveva aggiunto, erano stati accettati metodi quasi mai legali.
“Stia attento figliolo, le raccomando, agisca con prudenza”. Sorridendo don Paolo pensa alle parole con le quali il Vescovo lo aveva salutato dopo avergli impartito la sua benedizione. Prudenza; ecco, pensava; ma che cosa voleva dire “agire con prudenza”? Da quando era stato nominato segretario particolare il Vescovo gli affidava compiti delicati come quando, ad esempio, occorreva convincere qualche vecchio religioso a ritirarsi.
Alla stazione delle corriere,  ultima fermata, scendono tutti. Ormai è buio e la strada, tutta in salita, è deserta. Quelle strade gli procurano una nostalgia per il tempo trascorso; è passato tanto tempo da quando è andato via.
Uno dei motivi per il quale aveva accettato la richiesta del Vescovo era stato proprio un improvviso desiderio di rivedere quei luoghi.
Quando infine giunge sull’ampio piazzale, il buio ne impedisce la vista completa. Ma lui sa in che direzione guardare per ritrovare memorie della sua vita mai cancellate. Quante partite giocate con gli amici su quel campo polveroso; quante ore trascorse parlando del futuro.
S’intravede l’alto muro del convento delle suore. Aveva saputo che da anni erano andate via; ora tutto è in abbandono.
Un lato lungo della piazza è occupato dal Municipio, preceduto da un portico, e dal mercato coperto costruito dopo la guerra.
Sull’altro lato lungo, un giardino pubblico, con pochi alberi, dove d’estate montava le tende un Luna Park.
In fondo si scorge appena la facciata della chiesa con i pochi elementi romanici, tracce della originaria costruzione. La bella cupola maiolicata è inghiottita dal buio della sera, ormai inoltrata, Di fianco, un monumentale portale immette nella canonica.
Il suono elettrico del campanello, per qualche istante, riempie silenzio della sera seguito dal latrato rabbioso  di un cane che continua ancora per qualche minuto. E poi è di nuovo silenzio.
Don Paolo resta in attesa guardando in alto dove nessuna luce sembra accesa.
Si appresta a bussare di nuovo quando un piccolo uscio dell’ampio portone si apre.
– Chi siete? Che volete?
Un uomo non più giovane apre il battente fermandosi per impedirgli di entrare.
– Buonasera; Sono don Paolo, il nuovo parroco. Scusate, ho fatto tardi forse non mi aspettavate più.
– Ma che dite, non capisco, il parroco ha appena finito di cenare. Che cosa volete? E poi a quest’ora, mi dispiace non posso farvi entrare, aggiunge arretrando.
– Vi prego, sono molto stanco; volete chiedere al vostro parroco, per favore?
L’uomo guarda il religioso per qualche istante.
– Entrate, poi dice, e avanza seguito da don Paolo.
– Aspettate qui, continua con un severo sguardo e sale l’ampio scalone.
Rimasto solo, don Paolo guarda quello spazio, teatro di molte sue giornate. Nell’angolo la cappella di San Tarcisio dove, di pomeriggio, seguiva il catechismo insieme a molti ragazzi e dove aveva ricevuto la prima comunione. Ripensa a quegli anni e  ai tanti amici che si erano persi. Molti avevano preferito andar via e qualcuno, ricorda con amarezza, aveva bruciato la sua vita nella speranza di un avvenire migliore.
– Salite.
Dall’alto della gradinata, sul pianerottolo, l’uomo aspetta fermo sull’uscio.
– Venite, dice, scostandosi dalla porta.
Avanzando, don Paolo ricorda quante volte aveva assistito a cerimonie in quel salone. Dietro un tavolo, ancora apparecchiato, il vecchio religioso lo saluta.
– Benvenuto, don Paolo; non vi aspettavamo più a quest’ora. È già buio.
– Sì, mi dispiace, contavo di arrivare prima ma il treno ha fatto ritardo ed ho preso l’ultima corriera.
– Sedetevi, sarete stanco. Avete già cenato? Volete qualcosa da bere?
 – No, grazie, sto bene così.
Ma il vecchio parroco, evidentemente, vuole solo un compagno per continuare a bere.
– Vincenzo, porta un bicchiere pulito per don Paolo. 
I due religiosi si guardano in silenzio aspettando l’uomo che ritorna dopo poco. Il religioso riempie il bicchiere del giovane con un gesto lento prima di riempire il suo.
–  Don Paolo ho già detto al Vescovo che vi avrei aiutato per qualche giorno prima di allontanarmi. Voglio spiegarvi come vanno le cose in questo paese. I problemi sono tanti, la miseria è aumentata e molti giovani sono andati via. Questo ormai è un paese di vecchi. La mattina, in chiesa, viene sempre meno gente. Con il freddo poi; qualche giorno, alla prima messa, siamo solo io e Vincenzo; poi, rivolto all’uomo rimasto in piedi vicino al tavolo.
– Per favore, dice, assicurati di aver chiuso bene e poi puoi andare.
L’uomo rimane un attimo fermo; non gli piace essere allontanato; si sente estromesso dal parroco verso il quale nutre un sincero affetto. Inoltre non è tranquillo, vuole capire quale sarà la sua sorte. Salutando il vecchio religioso e rivolgendo appena un cenno al nuovo venuto, si allontana accostando la porta.
– È un buon uomo, dice il parroco alzando la voce; evidentemente ha messo in conto che Vincenzo è rimasto in ascolto.
– È qui in parrocchia da tanto tempo, mi è affezionato ed io sono preoccupato per lui, conclude guardando don Paolo.
– Non c’è problema; Vincenzo può restare, risponde don Paolo girando la testa verso la porta. Anche lui ha capito che l’uomo è in ascolto.
– Per quanto riguarda l’amministrazione, non c’è fretta; ne parliamo i prossimi giorni. Faccia bene le sue cose ed intanto mi spiegherà tutto quello che è opportuno sapere. Ora, però, vorrei ritirarmi, sono stanco e vorrei riposare; possiamo continuare, se non le dispiace, domani?
– Certo, ha ragione; Vincenzo? Chiama; l’uomo appare subito senza meraviglia da parte dei due religiosi che si guardano sorridendo.
– Ah! ecco, sei ancora qui; allora Vincenzo, per favore, accompagna don Paolo nella sua stanza. Buona notte e se non è stanco, la prima messa è alle sei.
– Buona notte.
Don Paolo segue Vincenzo il quale, giunto quasi in fondo ad un lungo corridoio, apre una porta e avanza nella camera.
– Grazie, Vincenzo. Ci vediamo domani mattina.
– Siete sicuro di ritrovare la strada? chiede l’uomo.
Non credo sia difficile; comunque grazie, buonanotte.
L’uomo, però, resta fermo guardandosi intorno.
– Credo che c’è tutto, se però avete bisogno di qualcosa, domani me lo dite. Ah! Dimenticavo. Il bagno è subito qui fuori. Non vi potete sbagliare; è l’unica porta dopo questa. Non è nella stanza, sapete, questi sono palazzi antichi. Il riscaldamento non funziona; stiamo aspettando il tecnico che deve aggiustare la caldaia. Doveva venire in questi giorni ed invece ancora non è venuto; l’ho pure detto al parroco di telefonare; lui dice che l’ha fatto ma, sapete, s’è fatto vecchio; dice una cosa e ne fa un’altra e poi si dimentica quello che ha detto.
L’uomo parla ma è evidente che quello che vorrebbe dire è altro.
– Pure voi, continua, dovete avere pazienza; se qualche cosa non la capite, chiedete a me. Faccio tutto io qua, aggiunge per meglio sottolineare il suo ruolo.
– Se non fosse per me, quello, il parroco, si dimenticherebbe pure di mangiare. Avete detto che siete il nuovo parroco?
-Parleremo di tutto domani; ma non dovete preoccuparvi; per voi non ci saranno problemi.
Ora Vincenzo guarda il giovane con un’aria meno tesa.
– Ah! Bene, Parliamo meglio domani, voi dite, avete ragione. Allora buona notte don Paolo, dice uscendo dalla camera.
La stanza sembra pulita. Sulle pareti, a parte un grande crocifisso, non c’è altro. Anche l’arredamento è piuttosto scarso: oltre al letto, un piccolo armadio, una scrivania con la sedia, l’unica, ed un inginocchiatoio ricoperto da un cuscino forse di velluto. Un bacile, poggiato su un treppiede, lo lascia piuttosto perplesso; spera che sia solo il retaggio di un passato ormai lontano. Nel bagno, dove si reca subito dopo, infatti, ad un rapido sguardo, gli sembra che non manchi nessuno degli igienici. Farebbe con piacere una doccia, ma la stanchezza ed il freddo gli suggeriscono una pulizia molto sommaria; la giornata è stata lunga e non priva di emozioni.
Anche l’accoglienza del parroco lo ha lasciato insoddisfatto. Gli è sembrato formale ai limiti di un palese fastidio. Può capire la contrarietà del religioso; certo l’età consiglia riposo ma ha sempre sospettato che nella decisione del Vescovo ci fosse qualcosa di non detto. Domani, certo, rivedrà tutto con altri occhi. Seduto sul letto tasta il materasso; ora vuole solo dormire ed il freddo della camera comincia a sentirsi.
Prima di chiudere la finestra, che Vincenzo ha aperto entrando, guarda fuori nella notte. Nei campi poche luci e una leggera foschia che nasconde i monti lontani. Qualche cane abbaia ad un’auto che, in fretta, percorre la strada giù nella valle. Solo qualche grillo ed un leggero fruscio delle foglie rompono, di tanto in tanto, il silenzio. Respira ritrovando gli odori della sua infanzia, che non ha mai dimenticato.
Recita le preghiere che non riesce a completare; un torpore s’insinua nelle membra e, in breve, si addormenta.
La luce dell’alba, filtrando dai vetri, lo sveglia in tempo per poter giungere in canonica prima che il parroco inizi la messa del mattino. Vincenzo lo saluta senza guardarlo e continuando a vestire il vecchio religioso che si è girato rispondendo al suo saluto. In chiesa, solo due donne sono sedute nei primi banchi. Don Paolo si guarda intorno; cerca ricordi di un tempo.
Quanti pensieri gli affollano la mente, quanti giorni trascorsi in quella chiesa. Seduto su quei banchi, gli tornano alla mente i tempi lontani quando, turbato, aveva avvertito i primi pensieri di una vita diversa. Rivive i pomeriggi trascorsi per il catechismo quando il caldo delle giornate, più che il desiderio di quelle lezioni, teneva i ragazzi fermi su quelle panche nella fresca penombra  mentre qualcuno provava all’organo le musiche per la domenica.
(1.continua)
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Foto di Gerd Altamann da Pixabay 
L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”.

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