La memoria/ Prometeo contro Dioniso, dal titano Salvia al padrino Cutolo: 45 anni fa il vicedirettore di Poggioreale venne ucciso in un agguato di camorra

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo scritto da Magali Vilan a 45 anni dal brutale assassinio di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale.
Belga, attiva da alcuni anni negli ambienti culturali italiani, Magali Vilain propone iniziative di mediazione culturale e turismo mediatico: un’opera letteraria, un film o una serie televisiva possono spingere i visitatori a recarsi nei luoghi legati a un’opera che li ha colpiti. È anche autrice di una tesi (UCL Mons in Belgio) su come la fortunata quadrilogia «L’amica geniale» di Elena Ferrante abbia influenzato il destino di un quartiere fino ad allora sconosciuto di Napoli, il Rione Luzzatti.

di MAGALI VILAIN

14 aprile 1981, ore 14:30. Tangenziale napoletana in direzione dell’uscita Arenella. Un uomo a bordo di una Fiat Ritmo bianca ha un solo pensiero in mente: «Arrivare in tempo per andare a prendere Antonino a scuola…».
Lancia uno sguardo nello specchietto retrovisore e si accorge di essere tallonato da un’auto che si avvicina pericolosamente. In un gesto disperato, Giuseppe frena bruscamente, inserisce la retromarcia e cerca di speronare la Giulietta, ma senza successo.
Gli assassini aprono il fuoco dalla loro auto. Un proiettile colpisce Giuseppe alla testa, gli altri al torace; l’uomo muore sul colpo, accasciandosi al centro delle tre corsie della tangenziale, mentre la sua auto si ferma.
Se questa scena, tipica della grammatica delle imboscate camorristiche, sembra uscita da un film d’azione  come il visionario Napoli violenta (1976), nel caso di cui parliamo, la realtà supera la finzione, poiché si tratta proprio di un vero e proprio omicidio rituale di cui sarà vittima Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale dove è detenuto Raffaele Cutolo, fondatore e leader indiscusso della Nuova Camorra Organizzata (NCO).
Non stiamo assaporando l’edificante interpretazione di Ben Gazzara in Il Camorrista (1986) del leggendario cineasta Tornatore, dove, perfetto avatar di Raffaele Cutolo, il padrino regna sulla prigione e sulla città come signore indiscusso. Ciò che accade nei pressi dell’Arenella quel giorno non è una finzione tratta dall’opera di Tornatore, si tratta di un omicidio rituale, ordinato da un boss dalla prigione dove non solo è incarcerato, ma regna da padrone incontrastato.
Sostenuto da un cast d’eccezione, in particolare dalla presenza dell’attore italo-americano Ben Gazzara, Il camorrista (liberamente tratto dall’ omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo) si impone oggi come un’opera di grande impatto. Ispirato a una delle pagine criminali più sanguinose dell’Italia contemporanea, il film ripercorre i crimini della Nuova Camorra Organizzata, una delle organizzazioni mafiose più temute del Paese: una realtà che qui supera di gran lunga la fiction.
Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, e sua sorella Rosetta, grande sacerdotessa della NCO, dirigono l’organizzazione all’interno e all’esterno delle mura di Poggioreale. Il dispositivo tecnico dell’esecuzione sulla tangenziale non ha altro scopo che quello di colpire duramente, trasformando un banale atto amministrativo in un delitto d’onore.

Bacco visto da Caravaggio, pubblico dominio


La scena dell’assassinio di Salvia, sebbene improntata al classico genere cinematografico delle scene d’azione con inseguimenti in auto, blocchi stradali e colpi a bruciapelo, è tuttavia ben reale: si tratta dell’eliminazione di un vicedirettore di carcere che ha semplicemente fatto il suo dovere.
Da marzo 2025, la serie restaurata e il film Il camorrista sono disponibili su numerose piattaforme di streaming. Rimasta per quarant’anni negli archivi della società di produzione Titanus, l’opera aveva conosciuto solo una diffusione parziale: se il progetto pilota aveva beneficiato di una breve uscita nelle sale, la serie, invece, non era mai stata trasmessa.
Profondamente radicato nella cultura popolare, il mito del «boss» trionfante, come Raffaele Cutolo, figura emblematica che ha ispirato la serie, rimane un pilastro dell’immaginario collettivo contemporaneo.
Le produzioni cinematografiche di ogni genere mettono ampiamente in risalto l’estetica mafiosa della figura del padrino, da Marlon Brando nell’universo di Coppola al più recente Cillian Murphy che incarna il carismatico re romano Tommy Shelby di Peaky Blinders. L’estetica, radicata nel nostro immaginario, continua ad affascinare il pubblico come fanno sempre i re caduti.
Il magnetismo esercitato è inesorabilmente legato a un’estetica del potere e del segreto, alla bellezza plastica di personaggi che sembrano provenire da un antico ordine esoterico. L’immagine del boss si impone come una figura mitica: divinità moderna o sovrano intoccabile, parla poco ma esercita un’influenza ipnotica, affascinante come un veleno lentamente inoculato nella cultura collettiva.
La storia della cultura mediatica recente rivela tuttavia un paradosso: le figure legate ai funzionari dello Stato raramente esercitano lo stesso fascino di quelle provenienti dal mondo criminale, della trasgressione o del disordine organizzato. Questo ribaltamento dei valori, ampiamente alimentato dalla finzione, mette in discussione il nostro rapporto con la giustizia e il fascino esercitato dal potere al di fuori della legge.
Eppure, il contro-mito esiste se si pensa ad altri capolavori come Cento giorni a Palermo (1984, con Lino Ventura) che ripercorre la lotta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, simbolo della resistenza contro il crimine organizzato, o più recentemente una serie come Il Cacciatore (1), che alimentano una memoria positiva in cui la giustizia trionfa sulle tenebre.
Il vero genio delle organizzazioni criminali? Aver compreso e sfruttato da tempo il meccanismo messo a punto agli albori delle nostre civiltà dalle antiche società segrete, che già attingevano ai riti sempre affascinanti dell’Antichità per costruire la loro mistica di legittimità.
Ispirandosi direttamente ai simboli e ai codici iniziatici delle società dionisiache (il Bacco dei Romani), un’organizzazione come la NCO riesce a effettuare un greenwashing delle le proprie attività criminali, conferendo loro un’aura sacra.
Creare un senso di appartenenza religiosa o identitaria, fondato su rituali codificati e un linguaggio specifico, costituisce una strategia collaudata e di grande efficacia: per le organizzazioni mafiose si tratta di erigere la criminalità a ordine parallelo, dotato di regole, tradizioni e di una fedeltà assoluta, di fronte a una giustizia percepita come fredda, istituzionale e priva di carisma, così come lo è la fiducia «del tutto relativa» che gli italiani, a maggior ragione i napoletani, ripongono nella struttura statale.
Come sottolinea il professor Laurent Lombard (2) , la mafia, improntata ai baccanali, non ammette il reclutamento di profani, ricorrendo al segreto e al silenzio: «la mafia ricicla i rituali religiosi segreti e iniziatici dell’antichità, riservati a una ristretta cerchia di iniziati:  all’interno, poiché il mistero ha una funzione coesiva all’interno del gruppo … generando un sentimento di connivenza, di complicità e di fiducia reciproca tra i membri che lo custodiscono. All’esterno, «poiché la pratica del mistero si inscrive in una strategia di comunicazione con l’esterno al fine di attirare futuri iniziati».
È l’intera industria culturale a contribuire a diffondere l’immaginario identificativo del boss trionfante, che trae ispirazione diretta da culti come quello di Mitra o di Dioniso-Bacco, i cui giuramenti, silenzio e lealtà sono altrettanti retaggi degli antichi culti iniziatici in cui il sacro serviva a cementare il gruppo.
Proprio come Cutolo, Dioniso-Bacco è noto per la crudele vendetta che si abbatteva sui suoi nemici, ma anche «come divinità turbolenta che entrava in una civiltà e ne sconvolgeva l’ordine stabilito». Il suo arrivo era sinonimo di avvento della liberazione e della trasgressione (3), come sottolinea David Hernández de la Fuente: simbolo di morte e resurrezione, Dioniso, dio con una storia familiare che oggi definiremmo «tossica», ha influenzato i culti mediterranei fino all’emergere del cristianesimo.
Giuseppe Salvia, ordinando la perquisizione di Cutolo, compie un gesto prometeico. Ricorda che la legge non ammette eccezioni nello spazio del carcere di Poggioreale dove regnavano l’omertà, l’ignoranza, la confusione. Come Prometeo, Salvia si oppone alla confisca del fuoco da parte della divinità malvagia Cutolo – qui, il potere pubblico.
Nel caso di cui ci stiamo occupando, ovvero quello della NCO, alcuni rituali e usanze del clan Cutolo rispecchiano fedelmente gli antichi culti dionisiaci. È affascinante immaginare che, se questo tragico evento fosse trasposto nell’antichità, Rosetta Cutolo ne incarnerebbe una sacerdotessa – tutta devota (non sposata, senza figli) – a immagine delle menadi dionisiache, protagoniste dei misteri.
Personaggio a lungo sfuggito ai radar della giustizia, Rosetta Cutolo è tuttavia la prima “donna d’onore” della criminalità napoletana. La molto discreta sorella del boss, dall’aspetto di una signora benefattrice, è tuttavia l’impressionante sacerdotessa del tempio NCO, temibile esperta criminale che ha gestito gli affari come braccio armato del fratello, che ha trascorso 40 anni in prigione.
In fuga dal 1981, per un certo periodo in esilio presso i narcotrafficanti sudamericani, è ricercata da tutte le forze di polizia italiane e internazionali prima di essere finalmente assicurata alla giustizia. È ancora contro natura che una donna possa incarnare la violenza, come dice così bene Juliette Prouteau nel programma della Radio-televisione belga a lei dedicato: «Rosetta Cutolo, regina della Camorra: l’ombra femminile che guidava la mafia napoletana»  (4).

Giuseppe Salvia con il figlio, poco tempo prima di essere assassinato dalla camorra. In copertina, Claudio Salvia, esperto in materia di lotta al racket e all’usura alla Prefettura di Napoli, scava per piantumare un ulivo nel giardino della memoria di Capaci dedicato (da stamattina) a suo padre (foto sotto il titolo)



A quarantacinque anni dall’omicidio di suo padre, Claudio Salvia porta a sua volta avanti la fiaccola di Prometeo: è esperto in materia di lotta al racket e all’usura presso la Prefettura di Napoli. Ha inoltre presieduto la commissione straordinaria del Comune di Caivano, liberato dalle infiltrazioni camorristiche (2023-2025). Attualmente ricopre la carica di consigliere della Commissione parlamentare antimafia.

Heinrich Friedrich Füger, Prometeo porta il fuoco all’umanità, pubblico dominio


Impegnato nelle iniziative commemorative in memoria di suo padre, Giuseppe Salvia è da oltre vent’anni impegnato nella diffusione della cultura della legalità. In qualità di giurista, interviene nelle scuole di tutta Italia per sensibilizzare le nuove generazioni sui temi della giustizia, della responsabilità e della lotta contro le mafie, con particolare attenzione alla decostruzione dei falsi modelli culturali come quelli appena citati.
Ha accettato di condividere con noi lcune riflessioni, alla vigilia della commemorazione dell’omicidio di suo padre.
Per Giuseppe Salvia, «l’industria culturale ha una grande responsabilità nel costruire e rafforzare il mito del boss trionfante. Attraverso i miei interventi, in qualità di vittima ed esperto di criminalità, la fiction spesso tralascia: la solitudine, la povertà, il degrado dell’umanità e la familiarità che inevitabilmente accompagna la via criminale.
Se il pubblico apprezza i «cattivi» a causa del loro passato difficile, significa forse che sta mettendo in discussione i propri valori? Cosa ne pensa?
«In molte produzioni culturali, il pubblico prova spesso simpatia per il cattivo perché percepisce in lui la redenzione distorta di un’anima perduta. Il meccanismo psicologico si spiega grazie ai nostri conflitti interiori, alla nostra fragilità e all’ingiustizia che colpisce tutti noi in un momento della nostra vita. L’empatia non deve mai trasformarsi in giustificazione. Ma così facendo, perdiamo di vista l’essenziale: ognuno è responsabile delle proprie azioni. Un’infanzia difficile può spiegare un percorso, ma non può assolverlo. E soprattutto, non può trasformare un criminale in un modello culturale».
Alla domanda su chi sia il cattivo preferito Claudio Salvia risponde: «Se si tratta di finzione, piuttosto che di un “cattivo preferito”, direi che mi interessano i cattivi ben scritti: quelli che non cercano di essere amati dallo spettatore, ma di suscitare la comprensione della loro caduta. Un personaggio come l’ispettore Javert ne I Miserabili, ad esempio, mi affascina perché rappresenta una rigidità morale che crolla, e non perché incarna un fascino criminale. Non provo alcuna simpatia per i cattivi presentati come eroi al contrario. La letteratura e il cinema pullulano di figure che dimostrano come il male sia, in realtà, una forma di debolezza».
L’assassinio di Salvia segna un profondo scontro mitico tra due forze archetipiche: il titano Prometeo Salvia, servitore dello Stato, portatore del fuoco razionale del rispetto della legge, che si oppone a un Bacco-Cutolo, dio del disordine che Prometeo-Salvia sfida a rischio della propria vita. Salvia incarna la luce, il fuoco della giustizia; Cutolo, l’ebbrezza del potere e il dominio.
Ricordiamo che i napoletani  posseggono una capacità unica:
quella di trasformare ogni sofferenza in cultura. Grazie, come dice Marcelle Padovani, alla loro “saggezza funebre” e alla loro “ironica scienza del savoir-vivre”, riescono a sublimare il dolore in una forma di espressione culturale. Considerano persino la morte come la fine del dolore di vivere, il che riflette una filosofia profondamente radicata nella loro identità collettiva.
Al futuro e alle giovani generazioni. Ai napoletani di cuore in tutto il mondo.
©Riproduzione riservata

NOTE
[1] https://www.raiplay.it/programmi/ilcacciatore

[2] In un articolo accademico intitolato «Lungo la storia del mistero: la mafia che si trasforma in mito» (pubblicato nel 2019 su Narratologie, OpenEdition Journalshttps://doi.org/10.4000/narratologie.9611

[3] Di David Hernández de la Fuente Pubblicato il 15 settembre 2025, alle 17:16 CEST

[4] https://www.rtbf.be/article/rosetta-cutolo-reine-de-la-camorra-l-ombre-feminine-qui-dirigeait-la-mafia-napolitaine-11394192

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