TERZA E ULTIMA PARTE
Le piccole fessure delle imposte lasciano filtrare le prime luci dell’alba
. All’oscurità della notte, che la reclusione ha reso ancora più buia, seguono questi primi spiragli difficili da definire se di liberazione, di rassegnazione o di speranza. Diviene istintivo affrettarsi e correre verso l’unico spazio ancora senza vincoli: il terrazzo. Gli atomi dei nostri occhi cercano istintivamente quelli delle stelle, antichi compagni di viaggio, con i quali hanno condiviso l’inizio di ogni inizio.
Per tutta la notte, la loro luce, partita anni prima, ha punteggiato la volta celeste ed è arrivata sulla Terra. Guardando in alto, la relazione con lo spazio e il tempo percorre sentieri inimmaginabili. L’energia luminosa della stella più vicina impiega più di quattro anni per arrivare fino a noi, ma i raggi di quelle più lontane, provenienti da altre galassie, sono partiti quando sulla Terra dominavano ancora i dinosauri[1].
Probabilmente molti di quegli astri da tempo avranno interrotto di inviare il flusso di energia negli spazi siderali e non esistono più come tali; la nostra stella, il sole [2], che è a soli otto minuti, è come se fosse in casa. Queste luminescenze, che vengono da lontano, si dissolvono quando a oriente appaiono i primi chiarori e fanno emergere nel silenzio delle logge dei balconi e delle terrazze le tracce degli abitanti che ancora dormono.
Pochi attimi e una colorazione purpurea spunta in lontananza su una vetta del gruppo montuoso del Partenio, prima timidamente e poi in modo sempre più marcato. Segue sulla cresta della montagna l’accenno di un punto rosso brillante; si leva velocemente prendendo consistenza e volume. Il sole, che si era inabissato rosso scuro e senza vita nelle acque del mare, rinasce forte dalle montagne inondando di energia gli infiniti laboratori di vita che sono i vegetali.
Dal lato di S. Elmo la luna non è ancora andata via. In questo paesaggio mattutino nella città che fa fatica a svegliarsi ci sono alcuni importanti soggetti che governano il nostro spazio e il nostro tempo: la Terra, il Sole e la Luna tenuti insieme da forze di attrazione e di allontanamento. In particolare la Luna, incurante del giorno, sembra sedotta dalla Terra e continua a sostare nitida in un cielo che la mancanza di smog ha reso terso e di un azzurro cristallino.
Eppure questa attrazione non sembra riesca a trattenerla se è impegnata in una impercettibile “fuitina” che la allontana 3,8 cm all’anno [3]. Una cosa sembra accertata che la sua vicinanza è all’origine delle maree e al rallentamento della rotazione terrestre. Nel pensiero affiora quanto letto: tra 50 miliardi di anni, se la nostra specie dovesse continuare ancora ad esistere, si prospetta un anno fatto di otto lunghissimi giorni con crescenti escursioni termiche tra le ore di luce e quelle di buio. Ma molto prima, tra cinque miliardi di anni, un sole morente sarà spettatore di sconvolgimenti tellurici e climatici.
Molto probabilmente i nostri discendenti saranno capaci di viaggiare nello spazio e non si preoccuperanno troppo se la nostra Terra prenderà fuoco. Se comprendo bene quanto riportato da chi studia il fenomeno, questa è la stagione migliore per abitare il nostro pianeta la cui superficie si mantiene su un complicato sistema di equilibrio di forze su cui noi agiamo spesso in modo insensato. E’ sempre più vera l’affermazione: “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”[4].
Siamo come sospesi tra l’infinito e l’infinitesimo entrambi ignoti, entrambi oscuri, entrambi richiedenti attenzione, indagine, rispetto. I nostri atomi o le particelle elementari che le compongono hanno una capacità unica: osservare e riflettere sui compagni, sulla loro aggregazione, sulle forze che sanno scatenare, sulla ricerca di senso. Mentre nella mente risuona il verso What happens in the shadows? (Cosa accade nelle ombre?) [5] penso che spesso non siamo coscienti che come singoli e come collettività una parte del destino che ci accompagna è comune ed è nelle nostre mani. Spesso volontariamente o involontariamente distratti, guardiamo senza vedere e implodiamo.via medina

***

 

Il sole è ormai alto nel cielo. La luce dissipa questo groviglio di pensieri che, per correre dietro ai massimi sistemi, finisce per sottrarsi al governo del quotidiano e cancellarlo dal proprio orizzonte. Le logge, i balconi, le terrazze si sono popolate per la colazione, per spiegare i trucchi della ricetta alla vicina, per condividere l’ultima immagine o il video appena arrivato. Tutti, grandi e piccoli, armati dei propri cellulari, cercano l’antidoto al terrore del contatto, l’atavico timore dell’uomo di essere toccato dall’ignoto[6].
Le video chiamate con i parenti e gli amici saturano la rete e mettono tutti in movimento per la ricerca del punto giusto … spesso si alza la voce per sopperire alla mancanza di campo o si sollevano le mani per fronteggiare la carenza di segnale. In questo periodo non porto quasi mai il cellulare con me, forse perché quella mediata da questo strumento è una relazione che trovo complicata da comprendere, interpretare e gestire, forse perché ho paura di questo dispositivo che, per sua natura, sottolinea la solitudine e la mancanza dell’altro.
Malgrado le remore non mi sottraggo al rito che ormai fa parte del nostro quotidiano: mi immergo nel flusso di notizie che inondano la nostra appendice a ritmo continuo dandoci la sensazione di essere attori e autori di un processo. La riflessione che mi arriva stamattina parte lontano, da una delle prime epidemie della storia. Si abbatté su Atene durante il secondo anno della Guerra del Peloponneso, si diffuse in una città sovraffollata di profughi  e pare che avesse avuto origine in Etiopia.
Non è ben chiaro di quale malattia si trattasse, generalmente si parla di peste, ma forse si trattava di vaiolo o di tifo o di una forma particolarmente virulenta di morbillo, ma era comunque una malattia contagiosissima e ignota ai medici dell’epoca. La malattia uccise Pericle e anche lo storico greco Tucidide ne fu colpito, ma riuscì a sopravvivere e, grazie alla scienza medica fondata proprio allora da Ippocrate, poté avvalersi di un lessico estremamente esatto, preciso, realistico, distinguendo tra cause, sintomi e conseguenze fisiche e psicologiche della malattia, sia in ambito individuale che sociale. Nella sua opera storica “La guerra del Peloponneso” riporta che la peste segnò per la città l’inizio della corruzione: “Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo”[7].
Il quesito che si pone è se con il confinamento ci sia stata una rinuncia ai principi etici e politici e se sia avvenuta quella separazione in una entità puramente biologica da una parte, in questo caso preminente, e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Posto in questo modo il quesito è affascinante ma anche di difficile soluzione perché senza la vita biologica non esiste neanche la morale e l’etica; d’altronde senza l’etica la vita biologica si risolverebbe in una vita vegetativa … e i nostri atomi sarebbero privati di quella ricerca di senso che ci caratterizza non come viventi ma come uomini.

***

Domenica 15 marzo la città è vuota e impaurita per gli effetti di un recente decreto[8] che vieta ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico allo scopo di contrastare il diffondersi del virus COVID-19. A piedi percorro via Nuova Marina, Alcide De Gasperi, e l’ultimo tratto di Via Depretis prima di immettermi in piazza Municipio: le strade completamente disabitate sono deserte.
Quando mi inoltro nella piazza quasi in modo automatico, come faccio di solito, mi avvicino ai cantieri per vedere lo stato dei lavori, rilevare ahimè i miseri progressi e concludere che per i lavori pubblici il fattore tempo è una variabile estremamente flessibile [9].
Questa volta la sospensione dei lavori rende ancora più cupa ogni prospettiva. Guardo gli attrezzi e i materiali del cantiere, le strade, la piazza … non c’è l’ombra di essere vivente: tutto è così spettrale. Per fortuna ritrovo una presenza, diventata in questi ultimi tempi familiare, i 100 lupi dell’opera Wolves coming (Lupi in arrivo)  realizzati dall’artista cinese Liu Ruowang che richiama alla memoria la favola di Esopo[10] e una molto simile presente nella cultura cinese [11].
Le sculture sono collocate in una imponente configurazione e rimandano alla terra di origine dell’autore: la contea di Jia, nella provincia dello Shanxi, così carica della storia della Cina. Il desiderio, nella sua arte, di promuovere il senso della storia e preservare il rispetto per la memoria, non gli impedisce di cercare altri riferimenti; così l’utilizzo del metallo, nelle sue sculture, diventa un modo per collegarsi alle tendenze artistiche occidentali.
Una volta in una intervista Liu Ruowang disse: “I miei lavori sono presentati in gruppi perché la ‘pluralità’ è il tipo di forma e di forza di cui ho bisogno quando sono intento ad esplorare la relazione tra l’essere umano e l’ambiente, anche alla luce del fatto che la Cina è da tempo un paese che porta avanti uno spirito collettivista. Creare i miei lavori in serie o gruppi corrisponde per me a un linguaggio strutturale del mio fare artistico che supera il linguaggio scultoreo.cupola ok
E in effetti la monumentalità dell’opera conquista per quella forza magica che sa sprigionare, per quella capacità che ha di superare i limiti della forma e instaurare un  dialogo con l’ambiente e con lo spazio circostante.
I lupi di Wolves coming dovrebbero rappresentare un pericolo imminente e potenzialmente letale  e invece oggi in questo panorama desolato, in questo silenzio che rassomiglia più ad un abbandono, le loro bocche spalancate e il loro grugnito meno truce, li fa assomigliare più a dei grandi cani stupiti. Non c’è la solita folla che li avvicina per guardarli, che cerca uno sguardo di intesa, che li coccola, li cavalca, condivide la posa per una foto. Ora che posso guardarli senza interferenze vedo nei loro gesti, più nitida la volontà dell’artista di non volersi limitare ad imitare le forme, ma la volontà di perseguire un livello più elevato di “espressività”, che li accomuna al destino di quanti condividono lo stesso spazio.
In Cina l’immagine del lupo è associata al lavoro di gruppo, di branco. Attraverso questa installazione voglio far capire alla gente che per costruire un mondo più bello è necessario che tutti gli uomini lavorino insieme. Ho scelto la città di Napoli per aver un incontro con il Mondo. Inoltre credo che Napoli sia una città dinamica e ricca di passione.”
I lupi di Liu Ruowang dovrebbero restare a Napoli magari non più divisi e abitare quella parte della piazza ancora in costruzione, nel punto in cui una fenditura consentirà alla luce di penetrare gli anfratti e illuminare il buio delle cose, specchio di quello degli uomini, rigenerare radici scomparse e contribuire a riannodare il tessuto sociale. Questa installazione dovrebbe essere un monito per ricordare che i lupi hanno vigilato sulla città quando i suoi abitanti sono scomparsi e rappresentato quello che nell’immaginario collettivo viene considerato una minaccia incombente.
Le espressioni variamente minacciose sembrano la rappresentazione plastica di ululati talvolta cupi, a volte accompagnati da guaiti piatti e profondi, altre volte eseguiti in modo più melodico o in maniera acuta. Con lo sguardo perso nel vuoto l’uomo armato sembra voler difendere se stesso e il suo territorio. Se però riuscisse a guardare in alto e vedere le stelle comprenderebbe quanto ripetevano quelli che conoscevano bene i lupi: “La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra”[12].
(3.fine)
Nelle foto: in alto, i lupi di Liu Ruowang, via Medina e  il cielo di una città in quarantena

NOTE
[1] I dinosauri,grossi rettili, sono vissuti sulla Terra tra 230 e 65 milioni di anni fa.Si sono estinti probabilmente in seguito all’impatto di un enorme meteorite. La luce delle stelle più lontane arriva a questo periodo.

[2] Oggi sappiamo che la velocità della luce nel vuoto è pari a 299.792.458 m/s. Per compiere il percorso dal Sole alla Terra, sono necessari 8 minuti e 20 secondi di tempo. In sostanza la luce del Sole che noi riceviamo in un dato momento, è “partita” dalla stella Sole 8 minuti e mezzo prima.https://osservatoriogalilei.com/2019/04/26/le-distanze-in-tempo-luce-nel-sistema-solare/

[3] Oggi sappiamo che la velocità della luce nel vuoto è pari a 299.792.458 m/s. Per compiere il percorso dal Sole alla Terra, sono necessari 8 minuti e 20 secondi di tempo. In sostanza la luce del Sole che noi riceviamo in un dato momento, è “partita” dalla stella Sole 8 minuti e mezzo prima.https://osservatoriogalilei.com/2019/04/26/le-distanze-in-tempo-luce-nel-sistema-solare/

[4] Così Capo Seattle, indiano d’America, nel suo discorso che nel 1852  pronunciò in risposta alla richiesta del Governo degli Stati Uniti d’America, relativamente alla volontà di comprare le terre del suo popolo, gli indiani d’America.

[5] In The Shadows by Amy Stroup (https://www.youtube.com/watch?v=z0LxpZuXVYA)

[6] Massimo Recalcati “Il terrore del contatto” La Repubblica Mercoledì 5 febbraio 2020

[7] Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53

[8] Dpcm 9 marzo 2020 G.U. Serie Generale n. 62 del 09.03.2020

[9] Milena Gabanelli direbbe che è un problema sistemico (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/opere-pubbliche-perche-italia-ci-vogliono-14-anni-costruire-cavalcavia/8c718198-73d5-11e8-ab58-f8ac6497bfa0-va.shtml)

[10] C’era una volta un giovane pastore burlone che aveva il compito di badare a un gregge di pecore. Annoiandosi, il giovane pastorello decise di fare uno scherzo: mentre tutti dormivano cominciò a gridare “Al lupo! Al Lupo!” svegliando l’intero villaggio che, allarmato, corse ad aiutarlo. Lo scherzo si ripeté e gli abitanti di nuovo corsero. Ma un bel giorno quando arrivò veramente il lupo il pastorello diede l’allarme ma nessuno gli credette

[11] Si fa risalire la caduta nel VIII secolo a. C. della dinastia Zhou ad una storia che ricorda la favola di Fedro. Il re per far sorridere la bellissima concubina Bao diede ordine di accendere fuochi per simulare un attacco alla capitale. I nobili accorsero da tutta la regione ma quando arrivarono si accorsero che si era trattato di uno scherzo. Quando i barbari attaccarono la capitale nessuno credette a segnale di allarme e la città fu conquistata. Costantino Andrea De Luca Pillole di Storia Antican Newton Compton Editore ottobre 2019 n. 55 Cina. Una storia millenaria Kai Vogelsang Edizioni Einaudi 2014

 

[12]Proverbio dei Nativi americani

 

 

“A black out”2: la città inanimata respira ancora, in cerca di orizzonti umani
SECONDA PARTE

Resa inanimata, la città si scopre instabile nelle forme e cristallizzata nelle attività. Le arterie prive di vita si caricano di un’aria rarefatta, cupa e minacciosa. Tutt’altra è l’atmosfera che si respira sulla superficie di calpestio del tetto dei palazzi. Lassù la presenza assidua delle persone ha amplificato l’esplosione di colori, tipico della stagione.
In alcuni casi sono i vasi, con il loro contenuto odoroso e variopinto, a sottolineare percorsi e a creare angoli tipici come i giardini di un tempo, attinti con maestria nei magazzini della memoria. Altre volte i manufatti di terre lontane ci ricordano che ogni incontro è un passaggio per poter accogliere, una finestra per analizzare i nostri sentimenti e quelli che scaturiscono dal rapporto con gli altri.
Lo spazio accanto al mio è impreziosito dai cavalli del vento tibetani [1], una serie di bandierine che secondo la tradizione intendono gettare semi al vento per far fiorire il cielo (foto a destra). Il sistema di vita dei terrazzi [2] e quella dei bassi è agli antidoti per lo spazio e per la luce; spesso tutte e due soffrono l’umidità e condividono la mancanza di riservatezza.
Cavalli-Tibetani-(2)I piani intermedi si collocano tra queste due situazioni limite. Con la popolazione segregata in casa la maggior parte delle abitazioni, anche se più rumorose e colorate, appaiono anguste e disagevoli; il divieto di un contatto con l’altro porta alla  ricerca  di spazi comuni abitati dall’altro.
Ecco allora la riscoperta dei terrazzi [3], dotati di una grande autonomia operativa, di quelle sporgenze degli edifici che sono i balconi [4], delle logge [5], spazi più discreti comunicanti con l’esterno su uno o più lati.
Tutti, secondo capienza, sono variamente dotati di sedie, tavolini, sdraio e vivono una continuità non solo fisica con la casa. È lì, dove tutti possono vedere e tutti possono ascoltare, che spesso si svolge buona parte della giornata. C’è chi in modo poco fortuito vede e ascolta per partecipare a quel bisbiglio che passa da balcone a balcone, si carica del contributo di ciascuno e si allontana alimentando le leggende metropolitane.
Molte volte quando il mormorio lascia l’isolato e passa oltre è completamente stravolto. Altri, invece, utilizzano questa vetrina inaspettata per leggere e riflettere sui vari aspetti della vita. Da Corso Vittorio Emanuele, attraverso varie triangolazioni, arrivano notizie importanti. La moglie di un grande militare riferisce quanto dichiarato dal marito “Ci nascondiamo perché non conosciamo l’avversario e come in ogni battaglia quando non si conosce il nemico ci si sottrae alla vista”.
In un attimo i ricordi sono andati tra il serio e il faceto a un’antica rivista del 1846 … nascondere le sue truppe alla vista del nemico e ripararle dagli effetti delle sue artiglierie [6] e a quanto letto sulla difesa passiva … che si affida unicamente alla protezione offerta dalla distanza, dalla inaccessibilità e dallo spessore delle fortificazioni, senza contrastare il nemico [7]. È indubbio che, fino a quando non conosciamo bene il virus e non siamo in grado di contrastarlo con una cura adeguata, dobbiamo sottrarci al “suo” abbraccio e isolarci.
Mentre medito su questi pensieri riconosco che chi prende il sole su un terrazzo poco distante ha saputo riportare in vita, con la sua arte, quanto era stratificato nello spirito popolare di un quartiere. Muovendosi fra note e melodie è riuscito a trasferire, attraverso la chitarra, le emozioni più intime, gli stati d’animo, l’amore e la rabbia. Ora, come tanti artisti, in questo forzato momento di immobilità, vive un periodo che pone tante domande e richiede tante risposte.
Suonare, in fondo, significa ascoltare l’altro, i suoi respiri, il ritmo, dialogare con lui; ora che ci stiamo abituando ad essere senza esserci, come può esistere tutto questo a distanza? Mi ha sempre attratto l’idea che l’immaterialità della musica è capace di animare la fisicità e darle vita, ma sono i sentimenti la prima vera causa del tutto e necessitano di corporeità, senza la quale interi orizzonti umani potrebbero andar persi. La musica troverà di sicuro  un modo per sopravvivere, proprio perché l’uomo non può farne a meno, ma mi sento smarrito.
Ho bisogno di ritrovare, nel panorama che mi accoglie, dei punti di riferimento: la grande parete di vetro della casa di fronte, la sigaretta accesa della signora appoggiata sulla finestra del suo gabbiotto di alluminio ricavato sul piccolo balconcino, il gabbiano che sale sulla postazione più alta per difendere la cucciolata posta in basso e garrisce e stride all’avvicinarsi di un eventuale pericolo e alla fine, poco distante, il giovane che studia al generoso sole di maggio …
È strano come i luoghi e le persone, delle quali pure non abbiamo una conoscenza diretta, ci siano familiari perché con la loro presenza accompagnano la nostra giornata. Oggi però noto qualcosa di inconsueto. Come al solito il piccolo tavolino con i libri, poggiato su un antico balcone e sorretto da quattro sostegni di ferro, ha una vista incantevole: la cupola con la guglia a spirale di S. Brigida, il campanile a vela, la struttura in vetro della Galleria Umberto e poi ancora il Maschio Angioino, il mare e il Vesuvio.

Qui sopra, cupola di Santa Brigida. In alto, angoli segreti di un terrazzo
Qui sopra, cupola di Santa Brigida. In alto, bandierine e angoli segreti di un terrazzo

Tuttavia mai, come oggi, il piano di calpestio in marmo lesionato, come lo sguardo perso nel vuoto, mostrano in modo così marcato la sconnessione. La ragazza, che normalmente condivideva con lui in modo gioioso i vari momenti della giornata, non c’è. Non mi è dato sapere ragioni e motivi del suo disagio, ma in tante situazioni il virus ha fatto affiorare quelle concrezioni che rendono asfittici o esplosivi certi rapporti o costruito legami che hanno reso ancora più forti tante relazioni.
Qualcuna mi confessa sommessamente “come ogni donna della mia età sono intrappolata in un matrimonio senza amore, mantenendo le apparenze per avere un tetto sopra la testa”.
Qualche altro più giovane racconta tutta la sofferenza per “colei che sa riempire di affetto e speranza il mio cuore e al solo tocco impercettibile delle dita sa farmi vibrare la mente e il corpo. Ed ora vago … i pensieri si consumano nel ricordo dei bei momenti e diventano roridi spasmi di sudore nelle notti insonni”.
C’è chi rispetta le scelte ma sente forte “il dolore dell’assenza” ed elemosina “una telefonata per una carezza portata dal soffio del respiro e dal suono della voce da chi ha amato e continua ad amare”. C’è infine chi utilizza la reclusione forzata per esercitare urla e forza, confondendo l’amore con il possesso e la libertà con il libertinaggio. “In quei momenti senza respiro mi sento come in preda all’infezione. Cammino scalza sull’erba con il mio casco per l’ossigeno. Ho come sottofondo la musica ipnotica di Holocene [8] e sento scandite ad una ad una le parole di un poeta: Tu mi sorridesti e mi parlasti di niente e io mi accorsi che era questo che aspettavo da tempo. (Tagore)
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(2.continua)

NOTE

[1] Nel mondo asiatico “I cavalli del Vento”, o Lung Ta, sono bandierine di preghiera che evocano la saggezza, l’amore, la compassione e la forza. Sono stampate su stoffa di differenti colori, infilate su lunghe corde, su cui sono stampati diversi mantra (parole sacre).Una grande esplosione di colori.
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[2] A partire dal medioevo dai ballatoi esterni in legno dei castelli e le case torri, chiamato per l’appunto “torrazzi”  (da cui deriva la parola moderna).

[3] A partire dal medioevo dai ballatoi esterni in legno dei castelli e le case torri, chiamato per l’appunto “torrazzi”  (da cui deriva la parola moderna)

[4] Il termine “balcone” deriva dall’antico tedesco “balk, balken”, che significa trave oppure dall’arabo-persiano “Bala-chaneh”, che può essere tradotto con “luogo elevato o sporgente” nella casa, da cui è possibile osservare i dintorni.

[5] Dal francese loge cioè “capanna, piccola stanza”.

[6] Giornale militare, italiano e di varietà Firenze Anno 1 –  N. 22 del 27 luglio 1846 pag.188

[7] http://www.istitutoitalianocastelli.it/risorse/supporti-scientifici/11-supporti-scientifici.html

[8] Bon Iver – “Holocene”

 

 

A blackout1: viaggio attraverso il silenzio della città. Tra tempeste emotive
Prima parte

Ho viaggiato per il mondo, visitato posti, appreso storie. Ho amato le persone che vivono quei luoghi e danno corpo a quelle narrazioni. Ho fatto l’incontro con la luce e il suono di una sirena: prima mi ha incantato e poi rapito.
 In un attimo mi sono ritrovato senza gli antidoti per continuare il viaggio. Ho conosciuto il grande monte: un gigante di fuoco che ha nutrito i suoi abitanti dei suoi atomi. Li ha resi mutevoli, insofferenti all’ordinario, capaci di cose straordinarie. Mi ha attratto questo spazio che si distende come luogo dello “stare a guardare” (theáomai): un centro di spettacolo dove le due parti, quella per la rappresentazione e quella per la fruizione, hanno ruoli invertiti.
Nella cavea semicircolare (kóilon), pendio naturale del terreno, si rappresenta tutti i giorni l’opera che come la vita è commedia e dramma, sorriso e pianto. La narrazione ha fa forma del gesto, il suono quello della parola e della melodia. Quando la musica e la voce si uniscono in un amplesso immateriale ma intimo toccano le corde delle passioni e dei sentimenti. Il palcoscenico (orchéomai [1]) è una distesa blu cobalto scintillante e luminosa. Chi cerca il suo posto nel mondo ed ha accettato il compito di riportare su tela il mondo di fuori, attraverso il mondo di dentro dice che: dove c’è acqua c’è luce[2].
Quando la quiete dintorno si veste di silenzio, il mare e i fiori si scambiano  le loro fragranze, dal tono fortemente evocativo. è allora che nella parte prossimale l’acqua accarezza la linea di costa con le sue onde mentre in quella distale l’edificio scenico (la skené) accende le fantasie ma è fittizio: dà la sensazione di far incontrare il cielo e la terra.
È li che nelle calde sere d’estate un enorme sole rosso naufraga, lasciando una scia fiammeggiante sulla superficie del mare. Lo sguardo si perde in questo scenario struggente e melanconico; sento nel respiro pesante i miei sogni perdersi, provo sulla pelle quello altrettanto affannoso di quanti condividono la condizione umana con me.
Infine, sopraggiunge il buio: l’essere stati preparati dal tormentato tramonto non allevia il dolore. Nel vagare senza vedere si insinua il dubbio, si costruiscono mostri. Ho necessità di chiudere gli occhi. Nell’oscurità continuo a pensare e a progettare il dopo: attendo l’alba sapendo che alle tenebre segue un nuovo giorno anzi continuo a respirare al solo pensiero che esiste la luce.

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teatro san carlo| ilmondoodisuk.com
Qui sopra, la facciata del San Carlo

Questo terrazzo è una prigione ma anche uno spazio vitale. Da un lato lo sguardo si poggia su S. Martino che, protetto dal Castello di S. Elmo, domina su tutto e tutti. Richiama alla memoria il fluire del tempo di una città, che ha saputo essere orgogliosa e testarda, capace di essere a capo negli studi giuridici, in quelli del pensiero, nello sviluppo delle arti, in quello delle tecnologie.
Di fronte lo scrigno di Capodimonte: nelle sue sale i legami di una capitale con il tessuto regnante europeo di cui era rappresentante e parte integrante. Più giù il Palazzo degli Studi diventato poi Museo Archeologico: nelle sue sale sono custodite molte radici della civiltà occidentale.
Quando lo sguardo volge a sinistra, tra le forme geometriche di palazzi anonimi, si può scorgere la sagoma sinuosa e priva di asprezze del campanile di Fra Nuvolo; sovrasta le mura di confine, pareti che disegnano un luogo di separazione ma anche di contatto. Nei tormenti che vive questa parte della città è un possente mezzo di sopravvivenza; trae linfa dalla contaminazione che è narrazione e condivisione di mondi differenti.
Sullo sfondo a sovrastare tutti l’imponenza dell’ancora attivo Sterminator Vesevo: suscita sospetti, incute rispetto. II timore non deve essere tanto forte se le case si accalcano sulle sue pendici sempre più numerose. Chi guarda con occhi che vengono da lontano pensa che sia stato immagazzinato nel DNA la consapevolezza della provvisorietà della vita [3] che fa riflettere su quanto sia sottile il confine tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte. Una morte che diventa effervescente nella narrazione che ne fanno le chiese dei decumani.
Sono immerso in questi pensieri quando gli occhi si posano sul litorale: una distesa di acqua che porta verso la città del Tasso, alla penisola delle meraviglie. Sono abbagliato, stupito e turbato da un paesaggio tanto spettacolare. Per sottrarmi devo abbandonare la Terra delle Sirene e rifugiarmi tra le scure mura massicce e protettive del Maschio Angioino, salto sulla cupola della galleria, svolazzo sui tetti di palazzo reale, mi fermo a riflettere sulla Triade di Partenope [4], del più antico teatro d’opera in Europa: il S. Carlo. Questo terrazzo mi fa meditare; sento il privilegio di abitare questo luogo.
Sulle note malinconiche della voce di Leithauser, a tratti calda e a tratti forte e dura, ascolto il brano in A black out e guardo giù nel vico che mi sembra ancora più profondo. I basoli sono privi del calpestio ora indolente, ora concitato, ora placido; sono orfani delle voci che sempre tale calpestio accompagnano. Più che voci sono suoni che attraverso mille sfumature riescono a trasmettere gioia e tenerezza ma anche tristezza, paura, collera e disprezzo, indipendentemente dal significato delle parole. Qualche volta si caricano di ironia mostrando il contrasto tra ciò che si dice e ciò che si “intende”. Chiunque si trova a passare per queste strade si sente al centro di queste tempeste emotive, fatte di vibrazioni e abitate da segni.
(1.continua)
©Riproduzione riservata

NOTE

[1] Nel teatro greco era presente un recinto centrale in cui veniva rappresentato lo spettacolo: l’orchestra (da orchéomai, “danzare”).

[2] Pietro Paolo Zivelli raffinato scrittore e poeta di Forio  mi ha parlato spesso di Eduard Bargheer.  Nato ad Amburgo nel 1901 fu pittore, grafico e illustratore, tedesco. Si innamora dell’Italia e dell’isola nel suo viaggio del 1925 e vi ritorna nel 1935, prendendo in fitto una casa a Forio d’Ischia.

[3] Anselm Kiefer (Donaueschingen, 8 marzo 1945) è un pittore e scultore tedesco : «Scoprii Napoli per la prima volta nel 1990. Era Capodanno. Sotto di me, la città illuminata da migliaia di luci artificiali ardeva in un mitico Purgatorio. Da allora sono tornato di continuo a Napoli, più volte l’anno. La vitalità e l’energia di vita sulle macerie di un’antica cultura ai piedi della montagna che minaccia di esplodere ogni momento, dove ogni momento può essere finito, mi hanno rivelato che Napoli è forse per me la città più interessante del mondo» A Napoli Anselm Kiefer torna spesso. Nel magma delle contraddizioni della città partenopea, l’artista ritrova «l’energia di vita sulle macerie di un’antica cultura ai piedi della montagna che minaccia di esplodere ogni momento, dove ogni momento tutto può essere finito, un’esistenza speciale». https://www.ischialarassegna.com/rassegna/Rassegna2010/rass03-10/nea-polis.pdf

[4] Il gruppo scultoreo “La Triade di Partenope”, frutto del genio creativo di Antonio Niccolini, caposcuola del Neoclassicismo napoletano ubicato sulla facciata del Teatro S. Carlo rappresenta la sirena che incoronava musicisti e poeti.

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