Qui sopra, Sergio Fermariello fotografato da Alma Repetto
Le altre immagini sono di Antonio Conte

Dopo Natee Utarit e Nicola Samorì, dopo questo periodo di transizione che sembra non finire mai, tocca a Sergio Fermariello, classe 61, napoletano, aprire la stagione delle mostre alla Fondazione Made in Cloister, nello spazio dell’ex-Chiostro ritrovato della Chiesa di S. Caterina a Formiello. 
La mostra dell’artista partenopeo era stata pensata per aprile poi per causa di forza maggiore che tutti conosciamo è stata spostata in questi giorni fino al 31 dicembre. E proprio da questo periodo, particolare e unico che abbiamo vissuto, parte Sergio Fermariello per raccontarci la sua personale visione, da questo momento in cui abbiamo imparato a usare parole mai sentite prima, nemmeno nei peggiori film americani, parole come pandemia, assembramento e distanziamento sociale.
La quarantena ci ha cambiato, in qualche modo profondo che ancora non capiamo e non riusciamo a comprendere.  Qualcosa è successo. Abbiamo scoperto l’importanza del tempo, abbiamo avuto per la prima volta ore e minuti solo per noi. E proprio su questo concetto pone l’attenzione l’artista. Forse abbiamo capito, adesso che torniamo a una parvenza di normalità, quanto è importante il tempo per vedere, per osservare, il tempo dell’attenzione verso noi stessi e verso il prossimo.
Siamo andati per la prima volta, dopo chissà quanto, contro l’accelerazione che sembra essere insita in noi, quell’accelerazione che ci distrae, ci confonde, ci rende pedine più che protagonisti di una vita che a volte nemmeno ci appartiene, persa dietro ai social e alle corse senza soste. Abbiamo rallentato, ci siamo incontrati, siamo diventati guerrieri, combattenti come quelle figure presenti nelle opere di Fermariello.
Siamo migliorati? Sinceramente non lo so, credevo di sì, speravo di sì, poi intorno a me ho visto tanta cattiveria che mi  ha portato a pensare il contrario.
Però mi è bastato un pomeriggio con l’artista, con l’uomo, un’ora a guardare le sue opere, questi suoi uomini stilizzati, come sopravvissuti a tutto, al sacrificio e all’amore, alla vita e alla morte, quella dei nostri antenati e quella dei nostri nipoti, se non staremo attenti.
E ho capito che forse singolarmente, ognuno di noi ha avuto la sua possibilità e molti sono stati in grado di sfruttarla al meglio, proprio come Sergio Fermariello, che ha saputo prendersi e dare importanza a tutto il tempo del mondo, a tutto il tempo di cui aveva bisogno per arrivare a noi con questa sua mostra nel migliore dei modi possibili, l’unico veramente accettabile per un artista che fa del sacrificio e della dedizione all’arte uno stile di vita.
Ma è nell’insieme che proprio continuiamo a non farcela, nel nostro essere società e collettività. Dovremmo provare a tornare al silenzio di qualche mese fa, per guardarci davvero dentro e tirare fuori il meglio che abbiamo.

Quella di Fermariello è una mostra silenziosa, tutto ruota intorno a un’installazione centrale pensata e progettata per il chiostro.
Un campo di grano, spighe stilizzate in ottone che terminano a forma di orecchio, un omaggio a Vincent Van Gogh che l’artista sente da sempre vicino a se, grazie a una serie di coincidenze che avvicinano i due uomini e a una passione smodata.
Sergio Fermariello gioca con le parole e con i segni , la parola inglese ear significa orecchio , come quello che Vincent si tagliò per donarlo a Gauguin, ma che vuol dire anche spiga come il campo dipinto che oggi è fonte di ispirazione per l’installazione centrale. 
Opera complessa, che presenta dei meccanismi all’interno che la rendono mobile e un rumore come di cicale che permette all’osservatore di lasciarsi andare e al tempo stesso di isolarsi dal contesto, di ritrovarsi immerso. Ma ear è anche il nome della mostra “(h)ear “ sentire, ascoltare.
È l’invito che l’artista ci fa , ascoltiamo noi stessi, ascoltiamo gli altri, ascoltiamo il mondo che ci circonda e prestiamo attenzione ai dettagli. Proviamo a essere i guerrieri silenziosi che presenta nei suoi lavori, guerrieri senza nome, come degli organi, come quelli che combattono tutti i giorni, come di uomini comuni. Come nella vita anche nelle opere esposte dobbiamo presentare attenzione.
Da lontano quello che può sembrare un cielo a incorniciare il campo di grano, da vicino si mostra per quello che è, un esercito di guerrieri che vanno dal blu dei ghiacciai al rosso dei roghi, ci stiamo sciogliendo, ci stiamo bruciando.
Ancora una volta Sergio ci porta all’ascolto silenzioso, al guardare, a fermarci sui dettagli per scoprire quello che si nasconde dietro il primo sguardo. Se solo fossimo stati più attenti. Ci stiamo facendo del male, dobbiamo rallentare.


 Un artista davanti a sé ha sempre due strade che può percorrere, una fatta di intrattenimento e pura gioia, vacui sorrisi e note stonate, una strada per intrattenerci, per non farci riflettere. E un’altra più impervia, difficile da seguire, fatta di campanelli e allarmi e spunti di riflessione. Una strada che Sergio Fermariello ha deciso di intraprendere, una strada che ci invita a seguire per diventare quel guerriero a lui caro.
E a noi non spetta altro che provare a stargli dietro, cercando di non perderci lungo il cammino.
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